Scienze

Cerere: decifrato il mistero delle macchie bianche

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12 Gennaio 2016
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Cerere: decifrato il mistero delle macchie bianche

Il pianeta, che prende il nome da una dea celtica, svela uno dei suoi tanti misteri. La luminosità è dovuta a un particolare tipo di solfato di magnesio. La sonda Dawn scopre anche l’ammoniaca sul pianeta nano grazie a uno strumento di analisi italiano


Il mistero delle macchie luminose su Cerere non c’è più. Andreas Nathues del Max Planck Institute for Solar System Research di Gottinga (Germania) ha trovato la spiegazione e lo racconta sulla rivista scientifica britannica Nature. Andreas ha esaminato le fotografie trasmesse dalla sonda Dawn della Nasa attorno al pianeta nano Cerere, che orbita nella fascia degli asteroidi tra Marte e Giove. Cerere, che ha un diametro di 940 chilometri, è stato il primo asteroide (poi riclassificato pianeta nano) a essere scoperto da Giuseppe Piazzi dall’osservatorio di Palermo il 1° gennaio 1901. Sulla sua superficie dove la temperatura varia da meno 93 a meno 33 gradi centigradi nelle zone equatoriali, erano state scoperte 130 misteriose aree luminose capaci di riflettere il 50 per cento della luce solare e di cui non si riusciva a decifrare la natura. Ora Andreas precisa che il brillìo deriva dalla presenza di un tipo di sale noto come solfato di magnesio (hexahydrite). Un diverso tipo di solfato di magnesio esiste anche sulla Terra. I luminosi depositi fotografati sarebbero rimasti dopo la sublimazione dell’acqua presente in superficie. Ghiaccio d’acqua dovrebbe ancora essere presente nei primi strati del sottosuolo. La macchia più brillante lunga 10 chilometri e larga 500 metri è nel cratere Occator (90 chilometri di diametro), uno dei più «giovani» crateri scavati dalla caduta di un corpo celeste 78 milioni di anni fa.

La seconda notizia importante raccontata su Nature riguarda la scoperta di tracce di argilla contenente ammoniaca. Il risultato è oltremodo interessante anche perché è stato conquistato con lo strumento italiano VIR; uno spettrometro a immagine imbarcato sulla sonda della Nasa, realizzato da Selex Es-Finmeccanica sotto la guida scientifica dell’Inaf-Iaps, coordinato e finanziato dall’Asi. «La presenza dell’ammoniaca suggerisce che Cerere si era formato da materiale aggregato in un ambiente dove l’azoto e la stessa ammoniaca erano abbondanti», nota Maria Cristina De Sanctis, responsabile dello strumento e prima autrice dell’articolo.

Quindi si avanzano due ipotesi: la prima è che Cerere sia nato nelle profondità del Sistema solare e poi si sia avvicinato al Sole grazie a effetti gravitazionali; la seconda è che si sia formato dove è ora, ma raccogliendo materiale proveniente dalle lontane orbite transnettuniane dove i ghiacci d’azoto sono termicamente più stabili. «Con questi preziosi dati Dawn ci aiuta a decifrare origini ed evoluzione del Sistema solare», commenta Raffaele Mugnuolo, responsabile Asi della missione. Ora si aspettano le altre informazioni che presto arriveranno dalla sonda americana dopo il suo abbassamento d’orbita a un’altezza di soli 385 chilometri. Proprio la vicinanza favorirà un approfondimento di indagine dal quale emergeranno ulteriori sorprese scientifiche sui piccoli ma affascinanti mondi del nostro corteo planetario.


(Dal Corriere della Sera del 10 dicembre 2015 – Per gentile concessione dell’Autore)


Giovanni Caprara, giornalista e scrittore, è responsabile della redazione scientifica del Corriere della Sera

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