Megalitismo

Il “caso Briaglia”: storia di una scoperta sensazionale

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06 Ottobre 2014
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Il tumulus di Briaglia, parte di un esteso sito megalitico di almeno 4000 anni fa scoperto negli anni ’70 dal prof. D’Aquino, oggi riportato alla luce dall’équipe dello speleologo Fabrizio Milla. L’ingresso ed il corridoio dell’ipogeo si trovano esattamente collimati con l’orizzonte nel punto in cui sorge il sole nel periodo del solstizio d’inverno

Un patrimonio megalitico di inestimabile valore è rimasto per anni sepolto nell’oblìo ed ora riemerge grazie all’interessamento di ricercatori indipendenti


“Una necropoli di 4000 anni fa scoperta nei pressi di Briaglia” (Secolo XIX); “Riaffiora una necropoli megalitica” (L’Avvenire); “Sensazionale a Briaglia: scoperti i resti di una necropoli ligure di circa quattromila anni fa” (Gazzetta di Mondovì); “Rinvenuti sulle alture del monregalese dolmen, menhir e statue stele” (Gazzetta di Cuneo).

Questi i titoli di alcuni giornali dei primi anni del 1970 relativi a presunti ritrovamenti avvenuti nel territorio di un piccolo comune sulle colline del monregalese: Briaglia.

Per capire di cosa si tratta attingiamo da una pubblicazione del 1972: “Dopo tre anni di studi, D’Aquino ed i suoi collaboratori hanno ritrovato i resti di un popolo di cui sino ad ora non si sapeva nulla. Lo studioso ritiene che questi monumenti megalitici siano stati innalzati dalla tribù dei Liguri Bagienni. Egli pensa che questo popolo, probabilmente proveniente da Mediterraneo Orientale, sia dapprima approdato in Sardegna, fondando la civiltà nuragica, proseguendo poi per la Corsica e l’Elba, arrivando successivamente fino alle coste della Liguria. Forse anche gli Etruschi apparterrebbero a questa migrazione. Seguendo poi il corso del fiume Tanaro, i Bagienni continuarono il loro grande esodo. D’Aquino è quasi certo che da una migrazione analoga dovette originarsi la civiltà megalitica nordica.


L’entrata del tumulus è stata restaurata per consentirne l’accesso. L’interno è rimasto inalterato

E ciò sarebbe dimostrato dal fatto che quando popolazioni celtiche scesero dal nord e invasero l’Italia settentrionale, non ci furono guerre o lotte, ma i popoli, molto affini tra di loro per religione e sistema di vita, si amalgamarono senza fatica (…)

Lo scontro si ebbe invece con un popolo di ceppo diverso, quale quello romano. Ma, come sappiamo, Roma vinse e seppellì tutti questi popoli con le sue leggi e le sue religioni, cambiando i nomi alle tribù. Per questo fino ad oggi, questa civiltà era sconosciuta.

(…) Il dolmen che ho potuto visitare (…) è formato da un lungo corridoio, su cui si aprono un pozzo ed una nicchia, e dalla camera mortuaria. Il tutto scavato artificialmente in un materiale simile al tufo e dipinto in ocra rossa. Il tempo ha ricoperto le pareti con uno spesso strato di incrostazioni calcaree e solo in alcuni punti è possibile vedere la trasudazione dell’ocra. A sinistra dell’ingresso e, come ho detto all’interno, vi sono due pozzi molto profondi. La loro specifica funzione è ancora un mistero, si pensa che possano mettere in comunicazione con un’altra camera mortuaria ad un piano inferiore” (R. D’Amico, “Clypeus”, anno IX n.1 aprile 1972, pagg. 20-21).

La notizia poteva essere effettivamente importante: in Piemonte vi sono alcuni reperti attribuibili alla cultura megalitica, ma un vero insediamento con necropoli e tombe a camere poteva essere veramente un ritrovamento unico.

