Megalitismo

Asti, terra antica

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30 Marzo 2011
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Il masso di Sant'Anna di Cisterna d'Asti

“Asti, terra di colline e di vigne…”

Questo ci propone l’immaginario, suggerito dalla pubblicità enogastronomica che focalizza l’interesse dei turisti, ma Asti è anche una terra antica che nasconde una storia dimenticata.

E non possiamo parlare di Asti se non parliamo del Monferrato. Inteso però non in senso ristretto, come indicato geograficamente oggi (le colline tra Asti, Casale e Torino), ma in senso più ampio, come fu storicamente il “Marchesato del Monferrato”, nato nel X secolo con la dinastia degli Aleramidi: un territorio comprensivo dell’attuale Monferrato, le Langhe, il Roero, le colline astigiane, un’area che va da Torino, ad Alessandria, Casale, Asti, Alba, fino ai confini della Liguria.

Il popolamento di queste terre avvenne in tempi remoti: dobbiamo rifarci alle ondate migratorie dei Cro Magnon dall’Africa che risalgono a 35000 anni fa. Ma, come emerge chiaramente dalle ricerche che Giancarlo Barbadoro e Rosalba Nattero riportano nel loro libro “Il Cuore Antico – Tradizione dei nativi europei tra storia e mito”, altri popoli giunsero in queste terre in epoche posteriori. Si trattò delle genti provenienti dall’area dell’attuale Mar Nero dopo l’ultima glaciazione: le popolazioni dei Pelasgi che, spostatesi a causa della tracimazione del Mediterraneo, giunsero nelle terre che si affacciavano su questo mare e risalirono fino alla Pianura Padana ed oltre, in un periodo storico tra i 10 000 e i 7000 anni fa.

Di questo antico popolamento abbiamo alcune testimonianze, che collegano il Monferrato alla storia remota dell’Europa:

- a Pobietto, frazione di Morano sul Po (AL), nel 1994, durante i lavori di risistemazione di una risaia, sono stati rinvenuti  tre cerchi di pietre, fatti di ciottoli bassi. Al centro del più grande si è trovata un’urna cineraria, per cui gli archeologi hanno dedotto che fossero sepolture. Gli scavi hanno rivelato una “necropoli” o, meglio, un’area composta da numerosi cerchi di ciottoli che ricorda molto aree simili del Nord Europa (Clava Cairns in Scozia, Lindolm Hoje in Danimarca, ecc.), tutti siti sacri contraddistinti dall’uso del simbolo del cerchio;


Ruota forata in pietra verde ritrovata negli scavi archeologici di Alba (CN)

- a Castello d’Annone (AT) sono stati ritrovati molti reperti archeologici (frammenti di vasi, ecc.) con incisioni spiraliformi, oggi al Museo di Antichità di Torino, che testimoniano un popolamento antico e un legame alla cultura europea del tempo;

- ad Alba (CN), negli scavi effettuati in Corso Europa,  sono state trovate strutture simili a quelle di Pobietto. In base ai reperti sono state collocate in un arco temporale che va dal Neolitico recente all’Età del Rame (dalla metà del IV alla metà del III millennio a.C.): la zona è stata comunque sicuramente abitata dal 9000 a.C. in avanti. Nelle “tombe” sono state trovate statuine raffiguranti la Dea Madre, ruote forate e oggetti lavorati in pietra verde. Curiosa la questione di questa pietra, che veniva lavorata per asce, coltelli, utensili vari: gli artigiani itineranti si spostavano di villaggio in villaggio per fabbricare il necessario e, allo scopo, tenevano qua e là nel territorio dei veri e propri magazzini di pietra, oggi ritrovati. La pietra verde era molto apprezzata. In tempi recenti, nelle vigne c’era l’abitudine di porre sulle cime dei pali utensili di pietra verde, trovati nel terreno. Il vignaiolo spesso non sapeva che fossero reperti archeologici, ma attribuiva loro un potere magico di difesa delle proprie viti dalle intemperie e da quanto potesse nuocere al raccolto.

