Storia

Balme: la nascita di una Comunità

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12 Aprile 2012
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Balme (Piemonte), chiesetta del Pian della Mussa

La storia particolare di una comunità delle Valli del Piemonte si lega alle vicende della dinastia fondata da un enigmatico personaggio


Sono trascorsi ormai 390 anni da quando i rappresentanti dei comuni delle valli di Tesso e Stura, nell’allora Marchesato di Lanzo, sottoscrissero un importantissimo documento alla presenza del marchese Don Sigismondo d’Este.

Quella dichiarazione, nella quale venivano definite vitali e significative concessioni a favore delle popolazioni valligiane, avrebbe comportato l’apertura di rivoluzionarie libertà verso la collettività dell’epoca, oltre ad irradiare influssi considerevoli sui secoli successivi.

Facendo un passo indietro, risaliamo allora al 1577, quando il feudo e la castellanìa di Lanzo furono concesse in dote da Emanuele Filiberto a sua figlia Maria di Savoia, che in quell’anno andò sposa a Filippo d’Este. La scelta non entusiasmò i lanzesi, che inviarono addirittura dodici maggiorenti a protestare presso il duca, poiché si contravveniva alla parola data da Carlo III nel 1545, che prometteva di non impegnare mai più il feudo di Lanzo ad individui che non appartenessero alla Casa Savoia. Le proteste dei delegati, malgrado iniziali rassicurazioni, risultarono però inutili e Filippo d’Este fu anzi investito solennemente del feudo.

Il dominio degli Estensi si protrasse per quasi un secolo e mezzo, ma non furono lusinghieri i giudizi tramandati dagli storici sull’operato dei vari marchesi che si succedettero.


Due protagonisti del loro tempo

A fine Cinquecento, sale a governare Lanzo e le sue Valli Sigismondo II, che merita tuttavia la considerazione e l’apprezzamento per le numerose agevolazioni riconosciute a favore dei valligiani. Il suo destino si incrocia presto con quello di un altro personaggio, protagonista del suo tempo. In quegli stessi periodi infatti, è attivo in val d’Ala un montanaro che, seppure di ben più umili origini, gode della stima generale per l’intelligenza e l’operosità che lo contraddistinguono. Si tratta di Giovanni Castagneri Léntch, nato a Voragno nel 1550 e trasferitosi a Balme qualche decennio dopo.


Una veduta di Balme, l’ultimo paese della Val d’Ala

Egli è un autorevole e dinamico imprenditore, azionista delle fucine della valle in cui, narra la leggenda, sembra coniasse le monete utilizzando i metalli estratti nella zona. Nel 1591, come testimonia un’incisione al suo interno, conclude l’ampia costruzione della casaforte del Ruciàss, rustico condominio rurale in cui alloggia la sua numerosa famiglia, nel 1599 compera parte dell’alpe Venoni al Piano della Mussa, di cui è già in gran parte proprietario e affitta l’estesa e produttiva alpe di Ciamarella dagli abati di San Mauro. Lo stesso, elevato ai titoli nobiliari, riscatta le ragioni feudali che i conti Provana di Leinì avevano su Balme e ne acquisisce molti beni.

Nel 1610 intanto, l’intesa raggiunta dal comune di Ala nei confronti del marchese, è trovata conveniente e vantaggiosa dagli altri comuni inducendoli a seguirne l’esempio. Si ottiene così che tutti i beni debbano essere considerati enfiteutici restando soggetti a laudemio, somma da pagare al trasferimento ad altri del diritto, con la condizione che il canone fissato per tutto il territorio non sia dovuto dai singoli, ma dal Comune.

Il Castagneri, nello stesso anno, approfittando dell’ormai provata condiscendenza del marchese e avvalendosi della personale considerazione, domanda e ottiene per Balme l’innalzamento in Comune autonomo, scorporandolo da Ala. Stesso percorso promuove nel 1621 per Mondrone e, in entrambi i casi, l’autonomia civica porta all’ottenimento di quella religiosa, con la relativa disgiunzione delle parrocchie.

E’ però il documento con cui vengono richieste ed ottenute le concessioni del 1621, a testimoniare l’influenza, il prestigio e forse anche l’abilità diplomatica dell’attivo alpigiano. Lo si deduce dal frontespizio dell’atto originale, che reca infatti l’intestazione: “Instrumento delle Concessioni Fatte alle Terre delle Valli di Tesso, e Stura in detto Marchesato di Lanzo, Agente per esse, il Nobile M. (Magnifico ndr) Giouanni Castagneri”.


