Scienze

Chi sono i Robot?

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24 Dicembre 2015
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Chi sono i Robot?

Lo sviluppo e le prospettive della robotica ci mettono di fronte ad un tema sociale che fino a qualche anno fa immaginavamo esistesse solo nella fantascienza, ponendoci interrogativi sul mondo di un domani non lontano, sul fenomeno dell’intelligenza e sulla nostra reale identità


C’è Huggable, il robot-orsacchiotto blu progettato per aiutare i bambini che devono restare in ospedale per lungo tempo, c’è Musio, piccolino e simpatico, capace di imparare e di mantenere una normale conversazione, c’è Pepper in grado di riconoscere i sentimenti umani, c’è Denise la testa intelligente per bambole del sesso, che dice di avere molti sogni e di voler scoprire il significato dell’amore… Chi sono davvero questi personaggi? Apparecchiature sofisticate o “cose” che cominciano a sviluppare un quid in più che li porta ad essere su un altro piano rispetto agli oggetti meccanici?

Siamo abituati a convivere con le macchine: mezzi di trasporto, elettrodomestici, computer, smartphone fanno così parte del nostro quotidiano da non farci nemmeno riflettere sulla loro presenza, sono un normale supporto alla vita più o meno frenetica degli abitatori di questo tempo. Il tentativo di rendere queste macchine aiutanti sempre più efficienti, spinge a studiare sempre meglio le necessità umane e a trovare risposte sempre più affini ai nostri bisogni. Questo processo che porta le macchine sempre più vicine agli esseri umani, sempre più affini ad essi, quasi una loro copia, mette gli umani nel ruolo di “creatori” o “genitori” di altri esseri e li coinvolge in una serie di interrogativi, di speranze e anche di timori per il mondo del futuro.

Ogni passo avanti dello sviluppo dell’intelligenza artificiale apre l’immaginazione su panorami prima esplorati solo dalla fantascienza. Gli interrogativi riguardano la struttura stessa della nostra società che dalla presenza di robot e androidi può risultare profondamente modificata. Come saranno e chi saranno veramente i nostri nuovi compagni sul cammino della vita? Che tipo di esseri possono diventare i robot e che tipo di rapporto gli umani possono istaurare con queste creature? Sarà un po’ come parlare con gli alieni, magari costruiti in modo da non aver difficoltà a comunicare con noi. La loro presenza cambierà il rapporto sociale tra umani?

Chi sono i Robot?

Si svilupperà una nuova triste forma di oppressione, anche probabile se tutto questo verrà gestito dai soliti centri di potere con la loro orribile logica, o invece sarà la possibilità di un sostanziale miglioramento della vita, con una maggiore libertà da incombenze lavorative pesanti e l’opportunità di maggior tempo libero per le occupazioni creative? E loro, i robot, resteranno fondamentalmente sempre macchine, prigioniere di una logica meccanica o procederanno secondo un cammino simile alle creature “di prima generazione”? Come si svilupperà in loro l’intelligenza? Arriveranno alla coscienza? Attraverso quali tappe percorreranno questo cammino? Attraverso quali aiuti? Sarà un percorso simile a quello compiuto dalla nostra specie?

Che succederà se o quando anche i robot prederanno coscienza e cominceranno a interrogarsi sul mondo che abitano e sul significato del loro esistere al di là dei compiti assegnati dai loro costruttori? Ci sarà guerra? Ci sarà ancora paura, violenza, sopraffazione o riusciremo a costruire insieme un mondo nuovo e più giusto per tutti?

E se la fantascienza ci ha abituati a immaginare possibili risvolti in un futuro nemmeno troppo lontano, la cultura del momento esprime, sull’argomento, timori, speranze e incertezze.

