Megalitismo

Il volto dell’antica Malta

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04 Aprile 2011
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L'altare nella nicchia centrale di Ggantija

Un’alta concentrazione di monumenti megalitici in un’isola così piccola, tra cui ben sette annoverati nel Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, porta a interrogarsi sulla natura della civiltà che li edificò



L’arcipelago maltese, tre isolotti in mezzo al Mediterraneo per una superficie complessiva inferiore ai 300 chilometri quadri. Meta di viaggi-studio e vacanze per frotte di turisti che in tutte le stagioni accorrono, attratti dal clima, dal mare e dal miraggio di una variopinta vita notturna.

Vi chiederete allora: perché un certo numero di turisti – una minoranza di tutto rispetto - lascia le coste sovraffollate (la cui bellezza, tra l’altro, non ha nulla da invidiare a quella delle isole italiane) per seguire altri sentieri? Perché alcuni intrepidi si avventurano nel suo entroterra, scarpinando anche nelle ore più calde attraverso un terreno piatto e arido, dove le piante più alte sono i cespugli di fichi d’India?

La risposta è semplice! Sono attratti dalla vera ricchezza di questo paese: i templi megalitici. Nelle isole maltesi (Malta, Gozo e Comino) ne esistevano almeno ventitré, una concentrazione enorme per delle isole così piccole e alcuni di questi sono più antichi delle piramidi d’Egitto e dell’ultima ricostruzione di Stonehenge.

Ed è stato questo il polo che ha attratto tre amiche, dagli apparenti gusti ed esigenze diverse, a esplorare in lungo in largo Malta in pieno agosto!

Il periodo dei Templi della preistoria maltese inizia nel quarto millennio a.C., un’epoca che corrisponde all’età del rame del continente europeo e gli studiosi lo dividono in varie fasi, che prendono i nomi dalle località in cui si trovano le costruzioni  o quel che ne resta: la fase Zebbug (4100-3800 a.C.), la fase Mgarr (3800-3600 a.C.), la fase Ggantija (3600-3000 a.C.) e la fase Tarxien (3000-2500  a.C.). Alla fine dell’epoca di Tarxien, intorno al 2500 a.C., l'isola si spopola. La causa della fine di questa civiltà resta il più oscuro mistero della preistoria maltese. Forse alcune condizioni climatiche colpirono l’agricoltura locale, forse fu decimata da un’epidemia. Di fatto un’epoca gloriosa, che aveva dato alla luce splendide opere architettoniche e di scultura, giunse al termine. Nel 2000 a.C. arrivano nuovi colonizzatori, che avevano tratti in comune con altre popolazioni dell’età del bronzo nel Mediterraneo centrale. Da qui inizia la storia più nota di Malta, che porterà all'arrivo dei Fenici (900 a.C.),  poi dei Cartaginesi e dei Romani.


Uno dei templi di Hagar Qim con la struttura protettiva

La presenza dei templi è sentita dai suoi abitanti, come l’espressione più intima della loro terra. Questi luoghi maestosi e silenziosi portano a interrogarsi sull’origine dei loro costruttori. Non poteva certo trattarsi dell’opera di alcune famiglie locali, perché la forza lavoro necessaria a erigerli presupponeva una certa organizzazione sociale, tuttavia, come per gli altri siti megalitici disseminati per il pianeta, resta un mistero la tecnica usata per spostare massi pesanti centinaia di tonnellate. Vista la loro ripartizione nel territorio, si ipotizza che questo fosse diviso in sei gruppi, ognuno comprendente uno o più templi, che svolgevano sia una funzione sociale che religiosa all’interno dei clan. A quanto pare si trattava di una popolazione che godette di un’esistenza pacifica perché non ci sono tracce di armi da guerra o fortificazioni militari.

Questi misteriosi templi erano presumibilmente dedicati alla dea della fertilità, eretti da una cultura matriarcale che venerava la Dea Madre. Inizialmente di origini modeste si diffusero nell’arcipelago fino ad assumere proporzioni monumentali,  fino a  tre volte più alti delle rovine attuali.

