Storia

Le meraviglie della "Domus Aurea" - 1

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21 Dicembre 2012
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Colle Oppio, Terme di Traiano. La Cisterna delle 7 Sale, sopra la Domus Aurea di Nerone

L’imperatore Nerone, che si definì l’ultimo pagano, nel 64 d.C. fece edificare la sua misteriosa “Casa Dorata”, una vera meraviglia artistica e tecnologica dedicata al culto del “Sol Invictus”


La scoperta

Verso la fine del 1400, un giovane, cadendo accidentalmente all’interno di una fessura nel terreno sul Colle Oppio, con sorpresa si ritrovò dentro una grotta con figure dipinte. Tra le persone si diffuse molto velocemente la voce di questo incredibile ritrovamento, fino ad arrivare agli artisti romani i quali, per vedere con i loro occhi gli antichi affreschi, si calarono all’interno della grotta appesi a delle corde.

Tra questi artisti, che chiamarono queste opere “grottesche” perché rinvenute all’interno di grotte, c’erano anche Pinturicchio, Raffaello e Michelangelo, la cui arte fu indelebilmente influenzata da quegli anonimi e antichi pittori. Ad esempio Raffaello ne fu ispirato per dipingere le decorazioni delle logge del Vaticano.

Qualche anno dopo, nel 1506, scavando sempre sul Colle Oppio, in una vigna, venne disseppellito il gruppo scultoreo del “Laocoonte” che raffigura l’estremo sacrificio del sacerdote troiano e dei suoi figli, condannati per essersi opposti all’ingresso del cavallo acheo all’interno di Troia. Di questa importante scultura parla anche Plinio il Vecchio (23-79 d.C.), scrittore romano che sintetizzò la conoscenza scientifica del suo tempo nei 37 libri della “Naturalis Historia”.


La storia

Soltanto con il passare dei secoli fu svelato che le grotte del Colle Oppio erano ciò che restava dell’originale e famosa “Domus Aurea”, termine latino che in italiano significa “Casa Dorata”, fatta edificare da Nerone, imperatore di Roma dal 54 al 68 d.C.

Ma perché la Domus Aurea era ridotta in quelle condizioni?

Dopo la morte di Nerone nessuno degli imperatori successivi voleva avere a che fare con le sue idee e proprietà, perciò il terreno dove era stata costruita la Domus Aurea, venne restituito al popolo e in un decennio la dimora venne spogliata dei preziosi rivestimenti, delle sculture e infine riempita di terra fino alle volte.


Colle Oppio, Terme di Traiano. Esedra sud-occidentale e portico antistante

Nel 72 d.C. Vespasiano prosciugò il laghetto e fece costruire l’Anfiteatro Flavio o Colosseo. Nel 79 d.C. sul Colle Oppio iniziarono i lavori per edificare le Terme di Tito, forse per riadattare i bagni privati della Domus Aurea. Nel 109 d.C., trent’anni dopo, sullo stesso colle anche Traiano fece costruire le Terme, di cui oggi restano soltanto alcune rovine. In breve, in quarant’anni la Domus fu spogliata delle sue bellezze e sepolta dai nuovi edifici che la occultarono completamente. Per fortuna la sabbia introdotta negli ambienti preservò i dipinti dei muri dall’umidità.

Vediamo in sintesi la riscoperta della famosa casa.

Tra il XVII e il XVIII secolo vennero eseguiti i primi scavi e liberate alcune stanze, nel secolo XIX venne tolta la terra da una cinquantina di camere, ma nel XX secolo, a dimostrazione di come le disavventure di questa famosa residenza non erano ancora terminate, Antonio Munoz, Direttore della Regia Soprintendenza ai Monumenti del Lazio dal 1914 al 1928, dirigendo i lavori di sistemazione del Parco del Colle Oppio inserì i ruderi delle Terme di Traiano all’interno dei giardini, trascurando le sottostanti e più antiche mura neroniane.

I lavori per riportare alla luce gli ambienti della Domus Aurea ripresero dal 1939 ininterrottamente fino ad oggi.

Al momento, la residenza del Colle Oppio non è visitabile dal pubblico perché l’umidità del terreno sovrastante provoca continue infiltrazioni di acqua, deteriorando gli ambienti e gli affreschi che perciò necessitano di continui restauri.