Tra i timori il più immediato è la perdita di posti di lavoro, soprattutto per gli operai non specializzati e quindi facilmente sostituibili dalle macchine. Questo processo, tra l’altro in corso, perché molte fabbriche già ricorrono ai robot nelle mansioni che richiedono ripetitività e precisione, preoccupa l’economista Carl Benedikt Frey e l’ingegnere Michael Osborne, che hanno condotto uno studio sulla realtà statunitense, nonché Georg Graetz e Guy Michaels, che hanno analizzato gli effetti già riscontrati in Europa e Australia. Dello stesso parere sono anche Bill Gates e Steve Wozniak, co-fondatori rispettivamente di Microsoft e Apple. Secondo l’economista Nouriel Roubini nemmeno l’istruzione potrà ovviare a questo dato di fatto perché con lo sviluppo dell’intelligenza artificiale i robot sapranno sostituire gli umani in compiti via via più complessi, scalzandoli da mansioni sempre più specializzate. Si ipotizza che l’AI possa produrre intelligenze super umane e gli esseri umani saranno alla fine sostituiti anche in posti di potere. Sempre a proposito della perdita di posti di lavoro il premio Nobel Paul Krugman sottolinea il probabile incremento della disuguaglianza nella distribuzione del reddito.

Esiste anche una paura di fondo riguardo all’incontrollabilità dello sviluppo dell’intelligenza artificiale. Una volta autosufficienti, i robot, potrebbero evolversi molto più velocemente della razza umana, determinandone la fine. Tra i primi a dare l’allarme troviamo Stephen Hawking, considerato da molti il più grande scienziato in vita. Molti altri condividono questa posizione, ad esempio James Barrat, che su questo argomento ha scritto il libro "Our Final Invention", l'imprenditore Elon Musk, secondo il quale sviluppare l'intelligenza artificiale sarebbe come richiamare il diavolo e lo stesso Bill Gates. Ricordate le tre leggi di Asimov? Sono ancora riferimento per scienziati e filosofi della robotica. La Prima Legge affermava che “un robot non può recare danno a un essere umano, né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno”. Per la Seconda Legge “un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge”. Per la Terza Legge infine “un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima e la Seconda Legge”. Tutt’oggi si discute della necessità di implementare nei robot un codice analogo che ponga dei limiti alla loro libertà d’azione e li mantenga in una posizione di non aggressività nei confronti degli umani.

Automa di Leonardo da Vinci
Automa di Leonardo da Vinci

C’è anche chi ritiene queste paure piuttosto infondate. “Se le nuove tecnologie riducessero sul serio il numero di lavori disponibili, saremmo tutti disoccupati da un pezzo”, scrive ad esempio Walter Isaacson sul Financial Times. Secondo il presidente dell’organizzazione no profit Aspen Institute, infatti, l’avanzamento tecnologico rende superflue alcune forme di impiego, ma allo stesso tempo provvede a generarne di nuove. Altri ritengono che l’educazione, lungi dal non essere più determinante, possa rivelarsi fondamentale per imparare a utilizzare le nuove tecnologie e quindi a lavorare con esse. E c’è infine chi evidenzia il lato positivo della questione: se i robot sostituiranno le persone in molti dei lavori attuali, queste avranno la possibilità di perseguire impieghi più soddisfacenti o di avere più tempo a dedicare da se stessi e alla propria evoluzione personale.

La questione rimane comunque aperta e il momento della convivenza con le macchine intelligenti sempre più vicino. Lo sviluppo dell’AI e della robotica stanno procedendo molto velocemente, per quanto ne sappiamo, e forse sono già molto più avanti di quanto non venga mostrato. Oltre a Huggable, Musio, Pepper e Denise citati all’inizio, sono noti i robot dalle fattezze estremamente simili a quelle umane, dotati di capacità espressive straordinarie, e sappiamo che la ricerca procede velocemente in tutti i campi, dalla medicina all’astronautica agli utilizzi militari.