Cominciamo il nostro tour dal complesso di Ggantija, che diede il nome all’epoca in cui vennero eretti i primi veri e propri templi e le cui condizioni attuali ancora fanno apprezzare la sua maestosità. È il complesso più importante dell’isola di Gozo e risale al Neolitico, intorno al 3600 a.C. Il nome Ggantija, di origine maltese, gli fu dato perché si immaginò fosse opera di una stirpe di giganti. È stato il primo sito dell’arcipelago a essere annoverato nel patrimonio dell’umanità dell’UNESCO. Il complesso è composto da due templi simili e affiancati, protetti da un imponente muro di cinta. Le pietre rimaste in alcuni punti sono ancora alte oltre 7 metri. Quello più a sud è il più grande e il più antico, si sviluppa lungo un corridoio centrale da cui si diramano cinque absidi semicircolari di cui tre, al fondo, formano la classica pianta a forma di trifoglio. Al suo interno, architravi e altari, con tracce residue di decorazioni in ocra rossa. All’ingresso un menhir forato, che ricorda molto le medicine wheel, e su alcune lastre molti fori, che richiamano le misteriose coppelle della tradizione megalitica. Purtroppo non abbiamo potuto visitare il tempio settentrionale, chiuso per opere di manutenzione.


Particolare del complesso di Mnajdra

Visitare i templi di Hagar Qim e Mnajdra è come addentrarsi in due cattedrali naturali. Si trovano nella parte meridionale di Malta: circondati da un paesaggio roccioso e isolati dalle costruzioni moderne, si affacciano verso l'isolotto di Filfla.

Per preservarli dall’azione erosiva del sole e del vento, che colpisce particolarmente le parti costruite in globigerina, una pietra locale di natura molto porosa, i due templi sono stati coperti da una tensostruttura che permette di godersi la visita anche nelle ore più calde della giornata, proprio quando ci siamo trovate lì.

Hagar Qim è costituito da quattro templi circondati da un perimetro circolare di mura, anche qui di forma vagamente circolare. Gli ingressi ai quattro templi corrispondono ai punti cardinali e il maggiore, rivolto a sud, è al centro del complesso. Purtroppo le restrizioni d’accesso a questo sito sono estreme: si può percorrere solo il passaggio dell’asse principale del tempio più grande, mentre la struttura interna è quasi totalmente nascosta alla vista.

In questo sito sono state ritrovate altre statuette di rigogliose figure femminili, che caratterizzano molti siti preistorici maltesi, lastre di pietra con motivi in rilievo a spirale e un’eccezionale opera di fine scultura: un altare con un albero inciso in tutti e quattro i lati, il simbolo dell’Albero della Vita presente nelle tradizioni esoteriche di tutto il mondo. Tutti questi oggetti non si trovano più ad Hagar Qim, ma si possono ammirare al Museo Archeologico di Valletta.

Scendendo verso il mare, lungo un ripido sentiero di circa 500 metri ricavato a fatica tra gli scogli, si raggiunge Mnajdra.

È un sito complesso, costituito da due templi principali di quattro absidi ciascuno e da un terzo più piccolo con pianta a trifoglio, disposti a semicerchio attorno a un cortile ovale. Accanto sorgono le rovine di alcune costruzioni irregolari dall’uso sconosciuto e il tutto è circondato da un muro di protezione.

Il tempio più piccolo è il più antico e risale alla fase di Ggantija, il più recente alla fase di Tarxien ed è stato costruito in mezzo agli altri due. Quest’ultimo è il più famoso per le decorazioni della sua imponente facciata e dell’altare interno, in cui i tanti piccoli fori praticati nella morbida globigerina ricordano la struttura di un alveare. Questo terzo tempio si trova a un livello più alto di circa un metro rispetto agli altri due e vi si accede tramite una rampa di gradini di pietra. Sotto un architrave sorretto da due colonne è incastrata un’altra lastra in pietra di forma rettangolare con un grande foro in centro che obbliga l’astante a inchinarsi per accedervi. Per questo sito è stata suggerita l’esistenza di un allineamento astronomico perché all’alba del solstizio d'inverno uno stretto fascio di raggi solari attraversa diagonalmente il corridoio di accesso fino a toccare il bordo destro di un montante, invece agli equinozi tutto il centro del tempio è immerso nella luce.