L’incendio di Roma del 64 d.C.

Nel luglio del 64 d.C. un incendio devastò la maggior parte della città.

All’epoca Roma era divisa in 14 regioni o quartieri, 13 sulla riva sinistra del Tevere e uno sulla destra che si chiamava “Regio Transtiberina”. Di questi, tre furono totalmente distrutti dal fuoco e sette gravemente danneggiati; soltanto quattro rimasero intatti. Purtroppo le strutture edilizie di quel tempo avevano numerose parti in legno, solai, sopraelevazioni e ballatoi, che insieme alle vie strette e tortuose resero facile e veloce la propagazione del fuoco; inoltre i romani nelle loro case usavano regolarmente fiamme libere per l’illuminazione e la cucina.


Ara dedicata al Dio Sole della seconda metà del I secolo d.C. conservata ai Musei Capitolini del Campidoglio di Roma

Nella devastazione dell’incendio morirono in migliaia, mentre le circa duecentomila persone rimaste senza un tetto vennero ospitate in strutture provvisorie dove furono accudite con generi di prima necessità e rifocillate con viveri provenienti dagli altri paesi.

Carlo Maria Franzero nel suo libro “La vita e i tempi di Nerone” racconta la ricostruzione della città dopo l’incendio. I quartieri bruciati furono riedificati seguendo un ben preciso piano regolatore, le case dovevano rispettare lo stesso stile e la medesima altezza, le piazze dalle quali si diramavano a stella vie alberate dovevano essere di dimensioni proporzionate. Nei palazzi il legname fu escluso il più possibile per limitare la principale causa di incendio e proprio per tale evenienza furono anche previsti serbatoi di acqua, mentre la stessa acqua fu dichiarata di pubblica proprietà e tutti i cittadini avevano il diritto di usufruirne.

Anche nel testo “Domus Aurea Neronis Roma” di Roberto Luciani e Leandro Sperduti vengono riportate le precauzioni che le autorità adottarono per evitare la diffusione di eventuali futuri incendi. Gli edifici dovevano avere una altezza limitata, furono fissate le percentuali di impiego di particolari materiali edilizi e infine tra i palazzi doveva essere lasciato uno spazio vuoto per ostacolare la propagazione delle fiamme.

Anche la “Domus Transitoria”, la precedente casa di Nerone che occupava i quartieri del Palatino e del Celio, fu parzialmente danneggiata dall’incendio e in seguito venne restaurata o forse ricostruita per essere trasformata in una casa di transito.

Dopo la devastazione del fuoco l’imperatore approfittò dell’occasione per farsi costruire una nuova Domus degna del suo rango, molto più bella e monumentale.


Una città autonoma

La casa fatta costruire dall’imperatore era una meraviglia dell’epoca, una villa raffinata che rispecchiava il livello artistico e di vita dell’Impero, composta da un totale di ben 300 stanze. Il vestibolo d’ingresso si trovava sulla Velia fino alla Casa delle Vestali nel Foro romano, ed era formato da un triplice portico dove si innalzava il Colosso bronzeo con l’effige di Nerone.

Plinio il Vecchio assistette alla sua costruzione annotandone le vicende nella “Naturalis Historia”, ma ne parlò diffusamente anche lo storico e senatore romano Tacito (55-120 d.C.), nella sua opera gli “Annales”.

Secondo Tacito, Nerone chiamò gli architetti romani Severo e Cèlero definiti “magistri et machinatores”, per progettare un gruppo di palazzi originali e singolari che occupavano l’area sud-orientale di Roma, ovvero le colline del Palatino, del Celio e dell’Esquilino fino al colle Oppio, per una estensione di 2,5 chilometri quadrati corrispondenti a 250 ettari, inclusi anche giardini, boschi e vigne. Nella vallata in mezzo alle alture dove negli anni seguenti verrà innalzato il Colosseo, allora c’era un profondo laghetto chiamato “Stagnum” dal poeta Marziale (41-104 d.C.) o anche Lacus Neronianus, in parte artificiale e in parte alimentato dalle acque del Rio Labicano che a quei tempi scendeva dall’odierna via Labicana. Intorno al bacino d’acqua c’erano degli edifici analoghi a porti marittimi.


