Storia

I Castelli della Bassa Langa - 2

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11 Settembre 2014
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Castello di Castiglione Falletto

Continua l’itinerario alla scoperta di una delle terre più magiche del Piemonte


Punto di partenza del nostro itinerario è la città di Alba, raggiungibile da Torino con la strada regionale 29 del Colle di Cadibona o da Alessandria ed Asti per mezzo dell’autostrada A21 Torino-Piacenza, uscendo al casello di Asti est e percorrendo il tratto della strada regionale 231 Asti-Alba-Cuneo.

Nell’itinerario proposto visiteremo i luoghi fortificati di Alba, Barbaresco, Neive, Mango, Sinio, Roddino, Serralunga, Fontanafredda, Castiglione Falletto, Monforte, Perno, Monchiero, Novello, Barolo, La Morra, Verduno, Roddi e Grinzane Cavour. L’itinerario si chiude con il ritorno alla città di Alba, la piccola capitale delle Langhe.

Da Serralunga d’Alba proseguiamo verso est per giungere a Castiglione Falletto. Il castello fu edificato dalla famiglia Falletti nel XIV secolo, che aveva ricevuto il luogo in dono da Alasia di Saluzzo, per ricompensa. Per parecchi secoli l’edificio ha ospitato la discendenza dei Falletti, tanto che il nome di questa famiglia fu aggiunto a quello del paese, riconoscendo l’importanza e il ruolo di questa grande famiglia di feudatari delle terre di Langa.

Già verso l’XI secolo è attestata la presenza di un castello nella zona, che diventò poi proprietà dei Caramelli e dei Clarotto. La struttura originaria dell’edificio subì molte modifiche, anche a causa dei numerosi danni subiti nel corso delle guerre tra Asti e il marchese del Monferrato. Ha tuttavia mantenuto l’aspetto tipico della fortezza medievale con tre torri cilindriche ed un grosso torrione centrale. Le parti più antiche sono le torri rotonde. La pianta dell’edificio non ha invece subito grandi trasformazioni e quindi è lecito pensare che l’attuale estensione del castello corrisponda a quella delle origini. Nella seconda metà del XVIII secolo fu acquistato da un certo Giuseppe Cerutti, poeta arcadico, a cui toccò il compito di avviare i primi restauri.

La visita è possibile solo nella bella stagione, ottenendo l’autorizzazione dei proprietari.

Da Castiglione, percorrendo la strada provinciale 9, raggiungiamo Monforte d’Alba e Perno di Monforte.

Monforte è un paese aggrappato alla collina da cui ha preso il nome (Mons Fortis). L’altura è sovrastata dalla mole del castello e della chiesa parrocchiale. Il castello ha le sue radici nel XII secolo, quando divenne rifugio di alcuni seguaci del Manicheismo, fede eretica nata nel terzo secolo in Persia. Il castello fu smantellato ed incendiato nel 1028 durante una “crociata” promossa dai signori delle Langhe proprio per cancellare la presenza degli eretici che, grazie all’appoggio della feudataria del luogo, tal donna Berta, stavano convertendo tutto il paese alla loro fede. Gli aderenti alla setta, nobili e plebei, furono portati in catene a Milano e, per ordine dell’arcivescovo Ariberto d’Intimiano, costretti ad abiurare sotto la minaccia di finire bruciati sul rogo.


Castello di Monforte d’Alba

Nonostante i ripetuti passaggi di proprietà il castello fece sempre capo alla famiglia dei Del Carretto. Difatti nel 1152 era del marchese di Cortemilia, che lo passò ai Del Carretto in seguito ad un matrimonio con la sua famiglia. Carlo d’Angiò lo occupò nella guerra con Alba quindi, in un periodo relativamente breve, passò a varie signorie, per ritornare nel 1448 di nuovo ai Del Carretto che lo mantennero stabilmente sino al 1875. Nel 1706 i proprietari lo ricostruirono completamente sulle fondamenta, per far sì che la marchesa Cristina Del Carretto lo portasse in dote al marito, il marchese Alberto Scarampi, sposato in seconde nozze.

Il villaggio di Perno è sulla strada per Monforte, situato sul fianco di un poggio. Ha un vino Barolo molto pregiato e sorgenti di acqua oligominerale. L’abitato è dominato da un castello settecentesco costruito sulle rovine di una fortezza medievale del XII secolo, della quale restano una muraglia e tre torri mozzate. Questa costruzione è stata rovinata gravemente dal saccheggio e dall’incendio compiuto dai soldati tedeschi nella Seconda Guerra mondiale. Pare che l’editore Einaudi lo voglia trasformare in un rinomato centro culturale.