Archeologia o fantastoria? Vediamo ancora attraverso la cronaca d’epoca chi fu l’artefice di queste scoperte da un articolo comparso sulla “Gazzetta di Mondovì” (22 ottobre 1971):


I lavori dell’équipe di speleologi del dottor Fabrizio Milla per consentire l’accesso al tumulus

“Il forte carattere del professore delle pietre. Tre anni di intense ricerche e di dure fatiche. Il prof. Ettore Janigro D’Aquino è riuscito a superare le iniziali diffidenze (specie quelle degli ambienti ufficiali) e ora anche i privati collaborano attivamente. (…) Sono tre anni che il professore esplora le vallate del monregalese, che si aggira sulle colline fra Vico e Briaglia; tre anni di ricerche silenziose, di studi continui, di fatiche, spesso fra l’incomprensione dei più con una costanza ammirevole e l’intento rivolto a un fine nobilissimo: quello della maggiore conoscenza delle origini dell’uomo. Il professore (47 anni, casalese) magro, segaligno, minuto, tutto nervi, gli occhi profondi e pensosi, il volto olivastro, non si concede riposo; è capace di stare anche senza cibo e senza riposo quando persegue il suo scopo e sta per raggiungere un risultato.”

Lontana dal mondo accademico e senza interessi economici, la ricerca nasceva spinta solo dalla passione del professore che era appunto uno studioso appassionato.

Ecco cosa scriveva nel marzo del 1971:

“Alla Soprintendenza Antichità e scavi del Piemonte – Torino.

A Vicoforte di Mondovì nel luglio 1969, erano in corso delle ricerche di paleontologia…

Durante quelle ricerche di resti fossili rinvenni in un bosco dei dintorni di Mondovì, delle pietre lavorate da un uomo preistorico. Pietre che si trovavano fuori terra, non più in situ. Le due pietre grandi, raffiguranti una figura maschile e una figura femminile, risultarono due statue stele.

Scoperta interessante che dimostrava che a Vicoforte vi era una cultura megalitica dell’Età del bronzo. La documentazione di quei reperti, è stata portata a Torino, in Soprintendenza, nel marzo 1971. Bisognava fare delle ricerche per vedere di localizzare quella cultura.


Il tumulus come si presentava all’inizio dei lavori

Da luglio a novembre 1970 si esplorò, tra boschi e rocce la intera montagna del Vicoforte. Localizzammo tra l’altro, un franamento di terreno, dove, sempre fuori terra, trovammo molte sculture in pietra sono la prova che effettivamente a Vicoforte vi è una intera cultura dell’Età del bronzo. La documentazione fotografica viene passata ora in Soprintendenza a Torino.

È poi stato localizzato in novembre, un cromlech, che aveva lo scopo di segnare un accesso monumentale a un recinto sacro. Siccome era ancora in situ è stato nuovamente ricoperto di terra a disposizione della Soprintendenza di Torino che deve autorizzarne lo scavo.

A Briaglia di Vicoforte, sempre fuori terra vi è un “menhir” la pietra lunga megalitica.

Distintamente E. Janigro D’Aquino”

Qualche mese dopo il professore aggiungeva un ulteriore contributo:

“24 luglio 1971. Alla Soprintendenza Antichità e scavi del Piemonte – Torino.

A Briaglia abbiamo trovato un altro menhir. Interessante la localizzazione fatta nel bosco sull’altura di Vicoforte dove, su una grande roccia vi è scolpita una testa.

Distintamente E. Janigro D’Aquino”.

Nello stesso periodo il professor D’Aquino pubblicò numerosi articoli sulle sue scoperte segnalando, oltre al ritrovamento di numerose pietre, anche quello di alcuni ipogei che lui indicava come “dolmen”.

In particolare, lungo la strada che da Briaglia scende ai laghetti, se ne troverebbero due. Uno si trova in località Casnea, con ingresso ad architrave a cui segue un corridoio e due camere. Qui individuava pitture in ocra rossa e gialla, nonché una pietra circolare con incisa un’arma.