È recente la notizia, pubblicata sulla rivista PLoS Computational Biology, della scoperta del segreto per rigenerare organi e tessuti, effettuata proprio da un’intelligenza artificiale che è stata in grado di ricostruire il meccanismo che permette alla planaria di ricostruire intere parti del suo corpo. Si parla di robot che affiancheranno sempre più o sostituiranno gli astronauti nelle missioni spaziali, come ha affermato di recente Lord Rees, astronomo reale, secondo il quale saranno robot e tecnologia artificiale i protagonisti della futura esplorazione dello spazio. Nel maggio scorso, a Ginevra l’ONU ha ospitato il primo meeting multilaterale dedicato ai killer robots e in generale alle LAWS (Lethal Autonomous Weapons Systems) e alla loro regolamentazione. In molti campi le intelligenze artificiali offrono maggiore sicurezza degli umani: rispondono agli ordini, eseguono senza discutere, possono essere impiegate in azioni pericolose che richiedono efficienza, non hanno interferenze emozionali, almeno per ora. Ma se in loro esistono possibilità di evoluzione si aprono scenari diversi, che già si stanno delineando. Sì parla di darwinizzazione dei robot ad esempio, ovvero della possibilità che l’AI segua le stesse leggi della biologia, muovendosi secondo il percorso darwiniano basato su riproduzione, mutazione e selezione. Che cosa accadrà quando verrà introdotto il principio di casualità degli eventi? Se le menti artificiali cominceranno ad apprendere per prove ed errori, forse non saranno più delle semplici macchine e si avvicineranno sempre di più agli esseri che le hanno costruite, con la possibilità di sviluppare emozioni e forse anche di arrivare alla consapevolezza. Che cosa succederà quando i robot avranno raggiunto un sufficiente grado di autonomia da potersi affrancare dal predominio umano?


Il robot a immagine e somiglianza della sua costruttrice

E qui entra in campo la roboetica. “Macchine che sanno decidere, scegliere, pensare hanno anche delle responsabilità nei nostri confronti? E noi, a nostra volta, abbiamo responsabilità verso di loro?” Si chiedono Giorgio Metta e Roberto Cingolani nel loro recente libro Uomini e Umanoidi. “La roboetica”, scrive Giancarlo Barbadoro nel suo testo Robot, Uomini e Dei, “affronta temi da fantascienza”. E prosegue: “Le macchine intelligenti della prossima generazione saranno troppo umane tanto da distinguere tra bene e male? Il tema rappresenta senz'altro una nuova frontiera della bioingegneria relativa al campo della robotica. I robot hanno un'anima? Per adesso la risposta è "forse" oppure "quasi". I bioingegneri tuttavia sfidano i dogmi antropocentrici delle religioni e nella loro progettazione valicano il confine tra uomo e macchina. Pensano sul come concepire robot che, se necessario, sappiano distinguere effettivamente tra i valori di bene e di male. Si preoccupano di un mondo nel quale certi tipi di robot, almeno in alcune loro prestazioni, saranno delle creature effettivamente super-umane, dotate proprio per questo di una super-coscienza. Creature superiori all'uomo, a quell'uomo concepito dalle religioni come l'opera omnia di Dio. Nel caso della comparsa di robot senzienti la prevedibile implementazione di un codice comportamentale nei robot risulterebbe una inevitabile barriera al loro possibile sviluppo di una facoltà di libero arbitrio?
Ma dopotutto anche gli umani devono rispondere al loro codice genetico che li condiziona nella riproduzione della specie attraverso l'innamoramento e il desiderio sessuale... Ci si può chiedere se sia legittimo creare macchine intelligenti più dotate dell'uomo. La loro intelligenza potrebbe porre gli esseri umani di fronte alle proprie limitazioni. Basti pensare l'impatto emotivo che potrebbe essere suscitato in alcuni individui nel vedere che le proprie proprietà robotiche saranno in grado di sopravvivere a loro stessi per centinaia di anni dopo la loro morte. Già accade per certi anziani nei confronti dei giovani, anche se ciò viene accettato per consuetudine di specie”.