Da Monforte, percorrendo la provinciale 57 verso sud ovest, andiamo a Monchiero, un paese di commercianti e viticoltori, che conserva sull’altura che lo domina scarse tracce dell’antico castello, appartenuto ai Carretto di Monforte.

Da Monchiero, risalendo verso nord con un tratto della strada regionale 661, deviamo sulla provinciale per Novello. Il paese si nota subito, arroccato su una collina sulla distesa ondulata delle Langhe, oltre il Tanaro, col suo castello vagamente moresco, che si innalza oltre l’abitato nella parte più elevata del poggio,

L’attuale castello è una ricostruzione del secolo scorso, sorta sulle rovine di quello precedente del quale sono ancora visibili i bastioni. Nel 1224 questo perduto edificio si trovò al centro di una contesa tra Guglielmo IV marchese di Monferrato, che ne era proprietario, e la repubblica di Asti che rivendicava diritti sulla sua costruzione. Subì parecchi passaggi di proprietà, passando dai Braida, fedeli ad Alba, ai Del Carretto, che ne fecero la storia.

La notte del 22 maggio 1340, nelle sale del castello, il marchese Manfredo Del Carretto di Novello fu barbaramente trucidato dal figlio naturale Malefatto e dai nipoti, che volevano acquisire a proprio favore la successione dei diritti feudali. La moglie, Alasia di Savoia-Acaja, che si era salvata per miracolo dall’assassinio, riuscì a far sposare ad un Falletti l’unica figlia, con la promessa d’aiuto per la riconquista del castello usurpato e la vendetta per il marito ucciso. Il genero non riconquistò il maniero, ma riuscì a fare giustizia degli assassini. Questa storia è legata ad una sinistra maledizione, nel giro di cent’anni morirono infatti di morte violenta diciotto membri della casata.

Nel 1702 il marchese Giovanni Battista, turbato da questa catena di tragici lutti, cedette il feudo di Novello per acquistare quello di Camerano, nell'Astigiano, dove si trasferì con tutta la famiglia. Il marchesato di Novello fu in seguito venduto da Vittorio Amedeo III al conte Carlo Agostino Oreglia.

L’attuale aspetto, più che originale, attira immediatamente per la sua elaborata architettura che si richiama perfettamente a modelli neogotici diffusi nell’area del cuneese. Le torrette e la pesante merlatura della parte superiore sono in contrasto con le pareti lineari e le aperture ad arco a sesto acuto. All’interno è interessante la Sala degli Arazzi, dove si trova un pregevole camino tagliato in legno di noce e un camino in pietre di Luserna .


Il castello di Novello è una ricostruzione del secolo scorso sulle rovine di quello precedente del XIII secolo

Da Novello, proseguendo sulla strada provinciale verso Alba, giungiamo a Barolo. È l’unico paese delle Terre del Barolo a non trovarsi in luogo elevato. Il castello, o per meglio definirne l’uso più residenziale, la casa nobiliare storicamente più importante per Barolo fu quella della famiglia Falletti, provenienti da Alba fin dal XIII secolo. Era una famiglia di mercanti, che vantò nelle sue file arcivescovi, generali, governatori. Il marchese Carlo Tancredi (1782-1838), ultimo esponente della famiglia, sindaco di Torino dal 1826 al 1829, sposò nel 1807 Giulia Vitturina Francesca Colbert de Maulévrier, pronipote del grande statista Colbert, una donna colta che creò una vasta rete di amicizie e di relazioni, raggiungendo un posto eminente nella società torinese. Nel suo salotto passarono illustri personaggi delle lettere, delle arti e della politica come Pietro di Santarosa, Cesare Balbo, Cesare Alfieri, Federico Sclopis, Camillo e Gustavo Benso, conti di Cavour. In particolare Silvio Pellico, reduce dal triste soggiorno carcerario dello Spielberg, fu gradito ospite della marchesa di Barolo, che gli affidò le mansioni di segretario e di bibliotecario.