Questi ritrovamenti rimandano alla grande cultura megalitica, una cultura diffusa in tutta l’Europa e nel resto del mondo, costruttrice di strutture di pietra imponenti ed esistenti ancora oggi, come Stonhenge, Carnac ecc.

Anche se nel Monferrato non si trovano strutture imponenti, sono evidenti le tracce di costruzioni che nel tempo sono state abbattute, distrutte, fino a farne perdere le tracce.

I vecchi di Mongardino (AT) raccontavano di una “masca” che faceva apparire e scomparire un grosso masso sulla strada in una delle valli intorno al paese, tanto che alcuni avevano paura a passarvi. Magari un riferimento a qualche megalito che c’era una volta?

In un bosco vicino a Cisterna d’Asti si trova una grossa roccia detta “Pietra della fertilità” o “Masso di Sant’Anna”: la tradizione vuole che le donne ci scivolino sopra per rimanere incinte.  Il masso è molto conosciuto e usato ancora oggi, tant’è che vi si possono trovare offerte di vario tipo. Un uso molto simile  a quello terapeutico che viene fatto in Bretagna con i menhir o i dolmen.


La pietra guaritrice di Santa Varena a Villa del Foro, frazione di Alessandria

A Villa del Foro (AL) si trova “la pietra guaritrice di Santa Varena”: un megalito con poteri terapeutici, che è stato inglobato nella parete di una chiesa ed è tuttora usato per curare il mal di schiena. Santa Varena o Verena, secondo la tradizione cristiana, era una vivandiera al seguito della Legione Tebea.  Quando la Legione Tebea fu in parte sterminata e in parte dispersa, lei, come altri, girò per il Piemonte e in quel di Villa del Foro trovò un grande masso, usato come altare pagano su cui venivano portate offerte. La santa cercò aiuto per spostare il masso ma, non trovandolo, se lo caricò in spalla e lo portò dove si trova attualmente, chiedendo che sopra vi fosse edificata una chiesa. Continuò poi la sua opera di aiuto ai bisognosi ed è ricordata come guaritrice.

A proposito di Santa Varena, merita fare una piccola digressione sulla Legione Tebea. Secondo l’agiografia cristiana, che si basa sulla “Passio” scritta da Eucherio, vescovo di Lione nel 434,  si trattò di una legione mandata da Tebe in Gallia, per affiancare l’imperatore Massimiano. Questi ordinò di uccidere degli autoctoni (forse i Bagaudi): la leggenda narra che i legionari erano tutti cristiani e, trovandosi a combattere contro altri cristiani, si rifiutarono di farlo. Per questo vennero inizialmente decimati (ne fu ucciso uno ogni dieci) e poi trucidati in massa. La leggenda non ha un supporto storico e le molte ricerche fatte non portano a confermare quanto riportato dal vescovo…

La cosa curiosa è che la  leggenda stessa vuole che molti legionari si salvassero dallo sterminio e venissero perseguitati e martirizzati in seguito. Nel frattempo però ebbero modo di sistemarsi in vari luoghi del Piemonte, soprattutto in montagna, dove fecero opera di guarigione e di aiuto nei confronti delle popolazioni. Sui luoghi del loro martirio sono poi sorti santuari o chiese, legate spesso a pietre, massi, sorgenti, luoghi sacri precedenti… Insomma una vicenda che potrebbe nascondere una storia diversa, magari di druidi, anche venuti da lontano, che elargirono la loro opera nelle nostre terre.  Curioso è anche che i Savoia (notoriamente massoni e non religiosi) furono ufficialmente grandi devoti dei martiri tebei e fondarono addirittura l’Ordine di San Maurizio in onore del comandante della Legione.

Al Museo della Pietra di Vesime si trovano i cosiddetti “Moai del vino” (Moai in riferimento alle grandi statue dell’Isola di Pasqua), stele di pietra antropomorfizzate ritrovate in una vigna. Non è detto che le stele siano preistoriche e forse sono state scolpite in epoca successiva al loro primo utilizzo, ma senz’altro rendono conto di una tradizione antichissima: quella di piantare dei menhir nelle proprie terre, a testimonianza della propria cultura, a scopo terapeutico, per una sorta di agopuntura di Gaia, l’organismo Terra di cui facciamo parte.