Nicchia del sito di Tarxien con decorazioni a spirale
in rilievo

Nel cortile c’è una panca in pietra all’ombra di un grande albero dove, ritemprandoci dalla calura del primo pomeriggio, potevamo ammirare in un solo colpo d’occhio l’intera area, alle nostre spalle uno splendido mare blu e l’isolotto scoglioso di Filfla: ci è sembrato di aver viaggiato nel tempo…

Purtroppo questo isolamento lo ha reso vittima di un’incursione di vandali una decina di anni fa e da allora le due strutture sono sorvegliate ventiquattro ore al giorno.

Queste severe restrizioni sono state adottate dall’ente Heritage Malta, che sovraintende il patrimonio archeologico dell’arcipelago, per la maggior parte dei siti che abbiamo visitato e, seppur in alcuni casi necessari, impediscono di assaporare un rapporto diretto con queste pietre. Ci sarebbe piaciuto sederci lì in meditazione, dove migliaia di anni fa altri prima di noi l’hanno sicuramente fatto, ma in molti siti numerose barriere di corda impediscono l’accesso alle zone più interne e alle absidi. Ciò nonostante il silenzio “si sente” nell’aria e sembra di entrare in un tempio a cielo aperto.

In un ambiente completamente diverso, nel mezzo del centro abitato di Paola sorge il complesso megalitico di Tarxien, a cui si accede tramite un normale portone d’ingresso, come se si trattasse di un’abitazione e all’improvviso ci si trova  in una corte quadrata dove si ergono quattro strutture megalitiche, edificate tra il 3600 e il 2500 a.C. Spesso ci si riferisce al sito come a un cimitero crematorio, ma in realtà fu utilizzato in tal senso solo nella successiva età del bronzo.

Anche questo sito, come il vicino Ipogeo, fu scoperto occasionalmente, nel 1914 e gli scavi furono affidati a sir Temistocles Zammit, primo direttore dei musei di Malta.

Il sito di Tarxien costituisce la fase finale della lunga evoluzione dell’architettura dei templi di Malta, uno dei templi è eccezionalmente costituito da sei absidi. Nel sito sono state trovate le più ricche decorazioni, che comprendono animali scolpiti in rilievo, modelli di imbarcazioni e schemi con motivi a spirale - simbolo che evidentemente anche per gli antichi maltesi aveva un significato particolare.

Il più famoso ritrovamento è la cosiddetta "Fat Lady", la grossa statua di una donna anche questa dalle forme rigogliose molto enfatizzate, che in origine doveva essere alta poco meno di tre metri, ma di cui è rimasta solo la parte dalla vita in giù. Hanno infine attirato la nostra attenzione anche delle grosse sfere di pietra, che si ipotizza servissero per spostare più agevolmente gli enormi lastroni dei templi, ma che a noi hanno ricordato quelle ritrovate in Bosnia, nelle vicinanze delle piramidi.

Vicino a Tarxien, sempre nel centro abitato della cittadina di Paola, si trova l’Hypogeum Hal Saflieni, un tempio preistorico sotterraneo, unico al mondo.

Venne scoperto casualmente nel 1902, durante i lavori per la costruzione di nuove abitazioni. Il suo studio all’inizio venne  affidato al gesuita padre Manuel Magri, che morì prima della pubblicazione della relazione sugli scavi, portando con sé molti segreti. Successivamente gli scavi furono affidati a sir Themistocles Zammit.

Questa struttura eccezionale comprende sale, passaggi e stanze di diverse grandezze e forme, scavati nella roccia  per una superficie di circa 500 metri quadri, suddivisa su tre livelli sotterranei, di cui quello inferiore è situato a 10,6 metri sotto il livello stradale. Il tempio non fu costruito in una sola volta, ma ampliato nell’arco di un millennio, a partire dal 3600 a.C. a cui risale il più antico livello superiore, fino a circa il 2500 a.C. per il livello inferiore.