Il castello ospitò per quasi un secolo il collegio fondato dalla Marchesa, poi divenne un istituto scolastico gestito dai padri Comboniani; oggi nella sua parte bassa ospita una enoteca regionale fornita di tutti i prodotti tipici della Langa. Nei piani superiori si può visitare la camera da letto in stile impero di Giulia di Barolo, la camera di Silvio Pellico, una bella galleria di pitture del Beaumont e l’austera biblioteca che fu ristrutturata e catalogata da Silvio Pellico. All'esterno l'edificio, nonostante la presenza dei restauri compiuti all’inizio dell’Ottocento per trasformarlo in luogo di villeggiatura, conserva l’originale struttura medievale nella massiccia mole quadrilatera del torrione con merlatura e varie piccole torri .

Di fronte al castello, accanto alla chiesa parrocchiale dedicata a San Donato, si trova l’antica cappella gentilizia dei Falletti, che conserva, sotto il presbiterio, il sepolcreto degli antichi feudatari, dalla fine del 1500 all'estinzione della casata.

Sulle alture di Barolo svetta il curioso castello della Volta, così denominato per un fatto accaduto nel 1307, che suggestionò incredibilmente la fantasia popolare. Si narra che, durante una festa orgiastica offerta dai ricchi signori proprietari del maniero, il diavolo, per accaparrarsi le anime di tutti gli invitati, fece crollare il soffitto (volta) della sala principale, seppellendo tutti i partecipanti ed impedendo il soccorso da parte degli abitanti del paese con l’erezione di enormi mura attorno alla costruzione. Da allora si dice che il castello sia posseduto dal demonio.

In realtà la costruzione, promossa da Manfredo di Saluzzo nel XII secolo, fu di proprietà dei marchesi Falletti, che lo tennero sino al XV secolo, quando venne incamerato dal marchesato del Monferrato. Col trattato di Cherasco del 1631 diventò proprietà del duca di Savoia Vittorio Amedeo I. Il crollo del 1307 fu probabilmente dovuto ad un vistoso cedimento di una struttura che aveva forse bisogno di un radicale restauro. Il castello subì anche gravi danni nel 1944, quando fu bersagliato da alcune cannonate tedesche.


Castello di Verduno

Da Barolo ci dirigiamo verso La Morra, l’antica Villa Murra, nominata per la prima volta in un documento del 1201. Secondo la tradizione il nome di La Morra deriva o da “mora”, il frutto che cresce spontaneamente nella zona, o da “mola”, cioè dalla macina di pietra che veniva fabbricata per macinare il grano. Sulla cima di una delle più elevate colline, a destra del fiume Tanaro, si trovava il castello di La Morra, nello spazio ora adibito a piazza, dove si può osservare uno dei paesaggi più belli del Piemonte. Una fortificazione era già citata in quel luogo in un diploma del 991. Di proprietà del marchese Anselmo degli Aleramo, ne divenne feudatario Bonifacio II nel 1142. Nel 1259 il castello passò agli Angiò, poi al marchese del Monferrato e quindi di nuovo agli Angiò con Carlo II.

Dal 1340 subentrarono, con titolo di signori, i nobili Falletti. Il primo ad acquisirne il titolo fu Pietro Falletti, capo dei guelfi ad Alba, che ebbe il castello e le sue terre da Giovanna I di Napoli in dono per la vittoria sui ghibellini del Piemonte. Il castello era difeso da potenti bastioni e da una cinta muraria da cui si aprivano i ponti levatoi delle due porte, quella del mercato e quella di San Martino, demolite alla fine del XVIII secolo, quando ormai il borgo aveva perduto ogni importanza militare. Da un documento conservato negli archivi comunali del paese risulta che il castello sia stato distrutto nel 1542 dagli stessi abitanti, per ordine di Giacomo di Perno, commissario del re di Francia. Di esso rimangono soltanto più la torre, trasformata in torre campanaria, e la spianata della piazza Castello, uno spazioso balcone che si apre su una magnifica veduta delle Langhe. In un angolo si nota il monumento al maestro Giuseppe Gabetti (1796-1862) autore della "marcia reale", composta nel 1832 su ordine di re Carlo Alberto e adottata, fino al 1946, come inno nazionale del Regno d’Italia.