Nel territorio di Vesime sono state ritrovate anche altre piccole stele, ruote forate e sfere di pietra. Ritrovamenti analoghi di sfere di pietra si verificano in molte parti del mondo. Normalmente queste sfere sono considerate delle formazioni naturali, ma è ben difficile sostenerlo, visto che appaiono perfettamente levigate: sono un interessante mistero legato, in alcune località, alle piramidi.

Sono stati trovati in territorio monferrino anche massi coppellati. Ad esempio a Sant’Aloisio, un villaggio vicino a Castellania (AL), si trovano coppelle in massi nel terreno. Le coppelle sono presenti in tutte le parti del mondo e molto numerose nel nostro Piemonte, dal Monte Musinè al Parco della Bessa, in Valchiusella, nelle valli di Lanzo, di Susa, ecc. I massi coppellati sono indice di luoghi sacri e le coppelle esprimono il simbolo sacro del cerchio.


I terrazzamenti di Cortemilia (CN)

A Cortemilia (CN) troviamo grandi terrazzamenti in pietra che praticamente modellano alcune colline della zona: si tratta di strutture molto antiche che ricordano da vicino i terrazzamenti di piramidi, grandi tumuli, zikkurat, ecc. Ufficialmente si datano all’epoca medievale, ma ci sono riferimenti al fatto che già i Romani avevano usato strutture preesistenti. I terrazzamenti sono imponenti: alcuni muraglioni sono alti tre o quattro metri. I ripiani sono in molti casi piuttosto stretti e poco adatti alle coltivazioni, tutti in pietra a secco. I terrazzamenti sono protetti e promossi dall’“Ecomuseo dei terrazzamenti e della vite” di Cortemilia che organizza, fra le altre iniziative, il premio di letteratura per ragazzi “Il Gigante delle Langhe”, il cui nome deriva dalla fiaba inventata (???) da un bambino del luogo. Secondo la fiaba, i terrazzamenti furono costruiti da un gigante, stufo di scivolare sui fianchi delle scoscese colline dell’Alta Langa. A quell’epoca il mondo era popolato da giganti. Una volta costruiti i terrazzamenti, il gigante fu contento e in seguito, insieme agli altri giganti, decise di andarsene su un altro pianeta, lasciando il mondo agli uomini che ereditarono queste costruzioni e le usarono per i loro bisogni. Una storia curiosa, simile ad antichissime leggende diffuse su tutto il pianeta riguardo ai “giganti” che popolavano la Terra in tempi ancestrali.

In zona ci sono anche gli “scau”, una sorta di capanni in pietra usati per essiccare le castagne: la particolarità è che 11 di essi sono a pianta rotonda (sembra unica al mondo) e ricordano altre strutture circolari come kivas, nuraghi, trulli, pozzi sacri. Possiamo  ipotizzare che fossero costruzioni particolari, usate in passato per altri scopi che non essiccare le castagne: una leggenda, infatti, tramanda che in alcuni scau la masca anziana consegnava il “libro del potere” alla masca giovane che le succedeva.

Miti e leggende rimandano al legame di queste terre con la cultura megalitica e anche con la leggendaria città di Rama in valle di Susa:

- l’origine del nome Asti: dal ligure “ast”, collina – altura,  ma anche, secondo Strabone, “roccia che si alza dalla pianura” (nella radice indoeuropea, Ast indica roccia);

- il mito di Cicno: secondo una versione di Pausania (II sec. d.C.) e anche secondo Esiodo, Cicno fu figlio di Stenelo, re dei Liguri  (la popolazione celtica che abitava queste terre) e parente per parte di madre di Fetonte, figlio del Sole. Cicno stesso regnò sui Liguri al di là di Eridano (il fiume Po) e, morendo, per volontà di Apollo fu trasformato in cigno e poi in costellazione. Il collegamento con Fetonte mette in luce il legame di queste terre con la grande civiltà di Rama, l’antica città della valle di Susa;