Nel 1972, un laureando in ingegneria presso il politecnico di Torino, scrisse la sua tesi applicando metodi geoelettrici per la ricerca di cavità sotterranee proprio nel territorio di Briaglia: la sua analisi evidenziò altri cunicoli, stanze e pozzi.


Fabrizio Milla, lo speleologo che ha istituito una équipe di ricercatori di varia formazione ed ha riportato alla luce lo straordinario sito

E. Janigro D’Aquino si trasferì a Briaglia, riuscendo, con il suo entusiasmo, a coinvolgere tutto il paese. Ricerche e lavori di scavo proseguirono fino all’inizio degli anni Ottanta, quando il comune, dopo aver raccolto un notevole numero di presunte stele, dee madri, antropomorfi, zoomorfi e menhir, chiese un parere definitivo alla Soprintendenza.

La risposta della Soprintendenza Archeologica per il Piemonte di Torino, del 21 ottobre 1981, fu una doccia fredda:

“Si porta a conoscenza di codesta amministrazione che la scrivente effettuò tempo addietro un sopralluogo, unitamente al Prof. Carducci, nella località in oggetto, al fine di verificare la natura e l’entità del fenomeno segnalato a questo ufficio quale “complessa manifestazione di megalitismo”.

Nel corso del sopralluogo si appurò trattarsi di materiali che non rivestono interesse archeologico, il cui aspetto, talvolta vagamente antropomorfo o zoomorfo, è legato a fenomeni di erosione di origine naturale; se ne consigliò pertanto fino da allora un utilizzo che li riportasse ad una dimensione naturalistico-ambientale, per esempio in un parco pubblico, soluzione ritenuta tuttora valida ed opportuna.

Distinti saluti, Il Soprintendente Dott.sa Liliana Mercando”

Lo scalpore iniziale va scemando, l’interesse mediatico si spegne, molte pietre vanno perse, gli ipogei sono dimenticati e il professore deluso si defila da Briaglia con il suo sogno.

Ma dal sottosuolo originano continuamente messaggi che, come il respiro di un drago dormiente, giungono a chi li sa ascoltare. Orecchie hanno percepito ancora questo sussurro suadente e così a circa trent’anni dalle ricerche dell’archeologo, questa storia è tornata lentamente a vivere, intorpidita, ma ancora con l’energia necessaria a stimolare la curiosità e l’immaginazione.

Nel 2004 si è costituito un comitato per lo studio e la valorizzazione del sito che ha portato nel maggio 2008 all’inaugurazione di un’area ambientale in cui sono state sistemate alcune pietre fra le più significative. Molte altre pietre raccolte dal D’Aquino sono conservate nella ex Confraternita di San Giovanni mentre per gli ipogei sono stati ripresi gli studi.


Il pozzo all’interno del tumulus

Senza l’enfasi che in passato tendeva a fare di ogni allineamento o circolo di pietre “un osservatorio dei druidi” e con il ridimensionamento di quegli atteggiamenti accademici che accomunavano l’archeoastronomia all’esoterismo, è possibile riconsiderare il sito di Briaglia?

Da osservazioni personali l’ingresso ed il corridoio dell’ipogeo si trovano esattamente collimati con l’orizzonte nel punto in cui sorge il sole nel periodo del solstizio d’inverno, casualità o preciso calcolo?

Comunque ancora troppo poco.

Il professor Janigro D’Aquino nell’ottobre del 2005 ha esaurito il suo tempo in questa vita: nessuna ricerca archeologica ha confermato ufficialmente le sue ipotesi, ma il buio sotterraneo consente di conservare l’enigma fra verità e fantasia.

L’importante è che qualcuno continui ad aver voglia di specchiarsi nel pozzo del dolmen per interrogare il proprio riflesso sui misteri dell’uomo mantenendo viva la curiosità e la passione che alimentano la voglia di sognare. Solo così, probabilmente, è possibile pensare che nella campagna di Briaglia riposino guerrieri e sacerdoti persi fra le nebbie del tempo.


Fabrizio Milla, speleologo, è il fondatore dell’Associazione Mus Muris e Sindaco di Murello (CN)


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