Antico dipinto raffigurante la Domus Aurea

La costruzione della Domus Aurea introdusse una serie di innovazioni nel lusso e negli ornamenti, simili a quelle dei palazzi della corte di Alessandria d’Egitto e delle dinastie orientali.

Il palazzo residenziale vero e proprio era edificato su una terrazza artificiale del Colle Oppio, rivolto verso sud per sfruttare la luce e il calore solare e orientato secondo i punti cardinali. Questa parte della casa rappresentava l’ala orientale della Domus ed era composta da ambienti quasi tutti con la volta a botte, alti dai 10 agli 11 metri, costruiti con materiale laterizio e disposti intorno alla Sala Ottagonale posizionata verso il sole dell’equinozio d’autunno del 64 d.C. La cosiddetta Ottagona era provvista pure di una grossa cupola centrale con un foro chiamato anche occhio, per vedere il cielo e per far entrare la luce del giorno; un tipico edificio in uso tra le culture indigene del pianeta, come ad esempio i Kivas della tribù indiana degli Hopi, dove il foro al centro ha l’importante significato dell’evoluzione dell’uomo posto tra cielo e terra. Inoltre, come sottolineano alcuni archeologi, tutta questa porzione del fabbricato ricalca il simbolismo del culto solare, per via della suddivisione a raggiera delle pareti laterali della Ottagona.

La Sala Ottagonale rappresenta un caposaldo dell’architettura romana, per l’incredibile precisione esecutiva e la sbalorditiva e inaspettata capacità di controllare l’uso dei laterizi e del calcestruzzo da parte dei costruttori.

In merito a questa famosa sala, Giuseppe Lugli nel suo libro “La Domus Aurea e le Terme di Traiano” suggerisce un prezioso parallelismo: “Si arriva alla Sala Ottagonale, illuminata da un foro rotondo nel mezzo della volta a guisa del Pantheon e contornata da cinque stanze disposte a raggiera con geniale soluzione planimetrica”. La costruzione a “padiglione semplice” della volta di questa stanza ricorda indubbiamente il Pantheon, il Tempio pagano dedicato a tutti gli Dei che possiede anch’esso la volta con il foro centrale e che fu fatto ricostruire dall’imperatore Adriano molti anni dopo l’Ottagona di Nerone, tra il 118 e il 128 d.C.

Lo scrittore romano Svetonio (70–126 d.C.) membro della corte imperiale, che grazie al suo ruolo poteva avere accesso a preziose informazioni di prima mano riportate nel suo testo “Vite dei Cesari”, riguardo la casa sul Colle Oppio dice che era essenzialmente una residenza per le feste, dove gli architetti avevano messo a punto dei meccanismi che facevano ruotare il soffitto della cupola per far vedere il cielo, nei soffitti delle sale da pranzo erano nascosti tubi da cui pioveva una rugiada di profumi sui commensali e petali di fiori, inoltre con un piccolo tocco le pareti potevano spostarsi e mostrare diverse decorazioni. Aggiunge ancora Svetonio che presso gli appartamenti imperiali, la volta dell’aula dei banchetti era una cupola che rappresentava il cielo, nell’interno della cupola le stelle e le costellazioni tracciate in oro e diamanti sorgevano e tramontavano secondo il ciclo celeste, inoltre le stelle fisse su perni, segnavano il giorno e la notte riproducendo il passaggio del Sole e della Luna. È chiaro che le volte che raffiguravano il cielo stellato, insieme a tutti i riferimenti astronomici presenti nelle sale della Domus, fanno pensare a dei veri e propri templi simili a quelli delle culture dei Popoli naturali.


Particolare della riproduzione in marmo del Galata Morente con il Torque celtico al collo, Musei Capitolini

Infine secondo Plinio il Vecchio, alcune pareti della sala banchetti erano dipinte con le terre del mondo conosciuto, per permettere all’imperatore di osservare l’estensione del suo Impero.

Nel portico o cortile interno posto al centro della casa, chiamato anche peristilio, c’era il bacino di una fontana di porfido rosso a forma di tazza, che dopo la dismissione della Domus fu trasferito nella Rotonda Vaticana dove si trova attualmente.

Tutta la residenza era così enorme che i commenti più sarcastici ispirarono famosi versi satirici: “Roma è oramai una sola casa; migrate a Veio, o Quiriti, se questa casa non occuperà anche Veio”.