Particolare dei terrazzamenti di Cortemilia

- Asti e il Rocciamelone, la montagna sacra della valle di Susa, su cui si trova il rifugio “Ca’ d’Asti”: una leggenda infatti parla di un nobile astigiano, tale Bonifacio Roero o Rotario che, nella prima metà del XIV secolo, a scioglimento di un voto fatto durante la prigionia in Oriente, portò sul Rocciamelone un trittico di bronzo per la Madonna. Questo trittico si dovrebbe trovare nella cattedrale di Susa e, almeno fino alla fine dell’Ottocento, veniva riportato ogni anno, il 5 di agosto, sul Rocciamelone, con una processione solenne cui partecipavano tutti i valligiani in vesti tradizionali;

- la tradizione monferrina delle “canzoni di maggio” che si cantarono abitualmente fino all’inizio del Novecento. La tradizione voleva che a cantarle fossero tre ragazze, che giravano per il paese chiedendo offerte. In una di queste canzoni si fa riferimento a tre giovani: uno è vestito di rosso, uno di bianco e il terzo di grigio... come i tre draghi della bandiera di Rama!

Anche nel Monferrato non è mancato il tentativo di spazzare completamente una cultura e una tradizione antichissime. Ai tempi dei Romani queste terre subirono, come molte altre in tutta Europa, una vera e propria pulizia etnica. I Romani furono determinati a distruggere capillarmente gli insediamenti dei Liguri. I Liguri erano gente tosta: Tito Livio li descrive con i capelli lunghi, indipendenti e indomabili (“durum in armis genus”); in altra descrizione, sempre di epoca romana, si dice che “vale più un sottile Ligure che un fortissimo Gallo” e che “la donna possiede gagliardia d’uomo, l’uomo vigore di fiera”. Insomma gente indomita che evidentemente viveva una parità fra uomini e donne. Gente che diede non poco filo da torcere ai Romani invasori e che difese le proprie terre, la propria cultura, le proprie tradizioni. Ci fu una lotta senza quartiere tra i Romani e gli abitanti di queste zone, al punto che i Liguri si allearono con i Cartaginesi, quando Annibale attraversò le Alpi per andare a combattere Roma. Del periodo della lotta ligure-romana resta il toponimo “Vallarone” = vallis latronum = valle dei banditi. Erano così chiamate le valli laterali che costeggiavano le grandi vie di comunicazione e servivano da nascondiglio alle bande di partigiani, che attaccavano i convogli dei vettovagliamenti destinati alle guarnigioni romane.

I Romani non riuscirono a piegare la resistenza dei Liguri fino a che non decisero di incendiare le foreste in cui essi si annidavano. Il console Fulvio Flacco nel 179 a.C. fece incendiare i boschi dei colli del Monferrato e della valle del Tanaro, per stanare la gente e ucciderla. I superstiti furono deportati in massa sui monti dell’Abruzzo e poi fino al 173 a.C. nel Sannio, nel Sud Italia e nella Transpadana.

Nel 173 a.C. il generale Popilio Lucate (o Lenate) trucidò 10 000 persone della tribù dei Liguri  Statielli, nonostante fossero in pace con Roma: di ritorno a Roma, fu addirittura redarguito per la  troppa ferocia e il Senato decretò il risarcimento e la liberazione degli sconfitti. Ciononostante, il generale tornò in quei luoghi e finì l’opera sterminando i superstiti!

Un ultimo tentativo di liberazione dai Romani fu ancora fatto nel 14 a.C., ma fallì.

Cosa rimane di questo passato? Di questa storia nascosta? Difficile dirlo con precisione, tuttavia nelle tradizioni, nelle fiabe e leggende, nelle feste popolari si riconosce una cultura che non è morta. Qua e là qualche segno tangibile rimane: ci sono case nei cui giardini sorgono menhir o nei cui muri sono inserite pietre forate, ci sono persone che invece di una lapide scelgono un menhir o una croce celtica per la loro tomba…





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