A pochi chilometri da La Morra, verso nord, raggiungiamo Verduno, un nome di origine celtica che significa “collina fertile”. In epoca romana era molto frequentato, infatti nella zona è stata ritrovata un’ara funeraria e parecchie monete del periodo dell’imperatore Antonio Pio. Nel periodo medievale il suo territorio è identificato in un atto di donazione del 977, mentre il feudo sembra essere di origine ecclesiastica sotto il controllo dell’abate di Fruttuaria. Il paese si trova su una collina: nell’attuale spianata sopra la chiesa parrocchiale, belvedere naturale dal quale si può ammirare un panorama molto vasto sulle Langhe, sorgeva il castello, accertato nel 1197, quando fu sottomesso ad Alba. Nel 1544 fu occupato dalle truppe francesi, e al momento del loro ritiro, raso al suolo per non farlo utilizzare dal nemico. Con il trattato di Cherasco del 1631 il feudo di Verduno passò ai Savoia che lo infeudarono come marchesato prima a Francesco Rachis e poi a Giuseppe Del Carretto. L’attuale castello è in realtà un edificio residenziale a tre piani in stile barocco, realizzato attorno al 1750 dal conte Caisotti di Santa Vittoria, marchese di Verduno.

L'ultimo erede della famiglia lo donò in eredità al Senato di Torino perché venisse ristrutturato e adibito a Ospedale di carità. Nel 1838 fu acquistato, completo di vigneti circostanti, dal re Carlo


Castello di Grinzane Cavour, diventato Enoteca regionale e sede del premio letterario internazionale “Grinzane Cavour”, cessato di esistere nel 2009

Alberto ed affidato alle cure del generale enologo Staglieno, affinché creasse una pregiata azienda vinicola per la produzione del barolo. In realtà il re voleva emulare il conte Falletti di Barolo, in assoluto il miglior produttore di tale vino nella regione. Dopo qualche anno la produzione e gli impianti enologici furono trasferiti a Santa Vittoria d’Alba, nel fabbricato del “Moscatello”, e l’edificio divenne la dimora del principe Oddone, figlio di Vittorio Emanuele II e di Maria Adelaide, personaggio gobbo e malaticcio, a causa della stretta consanguineità dei genitori, entrambi figli di fratelli. Il principe Oddone, duca del Monferrato, visse tristemente su una carrozzella, nei brevi anni della sua esistenza (1846-1866) tra Genova e Verduno. Occupava il tempo dedicandosi allo studio delle scienze, catalogando i fossili che i servitori gli portavano dalle vicine “Roche Patarine”. Il palazzo ospita ora un noto e rinomato ristorante. È da ricordare che solo in queste colline viene prodotto il vino Pelaverga, di colore rosso e con un particolare gusto ambrato, il cui vitigno è anch’esso derivato dal Nebiolo.

Da Verduno, seguendo le indicazioni per Alba, andiamo a Roddi. Questo paese sorge in cima ad un colle (284 m), sulla cui sommità svetta un castello con due torri, alto e massiccio. La torre più grande è dell’XI secolo, mentre la "nuova" o piccola, è del XVI. Si ha notizia di tale fortificazione sin dal 1197. Nel XV secolo subì una serie di restauri che ne ampliarono e rinforzarono la primitiva struttura. Tra i suoi feudatari si ricordano i nobili albesi Bossavino e i Falletti di Barolo, che nel XIV secolo collocarono il castello in posizione privilegiata, costruendolo forse sulla base di una precedente costruzione. Altri proprietari furono Francesco Pico della Mirandola, nipote del famoso filosofo, gli Andreasi di Ripalta, i vercellesi Tizzoni di Desana ed infine i marchesi Della Chiesa di Cinzano. Da questi acquistò castello e poderi, nel 1836, re Carlo Alberto, quando ingrandì oltre il Tanaro la vicina tenuta di Pollenzo: ma il vecchio e poco confortevole edificio non fu mai adibito a residenza reale e nel 1858 Vittorio Emanuele II si affrettò a disfarsene in una di quelle periodiche vendite di beni a cui ricorreva per ripianare i bilanci della real Casa.

Oggi il castello si presenta in un buono stato di conservazione, mantenendo ben visibile, pur con tutti gli interventi subiti nel corso dei secoli, l’integrità della struttura medievale originale. Il complesso è ora di proprietà comunale ed è visitabile, ma gli interni non offrono particolari motivi di attenzione.

Una curiosità: a Roddi ha sede la più antica "università dei cani da tartufi", fondata da Battista Marchiero detto Baròt , il cui insegnamento è ora continuato dai figli.