Lo scultore Zenodoro di origini greche, fu incaricato di forgiare una statua di Nerone fusa in una lega di bronzo con dorature, che secondo Plinio il Vecchio misurava 110 piedi coincidenti a 33,5 metri, mentre secondo Svetonio era di 120 piedi corrispondenti a 36,6 metri.

Il Colosso di Nerone fu scolpito a somiglianza del più famoso Colosso di Rodi, una statua in bronzo dedicata al Dio Helios che lo scultore greco Carete di Lindo fece nel III secolo a.C. Ma la statua di Nerone era più alta, sul capo aveva una corona munita di sette raggi lunghi sei metri e settantacinque centimetri, nella mano destra reggeva una sfera d’argento che rappresentava la Terra e nella sinistra una spada come simbolo di dominio. La presenza della sfera nella mano del Colosso è la conferma che in antichità già si sapeva che il nostro pianeta è sferico. Ne erano a conoscenza Pitagora, Aristarco di Samo e anche Plinio il Vecchio che nella “Naturalis Historia” descrisse la Terra come un globo imperfetto a forma di pigna.

Il Colosso di Nerone fu collocato nell’atrio della Domus verso il Foro Romano e poteva essere visto da ogni punto della città. Entrambi i Colossi, sia quello di Rodi che quello di Nerone, erano dedicati al Dio Sole Invitto, simbolo principale dell’antico culto pagano di Mithra al quale probabilmente Nerone apparteneva. Del resto Nerone stesso si definiva “l’ultimo pagano”.

Negli anni dopo la morte di Nerone, gli imperatori al potere mantennero il Colosso come monumento dedicato al culto del Dio Sole, oggi possiamo vederne soltanto alcuni particolari pervenutici attraverso monete romane: la più antica ovviamente raffigurava Nerone, ma le teste cambiavano a seconda dell’imperatore che regnava. Quando la statua del Colosso fu smontata e fusa, la sua storia si tinse di leggenda, di essa si diceva che era tutta d’oro e risplendeva nelle tenebre e che era dotata di un meccanismo che la faceva ruotare seguendo il Sole.


Mappa della Domus Aurea

Ma perché di una statua così imponente come il Colosso di Nerone, costruita con una tecnologia evidentemente molto evoluta, non se ne parla all’interno della storia dell’Impero romano?

In questa ottica va rivisto anche l’utilizzo dell’Anfiteatro Flavio: la sua costruzione inizia ufficialmente nel 72 d.C. ad opera del primo degli imperatori della dinastia dei Flavi che regnarono dopo la morte di Nerone dal 69 al 96 d.C., anche se nel suo interno sono state rinvenute murature in “opera reticolata” che fanno pensare a un contributo di Nerone. Tra l’anfiteatro e la salita della Velia fu allestita pure una fontana chiamata “Meta Sudans”, formata da una vasca circolare con un cono centrale dal quale proveniva l’acqua. La fontana fu attiva per tutto il Medioevo e l’età moderna, fino a quando nel 1936 fu inspiegabilmente demolita insieme ai resti della base del Colosso di Nerone.

Nel Medioevo l’Anfiteatro prese il nome di Colosseo, probabilmente per il vicino Colosso che rappresentava il “Dio Sole” nel quale Nerone si riconosceva; i “Mirabilia Urbis” - dei preziosi e ricercati libretti del XII secolo stampati nel XV, che servivano da guida ai pellegrini in visita presso la città eterna - ipotizzavano che negli anni successivi la statua dell'imperatore condizionò le attività del Colosseo che perciò fu chiamato “Tempio del Sole”. I sacerdoti del culto del Sole vivevano nei pressi del “Tempio” e ai visitatori facevano venerare la statua del Sole. L’antropologa Cecilia Gatto Trocchi nel suo libro “Storie e luoghi segreti di Roma” descrive ampiamente la storia sconosciuta del Colosseo ripresa dai “Mirabilia Urbis”: “Grande e maestoso era il Tempio coperto di un cielo fittizio azzurro e splendente trapunto di stelle, con sottili fenditure da cui filtrava la pioggia … C’era disegnato il Sole e la Luna e tutto ruotava secondo l’ora del giorno o della notte. Al centro del preteso Tempio c’erano due quadrighe, una d’oro e l’altra d’argento con le statue del Sole dorato e dell’argentea Luna …”

