Storia

Antropologia e comunità alpine

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24 Maggio 2016
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L’antica festa tradizionale di San Besso a Cogne, Val d’Aosta
L’antica festa tradizionale di San Besso a Cogne, Val d’Aosta


Se è corretto considerare che la moderna antropologia alpina si è sviluppata solamente negli anni successivi al secondo dopoguerra, è certo che il più illustre predecessore degli studiosi di questa disciplina è da ritenersi Robert Hertz.

Allievo di Emile Durkheim, nel 1912, durante un periodo di villeggiatura a Cogne, in Val d’Aosta, Hertz venne a conoscenza dell’esistenza di un’antica tradizione religiosa: la festa di San Besso, santo patrono di Cogne e della vicina Val Soana. Egli poté così dedicarsi ad un fruttuoso periodo di ricerca sul campo, osservando il pellegrinaggio verso la cappella del santo, partecipando alla festa in suo onore e raccogliendo testimonianze e leggende dalla popolazione locale. Nel 1913, dopo aver integrato il materiale raccolto in Italia con ricerche di carattere storico, filologico ed iconografico, pubblicò un articolo che “può ben essere considerato come il primo contributo propriamente antropologico allo studio delle Alpi”.

Nei primi tre decenni del XX secolo, le Alpi furono considerate, non solo da Hertz ma anche da molti altri antropologi quali Ellen Semple ed Adolf Helbok, come “musei di antichità sociali” e ritenute addirittura, forse in modo un po’ enfatico, “l’Eldorado degli studi di folklore”.

Andreas Hofer, l’eroe degli Schützen tirolesi
Andreas Hofer, l’eroe degli Schützen tirolesi

Fino alla Seconda guerra mondiale, durante e dopo la quale la zona alpina e le sue genti subirono esiziali trasformazioni economiche e sociali, quest’area rappresentava un vero e proprio paradiso in terra per gli studiosi di folklore, per chi voleva raccogliere usanze, proverbi e oggetti della tradizione antica, scomparsi ormai nel resto d’Europa.

Tuttavia, dopo il secondo dopoguerra, l’antropologia cambiò radicalmente il suo approccio allo studio delle comunità alpine, passando dall’analisi del folklore, basata su di un modello ormai giudicato sorpassato in quanto completamente astorico e tale da puntare a mettere in luce l’unicità e la marginalità geografica del territorio, a quella ecologico-culturale, che osserva con metodo sperimentale il peso esercitato dai fattori ambientali e culturali sulle popolazioni. Furono così effettuati, in quello che Wolf definì il “magnifico laboratorio” alpino, studi che esercitarono un influsso profondo su questa disciplina e ne segnarono la rinascita, ricerche che coprivano l’interezza dell’arco alpino, come quella effettuata da Burns a St. Véran, nel Delfinato francese, o quella considerata fondamentale di Wolf e Cole, realizzata nei due villaggi di St. Felix e Tret, nella trentina Val di Non.

Soltanto verso la fine degli anni Sessanta può però essere fissato l’inizio dell’antropologia alpina moderna. Una spinta decisiva in questa direzione fu offerta dall’elaborazione da parte di Barth e Bailey dei nuovi modelli transazionalisti, per mettere alla prova i quali lo stesso Bailey, affiancato da un gruppo di antropologi britannici, condusse ricerche in diverse aree delle Alpi e dei Pirenei.

In questo stesso periodo, si definì inoltre l’approccio neofunzionalista, imperniato sul concetto di

regolazione ecosistemica, che presenta agli studiosi di ecologia culturale alpina una serie di problemi osservati da un punto di vista completamente nuovo.

Tuttavia, il rapido mutare dello scenario alpino creò non poche difficoltà ai ricercatori, soprattutto a quelli orientati verso lo studio dell’ecologia umana. Esemplare è il caso dell’antropologo americano John Friedl, che effettuò una ricerca a Kippel, nelle Alpi svizzere, una località che, secondo lui, presentava compiuti caratteri di isolamento geografico e culturale. Purtroppo però, una volta stabilitosi nel villaggio, Friedl scoprì che la tradizionale economia locale agro-pastorale aveva subito numerosi mutamenti a causa dell’industrializzazione e del turismo e fu costretto a spostare il focus della sua ricerca sullo studio delle trasformazioni sociali ed economiche.

Il borgo alpino telematico di Colletta di Castelbianco, nelle Prealpi liguri
Il borgo alpino telematico di Colletta di Castelbianco, nelle Prealpi liguri

Guidati dall’esperienza di Friedl, gli antropologi alpini cambiarono gli obiettivi delle loro ricerche: anziché studiare le tradizionali pratiche agro-pastorali, orientarono i loro studi sugli effetti creati dalle mutazioni economiche nel passaggio da una società tradizionale agro-pastorale ad una che vede una crescita sempre più dirompente dell’industrializzazione e del turismo. Furono identificati diversi modelli di evoluzione economica e turistica, furono studiati gli effetti dei provvedimenti governativi tesi ad evitare il declino dell’agricoltura tradizionale e quelli prodotti dal boom turistico e dall’emigrazione sulle popolazioni locali, senza però trascurare quelle comunità in cui la maggioranza degli abitanti era occupata prevalentemente nel settore agricolo, che furono indagate secondo i crismi dettati dalla tradizione.


