Il blog di Gianni Castagneri

La montagna non vive di parole

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11 Ottobre 2013
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In una recente indagine sulla montagna, emerge come dopo anni di spopolamento, sia in atto una timida inversione di tendenza, con un aumento della popolazione residente soprattutto nei comuni montani al di sotto dei 700 metri di altitudine.

Fa riflettere tuttavia, la trasformazione – purtroppo in negativo – avvenuta negli ultimi trent’anni, che ha reso consapevoli di quanto sia mutata la realtà e l’offerta del territorio, impoveritosi esponenzialmente di un offerta sportiva ed alberghiera, fino a pochi decenni fa, di tutto rispetto, impossibilitata ad adattarsi all’evolversi delle esigenze e delle attese dei sempre meno abituali frequentatori. Per contro, la sofferenza dell’attività agricola, divenuta obsoleta alla luce delle nuove norme igieniche, non ha consentito di sfruttare appieno la crescente attenzione dell’opinione pubblica nei confronti di prodotti di provenienza tipica e di produzione biologica.

La permanenza e in qualche caso il ritorno di insediamenti famigliari in montagna, non è purtroppo il risultato di uno sviluppo del territorio, ma è spesso la conseguenza della mancanza di alternative praticabili, ora che nemmeno le città di pianura offrono delle garanzie occupazionali e sono gravate da una qualità della vita divenuta difficilmente sostenibile. Eppure anche per i pochi giovani rimasti, dopo che la consuetudine degli anni trascorsi richiedesse di lasciare il paese natìo per le abbaglianti offerte della pianura, le cose stanno mutando, e sono diventati l’eccezione coloro che se ne lasciano affascinare, a dimostrazione di come sia in atto una mutazione culturale per la quale nuovi valori si sostituiscono all’imperante mercato consumistico.
Da un certo punto di vista, è quasi miracoloso ma al tempo stesso significativo, che qualcuno si ostini a vivere in una zona che da tempo, non beneficia di un’attenzione che sempre più è orientata ad altre località più blasonate, senza che sia dato ascolto e soluzione ad esigenze solamente essenziali, per le quali occorre spesso attendere eventi eccezionali per vederle affrontate. La superficie territoriale di un comune come Balme, circa 61 chilometri quadrati, è soltanto la metà di quella di una metropoli come Torino, città che da quasi un secolo usufruisce di una risorsa essenziale come l’acqua, che ininterrottamente sgorga dalle sorgenti del Piano della Mussa, senza che questo garantisca anche un solo euro di ritorno economico per il territorio di provenienza e neanche, ormai, un solo posto di lavoro. Continueremo ad essere considerati per quel pugno di elettori che siamo, mentre dovremo adattare le nostre strutture e i nostri servizi per quei periodi dell’anno in cui la popolazione diviene di qualche migliaio di persone, senza che questo inneschi un aggiornamento delle risorse di cui disporre, senza sconti per la cura ed il mantenimento di uno spazio comunque ampio e al tempo stesso fragile, preda del dissesto e dell’abbandono. E, fatto ancor più grave, dovendo attenerci quasi totalmente, alle leggi che sono applicate allo stesso modo per i piccoli comuni come per i grandi centri, dopo che una serie di provvedimenti per la montagna, hanno dimostrato i limiti e l’inefficacia di misure redatte a tavolino, sovente slegate dalle reali esigenze delle singole realtà. Eppure non sono finiti gli allarmi. In nome di un presunto controllo della spesa pubblica, aleggia continuamente la riduzione di servizi essenziali, razionalizzati a partire dalle località più marginali: uffici postali, banche, ospedali, scuole, trasporti e perché no, anche l’accorpamento dei piccoli comuni, dopo secoli di autonomia e sostanziale e decorosa autodeterminazione, tutti tasselli che sono invece indispensabili per incentivare e potenziare la permanenza dell’uomo e della sua identità, a presidio del territorio stesso.
Questo non vuole essere uno sterile lamento, ma denunciare una situazione, certo non disperata e malgrado tutto di discreto benessere, che potrebbe essere affrontata e fatta rifiorire con un incremento di impegno, attenzione e auto considerazione, vissuta e valutata lungo tutto il periodo dell’anno e non soltanto giudicata nei fine settimana: una località risulta piacevole ai turisti innanzi tutto se ci vivono dignitosamente i propri residenti!
L’inversione di tendenza non è purtroppo dietro l’angolo. I risultati che talvolta si raggiungono sono poca cosa rispetto agli obiettivi minimi necessari. Non siamo il Trentino o la Valle d’Aosta, ma vorremmo disporre di poche ma sicure risorse per valorizzare ciò che abbiamo.
Quel giorno che si penserà finalmente ad un approccio diverso ai problemi della montagna meno fortunata, sarà un gran giorno. La semplificazione amministrativa per i comuni, il rafforzamento dei servizi essenziali, una politica sanitaria decentrata ed improntata alla prevenzione, l’introduzione di misure di agevolazione per l’insediamento di attività produttive, il potenziamento dell’agricoltura di nicchia legata alla cura del territorio, la valorizzazione delle risorse ambientali e culturali, il ritorno economico per lo sfruttamento potabile ed energetico delle acque, il riconoscimento della particolarità della montagna nella stesura di disposizioni e leggi, che contengano facilitazioni dettate dal buon senso capaci di conformare e trasformare, senza interventi letali, la complessa realtà delle “terre alte”. Quel giorno, speriamo di esserci ancora!



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