Un edificio immenso al cui centro c’era una colonna di bronzo alta cinquanta metri su cui poggiava il tetto a forma di cielo, con anche sedici cappelle anch'esse rivestite di bronzo dove si trovavano le statue di Saturno, Cibele, Marte, Apollo, Venere, Mercurio, Diana, Giano, Vulcano, Giunone e Nettuno, alcune d’oro, altre di cristallo. Inoltre c’erano tantissime pietre preziose tanto da farlo risplendere di pura luce. Il Colosseo così rappresentato era un sorprendente edificio frequentato da moltissime persone e chiamato anche “Tempio degli Dèi”.

Invenzioni o realtà?


Moneta raffigurante il Colosso di Nerone

Ma anche in questo caso sui libri di storia non si parla assolutamente del “Tempio del Sole”, mentre ci è stato insegnato che il Colosseo veniva usato esclusivamente per le lotte tra i gladiatori e per gli spettacoli di caccia, se la caccia con animali ignari può essere considerata una festa. Del resto oggi è difficile trovare riscontri a queste leggende sul “Colosseum”, in quanto nei secoli seguenti esso fu l’oggetto di devastazioni di ogni tipo; durante le guerre civili fu usato come fortezza, fu incendiato dai barbari, ma fu soprattutto sfruttato come cava di materiali da prelevare per altre costruzioni. Forse è per questo che è sparito il tetto!

Ovviamente non è il caso di illudersi, oramai tutti sappiamo che le vicende che ci fanno studiare sono quelle scritte a posteriori dai vincitori e in questa città a vincere sono stati i rappresentanti della religione cristiana, che nei secoli hanno provveduto a nascondere il passato pagano di Roma.

Torniamo alla Domus Aurea. Fu rivestita da pavimenti in mosaico, da marmi colorati, da foglie dorate, da dipinti sulle volte eseguiti dai molti artisti che lavoravano sotto la direzione del pittore Fabulo, definito il “maestoso” perché maneggiava la tavolozza e i pennelli con solennità. Come ci dice Plinio il Vecchio, l’arte di dipingere su pietra e di colorare il marmo fu inventata proprio in quegli anni. Sotto i portici e nel peristilio le immagini dipinte rappresentavano scene storiche e mitologiche e gli artisti usavano colori misti con cera di Cartagine che asciugavano con un ferro caldo dopo l’applicazione del colore.

Nerone aveva una vera mania collezionistica, volle anche arredare adeguatamente la sua nuova residenza con raffinate opere d’arte dei grandi del passato e del presente. Nominò una “Commissione Artistica” per raccogliere rapidamente le più svariate opere, incurante dei costi. Acràto, il Presidente della Commissione, e il filosofo Carìnas si recarono in Grecia e in Asia minore per saccheggiarne le più pregiate; soltanto dai Templi di Delfo furono prese cinquecento statue.

Ma la gente del posto si ribellò, come nel caso della “Venere di Milo” che perdette le braccia per la lotta tra autorità e cittadini, i quali riuscirono comunque a trafugarla nella notte, mentre giaceva sulla banchina del porto in attesa di essere imballata per il trasporto a Roma; in seguito la nascosero così bene che per diciotto secoli fu perduta, venne ritrovata da un contadino spezzata in due parti, nel 1820 sull’isola greca Milos. Oggi è conservata nel Museo del Louvre di Parigi.

Alla fine più di duemila statue popolarono la galleria della Casa d’Oro dell’imperatore, tra queste anche i due bronzi dei Galati, il “Galata morente” e il “Galata suicida”, che riproducevano la sconfitta della loro tribù celtica ad opera di Attalo I, il sovrano di Pergamo, città greca dell’Asia minore. I Galati nel III secolo a.C. risiedevano nell’attuale Turchia, nei pressi di Ankara, allora capitale della Galazia.

Oggi gli originali delle statue sono perduti ma per fortuna ne furono scolpite delle copie in marmo da sconosciuti artisti romani. Il “Galata morente” custodito nel Museo Capitolino è un’opera molto suggestiva; rappresenta un combattente ferito seduto su un fianco e completamente nudo, con il solo torque celtico al collo. Dal suo volto traspare una incredibile espressività che mostra la resistenza al dolore e la fierezza del guerriero, che malgrado la disfatta non è sottomesso e affronta con coraggio e onore la propria imminente morte.