L’identità collettiva nelle comunità alpine

Se può risultare facile descrivere in modo essenziale la realtà delle comunità alpine, molto più difficile risulta invece indagarne l’evoluzione culturale ed identitaria, visto che nella vicenda millenaria di trasformazioni pur lente (eccezion fatta per quelle, determinanti, avvenute nel XX secolo), codici comportamentali e valori di riferimento si sono consolidati e stratificati.

Ma è lecito parlare di cultura o di identità collettiva alpina? Piuttosto che indagare se sia mai esistita una vera e propria identità alpina, sarebbe utile osservarne la dinamicità strutturale e la propensione al mutamento dei modi con cui gli abitanti definiscono la propria condizione e si pongono all’interno della propria comunità, fissando dei netti confini. Sarebbe utile esaminare come quegli abitanti stabiliscono modi per selezionare ed ordinare le proprie preferenze e come, nel tempo, mantengono i confini e le differenze fra la montagna e la pianura, fra se stessi ed il resto del mondo.

Annibale Salsa, docente di antropologia filosofica e culturale all’ Università di Genova, all’interno del suo saggio “Il tramonto delle identità tradizionali” affronta la questione identitaria con un approccio fenomenologico, puntando a destrutturare e demistificare alcuni i moderni e romantici “miti montanari”, spesso etero-percepiti, come quelli degli Schützen tirolesi o quello del “rude alpigiano”, parente prossimo del “buon selvaggio” studiato da Rousseau. Miti che non sono altro che espressioni di una mentalità stereotipata e cristallizzata.

St. Véran, Delfinato francese
St. Véran, Delfinato francese

Nulla può essere più errato dell’idealizzare questa purezza mitica e romantica, visto che i giorni più fiorenti dell’arco alpino sono stati quelli in cui si sono potuti osservare le relazioni con le popolazioni dei versanti opposti o della pianura, specie per quanto riguarda l’organizzazione comunitaria del lavoro, il repertorio comune di miti e riti, l’utilizzo del territorio secondo il modello dell’Alpwirtschaft e l’organizzazione giuridica ed amministrativa dei fondi rurali attraverso i contratti d’affitto e le proprietà collettive.

Tuttavia, pur senza dimenticare il passato, gli abitanti dell’area alpina non possono pensare ad un

radicamento imperniato unicamente sulla tradizione e neppure arroccarsi, orgogliosamente quanto

illusoriamente, nella fortezza dell’”ideal-tipo montanaro”, poiché ciò risulterebbe non meno nocivo del proporre in quest’area le scelte compiute in città.

Apprezziamo dunque il sempre più frequente manifestarsi nelle aree alpine di una mentalità attiva, di una nuova cultura di rifiuto della subalternità rispetto alla pianura, secondo la quale il mutamento non si combatte in nome del mito della tradizione, ma si asseconda e si utilizza, magari mettendo la tecnologia più avanzata al servizio della tradizione, come nel caso dei virtuosi esempi citati da Annibale Salsa all’interno de “Il tramonto delle identità tradizionali”: il borgo alpino telematico di Colletta di Castelbianco, nelle Prealpi liguri, o sviluppando nuovi modelli turistici ecocompatibili e sostenibili, veri e propri poli d’attrazione e divertimento quali le station village specializzate, in alternativa ai centri di ski total, o ancora riscoprendo le tradizioni rurali ed integrandole con la modernità, come nel caso del Queyras o del modello ecologico della valle di Achen.

Una cerimonia tradizionale dei Walser di Alagna Valsesia
Una cerimonia tradizionale dei Walser di Alagna Valsesia

Anche a livello politico, come evidenzia anche l’antropologo ligure, possiamo verificare un nuovo

fenomeno: l’Unione europea ha da poco cominciato ad occuparsi di montagna come di un soggetto la cui specificità può funzionare da collante anziché da barriera insormontabile, com’è invece avvenuto per quasi tutto il Novecento, ridando vita alla “spinta di un orgoglio di appartenenza a lungo represso”.

Numerosi documenti sono stati d’altronde redatti da politici ed intellettuali dell’arco alpino, in tempi sia passati, come le “Carte” dei Walser e della repubblica degli Escartons, che mostrano come nel periodo tra il 1000 e il 1400 le Alpi abbiano conosciuto spazi d’eccellenza socio-economica e culturale, sia più recenti, come la Dichiarazione di Chivasso e la Carta mondiale delle popolazioni di montagna redatta a Chambéry nel 2000.

Lo Stato italiano, tuttavia, ha scelto ancora una volta di non affrontare il “problema montagna”. Oltre a non aver ancora adottato -unico tra i Paesi alpini aderenti all’Unione europea- la Convenzione delle Alpi, continua a non prestare vera attenzione al territorio montano, che ha utilizzato unicamente come “serbatoio” di risorse umane dall’apertura delle grandi fabbriche in pianura ad inizio Novecento e di materiali con lo sfruttamento estremo delle risorse energetiche dell’acqua e del legname. Il prodotto di questo atteggiamento sono “comunità che si sfrangiano, scuole che chiudono, la posta che si ferma al capoluogo, l’isolamento che cresce giorno dopo giorno”. Non a caso, quello alpino italiano è diventato un mondo di fragilità estrema: essendo stato sottoposto a pressioni e mutamenti spesso troppo grandi per essere superati in modo indolore, la modernità ha finito per scompaginarne la scansione del tempo, i rapporti tra gli uomini e l’interazione con l’ambiente.



Estratto dalla tesi di laurea “Noùm, stranoùm e ràsses. Il sistema di nominazione a Balme” di Furio Sguayzer – Barmes News n.45

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