Fontana di Balme con ornamenti celtici

Per meglio comprendere il valore di quelle aperture, è utile accennare alle difficoltà in cui si dibattevano a quell’epoca gli abitanti delle valli. Erano tempi in cui imperversavano le carestie dovute al fallimento dei raccolti e ai disastri provocati dalle intemperanze del clima, le pestilenze decimavano di tanto in tanto la popolazione e si susseguivano continuamente le guerre perpetrate dal bellicoso Carlo Emanuele I, detto per questo “Il Grande”, ma soprannominato dai sudditi, proprio per le manifeste attitudini militari, Biòca ‘d feu (testa di fuoco). In particolare esistevano divergenze e motivi d’avversione tra l’importante centro di Lanzo, che già godeva di autonomi privilegi ed era la porta d’accesso alle valli oltre che luogo di esazione di tributi e pedaggi, e gli altri paesi a monte, oppressi da tasse supplementari e vessati nei loro spostamenti e nei loro commerci verso la pianura.


Le intese raggiunte col marchese

L’azione con cui vengono definiti i vari benefici, per quanto questi fossero elargiti dai signori locali a seguito di un consistente esborso di 4000 ducatoni, oltre 120 chilogrammi di monete in argento - valutate nel 1867 in 24.822 lire, stimabili oggi in oltre 110 mila euro - è forse la prima attestazione dei piccoli paesi valligiani da cui emerga la chiara volontà di unirsi per accrescere la propria forza contrattuale e avanzare delle richieste ai fini del miglioramento delle proprie condizioni.

L’atto è rogato da un altro Castagneri, il notaio Baldassarre di Ceres, di cui sarà in seguito sindaco, il 12 dicembre 1621 e quella data dovrebbe forse essere celebrata per il valore emblematico che vi è connaturato: la nascita della Comunità delle Valli di Lanzo.

Esso è firmato dai plenipotenziari di dieci comuni che da Germagnano si protendono fino all’estremità della Val Grande e della Val d’Ala e di quelli della Valle del Tesso, per un totale di dodici borghi. Non sono annoverati quelli dell’attigua valle di Viù, infeudati ai Provana e agli Arcour e non compare Lanzo, i cui uomini non hanno voluto, né saputo unirsi per la effettuazione della risolutione. Mancano pure i piccoli centri allora riconosciuti come entità indipendenti: Chialambertetto (detto anche Forno di Ala) e Pertusio, entrambi cancellati da una disastrosa alluvione nel 1665, Mondrone (che in quell’anno ha ottenuto l’autonomia amministrativa), Forno di Groscavallo (ora Forno Alpi Graie), Bonzo e Vonzo.


Balli in costumi tradizionali di Balme

Il provvedimento si apre con cinque punti che riguardano il decentramento dell’amministrazione della giustizia e dell’esazione fiscale, poteri che da lì in poi dovranno essere esercitati da castellani forestieri, a garanzia d’imparzialità, con tribunali dislocati in ogni valle. Si agisce quindi in favore della libertà commerciale, impedendo alla comunità di Lanzo di imporre qualsiasi sorta di pedaggio o tassa nei confronti di uomini o merci transitanti in entrata ed in uscita per le valli. Di seguito si acconsente, con spese a carico del marchese, alla realizzazione di un percorso alternativo a quello che obbliga il passaggio per il borgo lanzese, permettendo con un nuovo tratto di mulattiera il raggiungimento più diretto del ponte del Diavolo e si ammette la riparazione del sentiero tra Monastero e Ceres che risulta essere pericoloso per le persone e per le bestie. Si asseconda poi la richiesta di incarcerare i detenuti nei propri paesi, purché sia individuata un’apposita prigione in ogni luogo. L’accensamento dei redditi delle Valli dovrà da lì in poi essere separato da quello di Lanzo e nessun lanzese sarà ammesso a tale compito, mentre verrà concessa ai sindaci la libertà di congregarsi in qualsiasi luogo. Si interviene sul settore mercantile, offrendo la possibilità di tenere vendite al pubblico in assenza di imposizioni, oltre a mantenere la fiera di due giorni a Cantoira l’otto di settembre e l’istituzione di un mercato a Ceres il lunedì. Viene disciplinato quindi il rendimento dei conti “ […] senza pregiuditio dell’antiquo, solito stilo in esse Valli osservato”.

Il punto che detiene una rilevanza preminente sull’intero capitolato, con la rinuncia ad una parte del demanio ducale, è quello che regolamenta l’uso delle acque, della caccia e della pesca in questi termini: “[…] che essendo le Terre delle Valli di Lanzo per franchisie antiche et consignamenti fatti, sì verso S.A. che S.E. inuestite, et in pacifico possesso da tempo immemorabile in qua, di fare edifici molini, fornelli, fusine, et altri ingegni con acquagi levar bialere, per adacquare prati, andare alla cascia, pescare e servirsi d’ogni fiume, e rivo discorrente per esse Valli a loro beneplacito conforme al solito antiquo stilo osservato, stante che tutti li beni, ed edificii sono sottoposti a tassi, e taglie laudemii, o fitti V.E. resti servita ordinar non siano molestati, ma in essi mantenuti nel solito luoro antiquo possesso.” Il marchese si riserva soltanto un tratto di pesca tra il Ponte del Rocho (del Diavolo) e il luogo detto di Santo Stefano a Germagnano, porzione poi denominata “Storta del Marchese”.