Dai monti dell’Asia minore furono prelevate pietre rare e madreperle da trasferire negli appartamenti privati di Nerone, le camere da letto erano costruite con legni odorosi, incrostati d’oro e rivestiti di arazzi, ricami orientali e coperte ricamate di perle del Mar Rosso; tra queste c’erano il diaspro che favorisce gli oratori, l’ametista che preserva dall’ubriachezza e l’agata dell’isola di Creta che protegge dal morso dei ragni e dei serpenti. Inoltre l’imperatore possedeva quadri in cornici di avorio e la statua della Vittoria ereditata dalla sua dinastia.


Il Colosseo o “Tempio del Sole” visto dal Palatino, Vigna Barberini. Davanti è visibile la base della Fontana Meta Sudans

Nerone prese anche alcune preziose gemme della collezione del re Mitridate (132-63 a.C.) che in persiano significa “concesso da Mitra”, grande avversario di Roma sconfitto da Pompeo Magno (106-48 a.C.), generale e politico romano che dopo la vittoria si appropriò della preziosa raccolta del re, trasferendola sul Campidoglio per consacrarla a Giove. Inoltre possedeva ancora, sempre secondo Plinio il Vecchio, perle, diamanti e altre gemme scintillanti in tazze di alabastro o di agata; due tazze di cristallo di rocca trasparenti e delicate come il vetro più sottile; una statuetta di diaspro fumoso che raffigurava l’imperatore. Aveva anche la Serapide intagliata in un grande smeraldo, un’antica divinità egizia che raffigurava l’unione tra Osiride, dio degli inferi, e Iside, dea della fertilità, entrambi considerati i civilizzatori dell’umanità. Possedeva inoltre una statua di topazio eseguita in onore della regina egizia Arsinoe, il famoso opale appartenuto al generale romano Marco Antonio (83-30 a.C.), l’agata di Pirro, acerrimo nemico di Roma, il bellissimo smeraldo che Nerone usava come monocolo per guardare i giochi del Circo. E infine la gemma più rara scoperta nelle miniere d’oro di Lampsacum, lo smeraldo appartenuto ad Alessandro Magno (356–326 a.C.), re della Macedonia, fondatore nel 331 a.C. di Alessandria d’Egitto, la mitica città del passato dove si trovava una importante biblioteca incendiata dall’integralismo cattolico e che secondo le scoperte più recenti fu edificata seguendo gli allineamenti astrali.

Insomma i Templi di Roma, della Grecia e dell’Asia minore furono spogliati per adornare l’appartamento privato dell’imperatore.

Ma perché Nerone dedicava così tanta attenzione alle gemme? Probabilmente sapeva delle loro virtù terapeutiche e magiche potendo usufruire anche della conoscenza dello storico suo contemporaneo Plinio il Vecchio, che attinse le sue conoscenze, per sua stessa ammissione, dall’antico sapere dei druidi, i quali identificano l’uomo e la sua evoluzione intimamente legati al significato delle pietre, che sono parte integrante di Madre Terra di cui conservano il potere. Plinio il Vecchio dedicò alla conoscenza delle pietre il 37° libro della “Naturalis Historia” dove ne parla esaustivamente e con dovizia di particolari.

Ma non finisce qui, Nerone possedeva numerosi altri oggetti costruiti secondo le ultime innovative tecnologie. Statuette di bronzo e ottone, un nuovo metallo formato da una lega di rame e zinco, fabbricato con notevole abilità a Corinto. I primi pezzi di ceramiche cinesi portate dai carovanieri mai viste in occidente, di una sostanza che non era né vetro né porcellana, chiamate “tazze murrine”.

Alcuni angoli dei parchi della Domus erano adibiti a “giardino zoologico” e ospitavano animali delle Indie e dell’Africa, mentre i cavalli personali di Nerone, tra cui Asturcon, il suo favorito, vivevano in magnifiche stalle.

Secondo Plinio il Vecchio, dall’Asia Minore arrivò anche l’arte di dipingere gli animali.

Insomma gli storici descrivono la “Domus Aurea” e i suoi giardini come un vero e proprio habitat edenico.


1 - continua


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