Da Roddi ci dirigiamo per qualche chilometro verso sud, per raggiungere il paese di Gallo D’Alba; da qui, seguendo le indicazioni stradali, imbocchiamo a sinistra una strada in salita proseguendo sino a Grinzane Cavour. Si nota l’imponente presenza del castello, abbarbicato sulla collina lavorata a vigneti, mentre nella piana giace il nuovo borgo del Gallo d’Alba (attualmente la denominazione del paese è Gallo-Grinzane). La costruzione risale al XIV secolo, ma nelle successive epoche la sua struttura è andata cambiando in seguito ai cambiamenti delle esigenze di vita, quando, cessata la funzione militare, si è dato maggiore importanza all’aspetto residenziale.

La pianta del castello ha forma di quadrilatero, ha una torretta e la facciata è in cotto. A livello di struttura, il castello è un blocco massiccio di laterizio, che racchiude all’interno un mastio poderoso che occupa un’ala intera dell’edificio. L’edificio appartenne ai Benso di Cavour: nell’edificio si trova ancora la camera, che non ha particolari pregi d’arredamento, dove alloggiò il conte Camillo Cavour, nei diciassette anni (1832-49) nei quali ricoprì la carica di sindaco del paese.


Mappa dei Castelli delle langhe

Cavour giunse a Grinzane all’età di ventidue anni, dopo essersi congedato dall’esercito, e in seguito ai contrasti con il padre. Il “Contino” seppe tuttavia affrontare con molta serietà la sua carica di amministratore pubblico ed i suoi compiti di gentiluomo di campagna. Si trovò anche a dover gestire un podere molto trascurato. Provò a innovare, inserendo la coltivazione delle barbabietole da zucchero ed introducendo parecchie novità nell’ambito enologico, tanto che al congresso agrario di Alba del 1843 ricevette un premio per l’ottima capacità di gestione delle cantine. Tale risultato fu raggiunto anche grazie all’aiuto e ai preziosi consigli dell'enologo francese Oudart, che fu da lui chiamato a Grinzane con lo scopo di rinnovare i vigneti del paese, facendoli diventare i più belli delle Langhe. Cavour però non credeva molto nelle grandi doti del vitigno nebbiolo e nella perfezione del barolo che si produceva sulle sue proprietà, tanto che fece piantare al posto di questo vitigno, 14 giornate di vigneto pinot, tenuto a tille courte, con l’obiettivo di ottenere un buon Borgogna, che non fosse qualitativamente inferiore a quello dei francesi. Col senno di poi, sappiamo che in questo caso il grande statista non ebbe ragione.

Camillo era molto vicino ai problemi dei suoi concittadini, e alcuni fatti lo confermano. Per citarne alcuni, nel tentativo di arginare il triste fenomeno legato a scorrerie e saccheggi da parte dei briganti che infestavano la zona, Cavour, volle dare alla popolazione sfiduciata, un esempio concreto della presenza dell’autorità mettendosi personalmente alla caccia dei fuorilegge, cinto di sciarpa di sindaco, con il fucile al braccio, come nel suo diario egli stesso racconta. E nello stesso diario troviamo anche il racconto sempre collegato alla sua presenza tra la gente del paese nel tentativo di risolvere problemi e lagnanze, dell’invidia e dell’emarginazione verso la bella “Salinera”.

Queste sue attenzioni ai problemi del popolo hanno lasciato un buon ricordo del giovane conte tanto che la tradizione lo ricorda con molto affetto, e l’aggiunta di Cavour al nome comunale, chiesto ed ottenuto dal comune nell’anno 1916, rappresentò un segno di riconoscenza sincera verso l’insigne statista.

L’ultima persona della famiglia che visse al castello, fu la marchesa Adele Alfieri di Sostegno, nipote ed erede del grande statista, che morì nel 1936. Dopo la sua scomparsa, la dimora, per suo volere, divenne sede di una colonia infantile. Il castello rimase abbandonato sino al 1961, anno in cui iniziarono i lavori di restauro promossi in occasione delle celebrazioni del centenario dell’Unità d’Italia. Da allora, il castello divenne Enoteca regionale e prestigiosa sede del premio letterario internazionale “Grinzane Cavour”, affermandosi come importante polo di attrazione culturale. Oggi ospita anche un ristorante, una collezione permanente di cimeli cavouriani e un museo etnografico specializzato nei vecchi metodi di produrre il vino.

Danilo Tacchino è scrittore e poeta ed è stato docente di sociologia all'Università Popolare di Torino. Ha pubblicato numerosi volumi sul fenomeno UFO e su storia e folclore piemontese e ligure. È stato responsabile regionale del Centro Ufologico Nazionale (CUN) dal 1989 al 2000


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