Storia

La storia celtica della Valle di Susa

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06 Giugno 2013
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Il “Maometto”, l’incisione preistorica di Borgone

Una indagine storica sulle popolazioni che abitavano la Valle prima dei Romani


La comprensione della storia antica e protostorica ha molte lacune dovute ai pochi elementi di conoscenza in nostro possesso, sia a livello archeologico che documentale. Insieme a queste difficoltà, si aggiunge ancora il discorso non solo del tempo, ma dei luoghi, con le loro diversità e le varie civiltà che li hanno popolati.

Per la Valle di Susa e la limitrofa piana torinese, cominciamo a saperne qualcosa con l’avvento della romanizzazione. Vedremo infatti come i reperti archeologici di quell’epoca, ci offrono già sufficienti anche se non esaustivi spunti per comprendere la vita di quel tempo. Poco o nulla purtroppo abbiamo per i periodi precedenti, se non qualche episodio sporadico o qualche congettura legata ad altre esperienze spaziali che possono essere proiettate anche su questo territorio, per analogie e vicinanze territoriali.

Possiamo quindi senz’altro entrare in epoca protostorica nell’affrontare il nostro racconto, passando dall’età del bronzo, che probabilmente vide genti liguri e autoctone di inusitata provenienza, evolutesi dalla base antica dell’uomo preistorico di Cro-Magnon, a quella del ferro, dove avvengono le grandi invasioni di quelle razze celtiche, comandate da Belloveso (VI sec. a.C.) che, nel 390 a.C. per motivi demografici di vario genere, tra cui quelli più comuni come la mancanza di cibo o l’aumento eccessivo di popolazione in un territorio, giungono ai colli alpini del Monginevro o del Moncenisio, si stimano in circa 150.000 uomini, per scendere verso la pianura, e qui si fondono con le genti autoctone del luogo, quelle tribù pseudo-liguri o Camune, che dalla preistoria hanno preso forma, forse venendo anch’esse da altri luoghi, forse oltre la coltre d’acque del Mediterraneo, per essere a loro volta assuefatte agli usi e costumi del popolo celta e gallico.

Di questo periodo si sa ben poco, e quindi la fervida fantasia ha dato spunto a libere interpretazioni nel definire il possibile modo di vita delle tribù che abitavano i monti e il fondo della valle prima dell’arrivo dei Romani.

Nel percorrere la valle, gli appassionati di studi preistorici e di graffiti, non rimangono a bocca asciutta, in quanto qualche reperto si riscontra, come tutta una serie di massi e rocce coppellate, graffiti antropomorfi come quelli riscontrabili su un masso vicino al rifugio del Gravio presso Villarfocchiardo in bassa valle, o addirittura vere e proprie raffigurazioni, come l’edicola definita del Maometto, presso Borgone, che altri studiosi interpretano come un Giove dolicheno, ma sono tutti reperti di difficile databilità e di provenienza dubbia, inoltre non sono molti.

Sappiamo che il periodo in cui i Celti giunsero in Italia dall’attuale territorio francese proprio con la loro discesa attraverso i passi alpini tra cui quelli della valle come il Moncenisio, il Monginevro e altri colli minori, è datato dagli storici attorno al VI e IV secolo a.C.

Per giungere alla storia, intesa come acquisizione di documentazione scritta, ci si arriva con il cosiddetto primo episodio che fa entrare di diritto nella storia il territorio piemontese: la traversata delle Alpi da parte dell’esercito cartaginese di Annibale avvenuta nell’ottobre del 218 a.C. Inizia la seconda guerra punica, che per vent’anni interesserà e devasterà il territorio italico, ma passerà come una meteora nel territorio valsusino e torinese, in quei probabili trenta giorni, nove per passare le Alpi, probabilmente dal Monginevro o dal Col du Clapier (2482 mt.) a sud dell’attuale Moncenisio, passando lungo la Val d’Isère e la Valle dell’Arc, ed un’altra ventina per giungere al Trebbia, fiume dell’attuale piacentino, dove si svolse il primo scontro diretto con i Romani.


L’altare celtico di Susa

Tito Livio, storiografo ufficiale dell’Impero Romano, diede una versione che indicava il valico del Monginevro come possibile via utilizzata dal condottiero cartaginese. Altre versioni si aggiunsero in seguito, che peroravano il passaggio del grande Generale, come quella del Col Mayt che porta per via della Valle Argentera, verso Cesana, nell’area di congiunzione tra le valli Chisone e Susa. Altre interpretazioni e ipotesi di valichi omettiamo in questa sede perché non interessano la Valle di Susa.