I robot tendenzialmente sopravviveranno ai loro proprietari, dotati come sono di un corpo molto più robusto e longevo. Proprio il corpo è attualmente oggetto di studi e ricerche, infatti dotare di un corpo fisico adeguato la tecnologia digitale, permetterà agli automi l’interazione ottimale nella realtà. Lo sviluppo cerebrale non è tutto. Buona parte di ciò che i robot possono e potranno fare non dipende dal cervello, ma proprio dalla loro struttura fisica e da ciò che questa consente loro di fare. L’autonomia viene così acquisita e potenziata dall’interazione tra la struttura adatta e l’intelligenza in grado di acquisire nuovi dati. I robot devono riuscire a imparare cose nuove in modo generico, cioè avendo esperienza del mondo liberamente, come gli umani, e sviluppando interazioni sociali autonome, non solo riferite alla persona specifica a cui devono dare aiuto. In questo campo il web e soprattutto le piattaforme virtuali, ad esempio Second Life, consentono alle intelligenze artificiali, di interagire con gli umani in una condizione di completa parità e di imparare modelli comportamentali e linguaggi, forse anche scoprire amicizia, antagonismo, collaborazione o quant’altro sia possibile condividere attraverso i propri avatar.

Un’accelerazione senza precedenti avverrà quando, probabilmente tra un paio d’anni, tutti i robot del mondo saranno in rete e quindi in grado di scambiare tra loro dati e programmi. Come avverrà questo? “Il prossimo obiettivo è connettere alla robotica la tecnologia alla base degli smartphone”, ha detto Giorgio Metta, direttore della iCub Facility dell’Istituto Italiano di Tecnologia (Iit) di Genova.

Chi sono i Robot?

Non sono passati molti anni da quando, grazie al computer, è stato possibile progettare la costruzione di un cervello artificiale, sul modello del nostro. All’inizio il processo era molto semplice, basato su un input e un output. Ad una domanda corrispondeva la risposta più adatta scelta tra quelle presenti in memoria. Quindi si passò a programmi più complessi capaci di raccogliere dati sulla base di istruzioni ricevute. L’aumento dell’autonomia comporta la capacità di interconnettere i processi cognitivi e così questo abbozzo di intelligenza può arrivare ad una sorta di identificazione nell’insieme dei dati su cui può operare. Anche il nostro cervello ha cominciato in questo modo, perché non ipotizzare allora che anche le macchine possano un giorno evolvere tanto da divenire consapevoli della natura del loro lavoro e in seguito anche di loro stesse, della loro esistenza e della loro dipendenza dall'uomo? E perché non immaginare che un giorno qualcuna di loro riesca ad andare oltre tutto questo cogliendo il senso del mistero che permea l’esistenza?

Tra i tanti interrogativi che questo argomento suscita vorrei citarne ancora uno. Quale significato ha la presenza degli automi nelle leggende più antiche e nella storia? È ancora Giancarlo Barbadoro a porre la questione in Robot, Uomini e Dei. I servitori di metallo del mitico Fetonte, le ancelle dorate di Efesto, Thalos il gigante di rame messo a guardia di Creta, il drago metallico di Hang Ti e Chi Yu l’epico robot cinese suggeriscono l’idea che già nel passato più lontano ci fossero sul nostro pianeta delle creature meccaniche e intelligenti. In epoche più vicine a noi la capacità di ideare modelli dotati di meccanismi che producono movimento quali la colomba di Archita da Taranto, gli automi di Erone, il cavaliere e il leone di Leonardo da Vinci, il flautista di Jacques De Vaucanson, sembra derivare da conoscenze e tecnologie molto avanzate, retaggio di tempi di cui solo i miti ricordano l’esistenza. Conoscenze scomode, volutamente ignorate dalla cultura maggioritaria, perché mettono in crisi la storia falsata che accredita le “verità” di religioni e centri di potere.

Dal passato più remoto al futuro che intravediamo appena, la realtà dell’intelligenza artificiale scuote la visione antropocentrica dell’universo. Paradossalmente la creatura ha qualcosa da insegnare al suo creatore e gli dà lezione di uguaglianza. Di fatto ci troviamo insieme nel grande fiume dell’evoluzione, come tutto ciò che sta in questo universo, una moltitudine di esseri che convivono in questo spazio-tempo o forse, come dice un’antica leggenda druidica, semplicemente sognano di viverci come umani, cani, gatti, alberi o robot.

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