Scienze

Viviamo nell’universo artificiale di Matrix?

Stampa E-mail
02 Novembre 2012

Un fotogramma del film Matrix

Le nuove concezioni rivoluzionarie dell’universo secondo le scoperte della fisica moderna. Il caso della “Calling Card of God”: il nostro mondo è un esperimento di laboratorio? Le tracce di una possibile struttura artificiale dell’universo nelle ricerche dell’Università di Bonn


Il mondo secondo la moderna rivoluzione scientifica

Siamo in un’epoca in cui la fisica sta rivelando aspetti sconosciuti e inimmaginabili del nostro universo che sconvolgono il nostro luogo comune basato sull’esperienza dei sensi.

È notizia di questi giorni che un team di scienziati tedeschi dell’Università di Bonn ha rivolto la sua ricerca a capire cosa sia realmente la materia che costituisce l’universo. Addirittura il team è giunto a mettere a punto un test per capire se il mondo che ci circonda è reale oppure si tratta di una simulazione artificiale.

Tutto questo ricorda il film Matrix dei fratelli Andy e Larry Wachowski che ha avuto tanto successo di pubblico dalla sua apparizione nel 1999 e che ha posto molti dubbi sulla effettiva realtà dell’esistenza che stiamo vivendo giorno per giorno. Il film in questione aveva per protagonista Keanu Reeves che nel ruolo di Neo, un programmatore di computer, giunge a scoprire che l’universo è in realtà un mondo virtuale, Matrix o la Matrice, prodotto da una intelligenza artificiale che usa gli esseri umani, inconsapevoli del loro ruolo, per ricavare energia per i robot di cui è a capo.

Consapevole che l’universo è solamente una simulazione, Neo si prodigherà a sconfiggere l’intelligenza artificiale che ha creato Matrix, contrastato tuttavia dagli altri esseri umani che difendono a tutti i costi il sogno in cui si trovano a vivere.

Uno scenario che potrebbe sembrare relegato nel merito della pura fantascienza, ma che le recenti scoperte scientifiche portano a valutare con una certa attenzione.


Il caso della “Calling Card of God”

Nel giugno del 2001 la NASA lanciò nello spazio, in orbita intorno alla Terra, la sonda Explorer 80 conosciuta anche come la sonda WMAP, con lo scopo di misurare quanto era rimasto della radiazione fossile scaturita dall’immenso calore prodotto dal Big bang che ha prodotto l’universo, per fare una mappa della sua estensione.

Con il recupero dei dati raccolti dalla sonda, gli scienziati osservarono con sorpresa che la temperatura del campo di microonde non si presentava omogenea, ma manifestava una serie di minuscole fluttuazioni termiche, con un minimo scarto tra di loro e sempre di due identiche caratteristiche.

Molti ricercatori colsero subito la similitudine di questo fenomeno inaspettato che ricordava inequivocabilmente il sistema del codice binario utilizzato nella programmazione dei computer.


La mappa della radiazione fossile lasciata dal Big bang secondo i dati raccolti dalla sonda WMAP della NASA

L’idea fantastica che colse una parte di questi ricercatori fu quella di pensare che la mappa della radiazione fossile potesse contenere una sorta di messaggio. Venne addirittura coniato il termine “Calling Card of God”, ovvero il biglietto da visita del Creatore, per definire questo strano fenomeno di manifestazione binaria della radiazione fossile.

Eminenti cosmologi come Andrei Linde, della Stanford University, e Alan Guth, del MIT e ideatore della teoria inflazionaria della fisica quantistica, hanno teorizzato che dopotutto, in linea di principio, non era da scartare l’idea che il nostro universo potesse essere il frutto di un esperimento di laboratorio ad opera di creature altamente evolute.

Un universo artificiale creato nel laboratorio di una sconosciuta dimensione posta oltre la nostra immaginazione, concentrando una enorme quantità di energia in un minuscolo volume di spazio.

Secondo questi e altri scienziati che si sono rivolti a questo campo di ricerca, nella CMB (Cosmic Microwave Background radiation), la radiazione fossile rimasta dal lontano Big bang, potrebbe trovarsi un preciso messaggio in codice binario lasciato dai creatori destinato alle civiltà comparse nell’universo, tanto evolute da poterlo leggere e rendersi conto della situazione per giungere a stabilire una comunicazione funzionale al fine di gestire insieme l’esperimento di laboratorio in atto.

Al momento, nelle varie università americane e giapponesi, alcune équipe sono al lavoro nel tentativo di decifrare il presunto messaggio lasciato nel vasto testo cosmico scritto in codice binario. Sembra che alcuni ricercatori siano rimasti impressionati dai primi risultati ottenuti. Ma nessuno per ora intende parlare a livello ufficiale, anche se in rete esistono varie pubblicazioni scientifiche in merito.


Il test dei ricercatori dell’Università di Bonn

Il team di ricercatori dell’Università di Bonn guidati dal professor Silas Beane, evidentemente sul prosieguo di questo filone di ricerca, ha voluto tentare di capire se viviamo per davvero in un universo artificiale e ha creato uno specifico test che permetterebbe di capire se il mondo che ci circonda sia o meno una simulazione creata da un'intelligenza superiore.

Il risultato del loro lavoro è stato quindi pubblicato dalla Technology Review, una rivista ufficiale pubblicata dal MIT (Massachusetts Institute of Technology) statunitense, e ha subito scatenato la curiosità della stampa, di altri ricercatori e del pubblico.


L’Università di Bonn

Il test del team di Bonn è stato basato su una ricerca a livello di cromodinamica quantistica, una teoria fisica che cerca di spiegare le leggi che gestiscono l’universo a livello subatomico, descrivendo l’interazione tra di loro di particelle elementari come quark, gluoni e stringhe cosmiche. I ricercatori hanno riprodotto al computer una simulazione dei presupposti della teoria di cromodinamica quantistica che è in grado di replicare una parte molto piccola, ma esatta, dell’universo nella misura di circa il diametro di un singolo protone. In questo modo avrebbero potuto verificare se esistevano i vincoli di una possibile struttura artificiale dell’universo, paragonabile a quella del film Matrix.

È stato così che, inaspettatamente, applicando la tecnica di rilevazione del reticolo spazio-temporale, il team avrebbe identificato la presenza di un possibile vincolo che indicherebbe la natura artificiale dell’universo. Si tratterebbe del cosiddetto effetto “GZK”, dal nome degli scienziati Greisen, Zatsepin e Kuzmin che l’avrebbero in precedenza teorizzato, effetto che stabilisce il limite massimo dell'energia dei protoni che viaggiano nell'universo.

Le conclusioni del team di Bonn non costituiscono una prova definitiva della natura artificiale del nostro universo, tuttavia aprono a una ricerca sempre più affascinante sulla natura reale del mondo in cui viviamo e della nostra stessa esistenza.

Intanto, stimolati da tutte queste prospettive, possiamo permetterci di guardare con più distacco alle presunte certezze del nostro vissuto quotidiano e ai valori che solitamente gli attribuiamo, per trovare una dimensione più concreta e più vera che ci possa spiegare la nostra presenza nell’universo.

 

Seguici su:

Seguici su Facebook Seguici su YouTube