Vi è quindi la remissione della pena per le comunità che abbiano venduto beni appartenuti a confraternite o che fossero incorsi nel passato in qualche sanzione, oltre alla concessione di un’amnistia generale per i reati comuni. Il problema di inquinamento causato dal vetriolo, l’acido solforico procurato nell’estrazione del ferro, è affrontato con la disposizione che non possano essere coltivate miniere nei pressi dei centri abitati “[…] ma in luoghi seluatici, deserti, e communi che altramente sarebbero sforzati gl’habitanti abbandonare le proprie case de beni per il danno, che patiscono per il fumo, fetore et acqua, qual fa morire ogn’arbore et herba, come ha fatto a Ceres per la fabrica della Vignazza…”.

Un altro punto significativo propugna l’integrità territoriale e prevede “[…] che V.E. si degni d’ordinar, et inhibire che all’avvenire le sudette terre delle Valli si possino smembrarsi, ne separarsi l’une dalle altre sotto gravi pene, ma che tutte unitamente perseverino nella loro Communione sin qui osseruata, detratto il territorio, e finaggio di Lanzo”. In successione si specificano le dimensioni e la qualità delle tele che si tessono nella zona, ed infine, si chiude con gli ultimi argomenti che riguardano rispettivamente il valore delle monete e la tassa per le livree ducali, e si conferisce la forma di contratto giurato all’atto in sottoscrizione, suggellando il tutto con l’approvazione degli statuti e delle franchigie acquisite in precedenza dalle Valli.


L’Ecomuseo di Balme

Il 22 maggio 1622 si ha la conferma ducale di Carlo Emanuele I dei contenuti dell’importante documento, l’interinazione - cioè la registrazione dell’atto - il 13 agosto dello stesso anno e infine l’ordinanza del marchese di Lanzo, Sigismondo d’Este appunto, del 15 agosto 1624.


Gli effetti degli accordi sui tempi successivi

Qualche secolo dopo, il contenuto riguardante gli usi dei corsi d’acqua, divenne lo strumento con cui nel 1862, il comune di Coassolo si vide riconosciuti i diritti sulle acque del Tesso e del Tessuolo per il beneficio dei suoi fondi e per ogni altro uso domestico o di abbeveraggio. E ancora, lo stesso enunciato, sarà determinante nella lunga lite intentata nel 1896 dagli otto comuni percorsi dall’asta fluviale nel tratto tra Balme e Germagnano contro l’Amministrazione del Demanio, che aveva accordato nuove derivazioni per la produzione di energia elettrica. In quell’occasione si ottenne, dopo un susseguirsi di sentenze e un definitivo atto di transazione stipulato il 17 ottobre 1904, che i comuni vedessero riconosciuti i propri antichi diritti sulle acque fluviali e la conseguente partecipazione alla distribuzione della metà dei canoni percepiti fino ad allora esclusivamente dal Demanio e su quelli che avrebbero riguardato, da quel momento, nuove licenze di derivazione. Nello stessa sentenza si stabilì ancora di preferire nelle concessioni di derivazione di acque pubbliche scorrenti nei territori dei vari comuni e a parità di condizioni, coloro che volessero esercire industrie locali. Tali disposizioni, soppresse poi nel ventennio fascista, permisero ai vari soggetti amministrativi, riunitisi in seguito in consorzio, di usufruire per un lungo periodo di entrate straordinarie da riversare su progetti di sostegno all’innovazione e al progresso della collettività.

E’ tuttavia l’azione aggregante intrapresa dai comuni nel 1621 dove le singole realtà amministrative trovano un’espressione collegiale, ad occupare un posto determinante nella storia delle valli. Senza disconoscere le rispettive appartenenze e senza sacrificare nulla alle singole autonomie fino ad allora acquisite, i diversi delegati si associano per avere maggiore robustezza contrattuale nella richiesta di quelle che ritengono legittime e doverose rivendicazioni. Ciò rappresenta una prima e consistente forma di intesa sovra-comunale e un gesto di autodeterminazione utile a conquistare rilevanti emancipazioni.

Un successo che, seppur conseguito attraverso un indennizzo pecuniario com’era in uso in quei tempi, costituisce l’ossatura che sosterrà il successivo dispiegarsi del progresso umano e civile del territorio valligiano.


Gianni Castagneri, giornalista e scrittore, è stato sindaco di Balme per dieci anni ed è responsabile dell’Ecomuseo delle Guide Alpine.


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