Tutte queste tesi originarono una grande confusione sui possibili itinerari, che ancor oggi appassionano storici, ricercatori e archeologi. Ad ogni modo, la descrizione dettagliata di Livio, al di là della localizzazione del valico utilizzato, ci riferisce un viaggio che nessuno per quei tempi avrebbe potuto affrontare ed immaginare: “ Il nono giorno giunsero sul valico delle Alpi, attraverso paesaggi per lo più inaccessibili e con deviazioni causate (…) da inganno delle guide (…). Si pose il campo sul valico per due giorni e vi si diede riposo alle truppe stanche del cammino e dei combattimenti (…). Poi i soldati ridotti a dover aprirsi nella roccia una via, la sola che era possibile, poiché bisognava spaccare la pietra, vi eressero intorno ingenti cataste di legna, con alberi abbattuti e tagliati, e con favore del vento che si era levato alimentando le fiamme, vi appiccarono il fuoco, e infondendo aceto sulla pietra ardente, la resero friabile. Apersero poi col ferro le rupi incandescenti, e resero più agevole la discesa con brevi svolte per le quali si potessero far discendere non i soli muli ma anche gli elefanti. Quattro giorni si spesero intorno alla roccia, sicché i muli quasi morivan di fame (…). In tre giorni poi si discese al piano, che più miti si trovarono ormai tanto i luoghi quanto l’indole degli abitanti.” (Livio, XXI, 54)

Alla vigilia della romanizzazione avvenuta attorno alla seconda metà del II secolo a.C., sappiamo dagli storici che gli abitanti celto-liguri della valle erano divisi in tre gruppi (Belaci, Segovii e Segusini), nomenclati dai Romani in unica stirpe definita genericamente dei Taurini. Difatti da un passo della sua opera geografica (IV, 6, 6,) datata attorno all’ultimo ventennio del I sec. a.C., Strabone afferma come sul versante alpino rivolto verso l’Italia abitassero i Taurini, tribù ligure, e altri liguri, appartenenti alla cosiddetta terra di Donno o di Cozio. L’aggiunta voluta dall’autore di una specificazione che identifica “altri liguri”, ai citati Taurini, ci porta a interpretare come una genericità poco chiara nella determinazione dei ceppi delle varie tribù che abitavano in quel tempo i territori valsusino e torinese.

Taurini significherebbe secondo l’etimologia celto-ligure, popolo dei monti, e verrebbe collocato in tutto il territorio montano torinese sino alla piana taurinense.

Secondo il parere dello storico Dario Vota (I tempi di Cozio, La valle di Susa e il mondo romano dall’incontro alla prima romanizzazione, Morra, 1999), nella Valle Susa, soprattutto per la sua parte bassa, si delineerebbe per l’epoca pre-romana, il quadro di una società essenzialmente subalpina, aperta ai contatti transalpini in special modo al possibile controllo dei passi montani e probabilmente anche padani, sui quali una percorrenza per scopi commerciali doveva essere ben più frequente di quella per scopi militari. Ne deduciamo quindi che la struttura abitativa e culturale poteva essere discretamente uniforme, sia per la zona valliva che per quella della pianura torinese.

I modi e i metodi dell’insediamento Taurino dovevano assomigliarsi a quelli delle tribù di cultura celtica propriamente detta, attraverso un assetto territoriale di villaggi sparsi, con rare formazioni di agglomerati protourbani, come si può ipotizzare per una Torino pre-romana: Taurasia o Taurunum come si voglia definire, sulla base delle varie interpretazioni giunte sino a noi da storici e scrittori. Quindi l’area torinese e quella Valsusina non dovevano differire troppo nella struttura dello stanziamento, caratterizzato sicuramente in entrambe le zone, da nuclei abitativi sparsi di limitata consistenza numerica. Se vogliamo tentare di definire possibili differenze, possiamo ipotizzare che queste siano da ricercarsi nelle dinamiche stesse delle differenze geologiche, territoriali e naturali. Nell’area montana, si poteva trovare un ambiente più stabile ed autarchico, valido per tutti i due versanti, con base economica prevalente verso la pastorizia transumante, integrata dalla caccia e dallo sfruttamento boschivo. Quella padana doveva essere più articolata ed aperta a scambi commerciali, anche per via fluviale tramite il Po, con una limitata attività agricola dedita prevalentemente all’autoconsumo di cereali.


Uno dei massi coppellati del monte Musiné

Nel periodo pre-romano sembra che vi fossero in valle quattro oppida, cioè villaggi, che nella definizione geografica insediativa dimostrerebbero il forte legame con il controllo dei punti chiave dell’area valsusina: l’apertura sulla pianura (Ocelum), la conca di Susa (Segusio), la stretta di Exilles (Excingomagus), la base del valico (Goesao).