Uno dei templi di Mnajdra

Si suppone che nei tempi più antichi fosse un luogo di culto e solo negli ultimi periodi sia stato utilizzato come necropoli. Nonostante sia stato perduto il resoconto dei primi scavi, una gran quantità di materiale è comunque venuta alla luce: vasellame, amuleti, ornamenti personali e statuette, la più famosa della quali è la “Donna Dormiente”, una donna dalle generose forme che riposa su un giaciglio di forma ovale. La cosiddetta “Stanza dell'Oracolo” possiede un soffitto dipinto in maniera elaborata, con spirali e globi circolari di ocra rossa. L’acustica è studiata in modo particolare, e un timbro di voce basso riecheggia in una maniera molto suggestiva, che ci ha ricordato alcune tradizioni sciamaniche in cui la voce viene utilizzata per facilitare uno stato meditativo. Su una parete è presente un foro in cui un uomo, infilandovi la testa e parlando, può far udire la propria voce per tutto l'Ipogeo. Tra le altre incisioni, l’impronta di una mano umana e in una piccola zona un pannello a scacchi di quadrati bianchi e neri.

Questi sono i complessi più famosi e meglio conservati di Malta, tuttavia sopravvivono sull’isola anche le strutture architettoniche più comuni del megalitismo europeo, come molti dolmen e menhir, che in alcuni casi si pensa siano gli unici resti di costruzioni più grandi; tra i primi, degno di nota è quello di Wied Filep,  lungo quasi quattro metri e sollevato di circa un metro e mezzo da terra e quello di Qawra, molto bello, ormai inglobato nel Dolmen Resort Hotel, a cui ha dato il nome.

Il nostro viaggio virtuale nella preistoria di Malta si è concluso con la Grotta di Ghar Dalam, nella parte meridionale dell’isola, vicino a Birzebbugia, uno dei siti paleontologici più importanti di Malta. Si tratta di una grotta sotterranea profonda circa 145 metri, molto importante perché al suo interno sono stati trovati una serie di fossili animali e reperti che risalgono fino a 130 000 anni fa.

L’aspetto interessante di questi depositi è che testimoniano gli effetti dell’isolamento prolungato della fauna locale nell’ultimo periodo interglaciale. Durante l’ultima glaciazione, terminata circa 12 000 anni fa, Malta era unita da un ponte di ghiaccio con la Sicilia e ciò permise a molti animali di migrare verso il territorio maltese più caldo. Però quando i ghiacci si sciolsero, gli animali rimasero isolati in quest’isola circondata dal Mar Mediterraneo e dovettero adattarsi alle disponibilità alimentari inferiori; il risultato fu che nei secoli si evolsero in forme di nanismo. Nel museo di Ghar Dalam è conservata un’enorme quantità di ossa di elefanti pigmei e ippopotami nani, resti di forme nane del cervo rosso europeo, un orso bruno di piccole dimensioni, lupi e altri mammiferi ormai estinti. Tutti questi reperti, appartenenti a epoche diverse, sono emersi progressivamente dai vari strati del terreno, permettendo di ricostruire in modo almeno approssimativo la preistoria di Malta. Gli esami al radiocarbonio, effettuati sui reperti degli strati più superficiali, dimostrano che l’uomo era già presente nell’isola 5200 anni fa, anche se non è assolutamente esclusa la sua presenza in tempi più antichi. I reperti non fanno pensare a nulla di diverso da una società che sopravviveva di caccia, allevamento e poi agricoltura, ma a partire dal 4000 a.C. si sviluppò a Malta, approdandovi da chissà dove, una civiltà altamente evoluta che diede vita a strutture architettoniche imponenti e opere di fine scultura, per poi scomparire dopo millecinquecento anni altrettanto misteriosamente, ma lasciandoci le sue preziose reliquie come ricordo.


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