Su Ocelum, probabile sito di pianura, organizzato in un villaggio stabile, in funzione di controllo della pista verso e lungo la valle, ne parla Giulio Cesare nel De Bello Gallico: ”Ibi Ceutrones et Graioceli et Caturiges locis superioribus occupatis itinere exercitum prohibere conantur. Compluribus his proeliis pulsis ab Ocelo, quod est oppidum citerioris provinciae extremum, in fines Vocontiorum ulterioris provinciae die septimo pervenit; inde in Allobrogum fines, ab Allobrogibus in Segusiavos exercitum ducit. Hi sunt extra provinciam trans Rhodanum primi.“: “Dopo essere stati respinti in parecchie battaglie, il settimo giorno Cesare arriva nel territorio dei Vocontii nella Provenza Citeriore da “Ocelo”, che è il villaggio più lontano della Provenza Citeriore; quindi conduce l'esercito nel territorio degli Allobrogi, (e) dagli Allobrogi ai Segusini. Questi sono i primi (popoli) fuori dalla Provincia oltre il Rodano.” (Libro I Cap. X).

Difatti a livello archeologico non sussistono prove inconfutabili della sua ubicazione ma solamente ipotesi su interpretazioni di reperti rinvenuti in varie località inserite nel probabile territorio in cui questo villaggio poteva essere ubicato. Si ventilano da studi archelogici, quattro zone identificabili nel territorio tra Condove, Villardora e Almese, nei pressi della Sacra di San Michele.

Per essere più precisi, alcuni studiosi come Fabretti (1875), Prieur (1968), Fogliato (1990) propendono per la zona di Drubiaglio. Il Promis (1869), Mommsen (1877), e Barruol (1969) propendono per l’area della Chiusa di San Michele o “Chiuse Longobardorum”, anticamente denominata dai Romani: Ad Fines Cottii, cioè il confine tra il Regno di Cozio e la piana taurina. Il Cavargna (1986), e Grazzi – Cielo (1997) propendono per l’area di Torre del Colle – Villardora, mentre Ferrero (1888), Chiaudano (1939), Doro (1942), Wataghin (1981) e Patria (1993) la identificano nella zona di Caprie – Novaretto. Si è riscontrata una legenda che visualizza la parola “OCELUM” nel primo vaso scoperto a Vicarello, mentre nel secondo vaso si è riscontrata la scritta “OCELO”. Da scoperte di questo tenore, l’area viene collocata anticamente ad una ventina di miglia da Augusta Taurinorum.

Oltre a Cesare, come abbiamo visto, anche Strabone (V,1,11) accenna a questo luogo, come limite della terra di Cozio: “Da Ocelo inizia la Keltikè (Gallia Narbonense)”, affermando ancora che “da Excingomago (Exilles), inizia l’Italia.” In quest’area si ipotizza che vi fosse la sede della dogana più antica dell’epoca, dove si doveva pagare una tassa che finanziava direttamente l’erario imperiale, per accedere alle Gallie. La Quadragesima Galliarum corrispondeva alla quarantesima parte del valore delle merci in transito. Si può considerare la più importante dogana di terra dell’età romana, tenendo in considerazione come le Gallie per oltre un secolo furono il territorio di maggior ricchezza economica che spostò ad occidente il baricentro dei commerci di quel periodo. L’importanza di quest’area è confermata dal ritrovamento di un‘iscrizione di un ispettore di Ad Fines, promosso cassiere alla dogana di Lione, che prova come gli incarichi effettuati in valle, portassero a promozioni direttamente nella più importante dogana di tutte le Gallie. Un secolo più tardi sembra che, dagli itinerari romani, questa dogana venne spostata più in basso di alcuni chilometri, verso la sottostante pianura, probabilmente per portarla in un’area più funzionale che acquistò il nome di “Ad Fines”, per indicare il confine tra le Gallie e l’Italia dell’epoca.

L’oppida identificato nella conca di valle è senza dubbio Susa, sebbene i resti archeologici romani lascino ben poco spazio alla identificazione di resti di datazione precedente. Pur avendo un’abbondanza relativa di fonti storiche, non si hanno tuttavia citazioni sulla città di Susa, che siano anteriori alla costruzione dell’arco di Augusto, o alla prima decade dell’era volgare.


Le “ruote solari” di Villarfocchiardo

Questa riflessione per alcuni storici mette un valido dubbio sulla possibilità che il centro principale delle popolazioni indigene fosse localizzato sulla rocca di Exilles, perché situata in una posizione più interna e quindi sicuramente migliore per controllare il passaggio dei mercanti e per difendersi da possibili attacchi provenienti dalla piana taurinense. Susa quindi potrebbe essere stata meno importante di quel che si pensa prima dell’acquisizione del Regno di Cozio da parte dell’Impero romano.

Per quanto riguarda il passaggio alla media valle verso l’alta, identificato nella stretta di Exilles, vi sono state alcune controversie tra esperti prima di accettare come valida l’ipotesi che l’oppida di Excingomagus fosse nel territorio dell’attuale Exilles, e con molta probabilità nel luogo dove ora sorge il forte settecentesco di fattura sabauda. L’altra ipotesi avanzata da uno studioso locale, che da un’attestazione epigrafica segusina di età augustea legata alla famiglia degli Excingi ritiene di attestare Excingomagus nell’area della città di Susa, è ritenuta da molti un po’ fantasiosa, anche se Strabone collocava il villaggio sul versante italiano delle Alpi, a 28 miglia da Ocelum. Questo sito doveva essere oltre che un centro di difesa, un luogo di incontro o sede di mercatura, collegabile a una via di passaggio. Il toponimo attuale deriva dal medievale Sillis o Exillis, che mostrano la trasformazione del celtico latinizzato *ixélleus, *ixellus (“in ixellis”), a sua volta resa latina del celtico *ixsellos “basso”. La forma originaria voleva dunque significare “luogo di raduno o di pascolo nei campi in basso”. La prima parte del nome deriva dal celtico excingos “attaccante, eroe”, formato su una radice *cing- “marciare, avanzare”, per cui cingetos è “colui che avanza nelle schiere, guerriero”, Vercingetorix è “supremo (ver-) re (rix) dei guerrieri” ed excingos è “colui che eccelle o si distacca dalle schiere, eroe”. Per il toponimo “Excingomagus” conviene rifarsi al significato originario “il campo degli eroi” identificando o la memoria di una battaglia storica o più probabilmente il punto prefissato di raccolta dei guerrieri in occasioni periodiche o in caso di emergenza. Era tipico concordare un primo punto di raduno dei giovani dipendenti da una stessa unità territoriale per far confluire tutte le truppe di una certa area nell’esercito comune: la posizione di Exilles si presta ovviamente al confluire di guerrieri da tutta l’alta Valsusa sia per contrastare eventuali attacchi, come punto di concentrata resistenza in caso di arrivo di nemici dal basso, sia per concorrere alle armate del re di Susa. D’altra parte la zona era attribuita ad una distinta unità etnica, identificata dalla maggior parte degli studiosi con quella dei Segovii (“i vittoriosi”).

L’ultimo oppida per difendere e controllare la base del valico, è stato identificato nel territorio dell’attuale Cesana. Goesao doveva trovarsi ai piedi del colle del Monginevro.

Sempre secondo il Vota (op. cit.), Tutte queste tracce seppur limitate di popolamento pre-romano della valle, potrebbero segnalare il territorio verso la direttrice di collegamento con il Monginevro, come una delle zone in cui si concentrava, anche se in maniera piuttosto scarsa, l’insediamento della popolazione genericamente detta Taurina dalle fonti romane. Specificando meglio, sembrerebbe che nel periodo pre-romano Gesao (attuale Cesana), fosse il villaggio del territorio dei Segovii, Excingomagus (attuale Exilles), quello dei Belaci, e Segusio (attuale Susa), quello dei Segusini. Ocelum sarebbe stato ai limiti della pianura, già nella terra dei Taurini propriamente detti, sino a Taurasia e oltre, verso sud.

Comunque le popolazioni di questo territorio avevano una realtà sociale il cui isolamento, in un contesto in cui gli insediamenti erano sparsi e frammentati, le manteneva in ritardo nell’evoluzione urbana rispetto ad altre aree del Piemonte, in modo tale che quando nell’assetto giuridico romano della Transpadania, normato dalla lex Pompeia dell’89 a.C., i Taurini potrebbero essere stati discriminati nella concessione della latinitas e penalizzati proprio per questa frammentazione insediativa, magari tenuti in una condizione giuridica subalterna e associati alla colonia romana più vicina allora esistente.


Danilo Tacchino è scrittore e poeta ed è stato docente di sociologia all'Università Popolare di Torino. Ha pubblicato numerosi volumi sul fenomeno UFO e su storia e folclore piemontese e ligure. È stato responsabile regionale del Centro Ufologico Nazionale (CUN) dal 1989 al 2000

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