Leggende e Tradizioni

Il Paese dell’Acqua

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30 Aprile 2013
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Il Piano della Mussa in Val d’Ala, Piemonte


“L’acqua è il principio di tutte le cose”, affermava il filosofo greco Talete circa seicento anni prima di Cristo. E proprio l’acqua, elemento fondamentale per la vita, sulle montagne assume tutte le forme consentite dal suo ciclo straordinario.

Ai nostri giorni, chiunque pensi al Piano della Mussa ne associa immediatamente il nome alla bontà dell’acqua che vi sgorga in quantità, per retaggio di una tradizione che si è consolidata nei secoli. Fin dal II secolo dopo Cristo, da quando si ha traccia cioè dell’utilizzo almeno estivo dell’altopiano, coloro che salirono la Val d’Ala per offrire pascoli rigogliosi alle loro greggi ebbero infatti modo di valutare quanta acqua discendesse da ogni versante.

Gli estesi ghiacciai, incuneati nell’elevata catena che separa la vallata dalla Savoia, svolgono infatti da sempre una funzione di riserva idrica che solo le variazioni climatiche degli ultimi decenni stanno vistosamente mettendo in discussione.


Il volume “L’acqua contesa. Storia dell’acquedotto del Pian della Mussa” scritto da Gianni Castagneri e pubblicato da il Risveglio editore, è un’analisi che ricostruisce, attraverso documenti d’archivio e fonti giornalistiche, il percorso che portò alla realizzazione dell’acquedotto che convoglia l’acqua dal Pian della Mussa a Torino

Un fitto reticolato idrografico, ben visibile durante le piene primaverili o quando le precipitazioni si fanno più intense, caratterizza così l’aspetto geomorfologico della testata della valle.

Torrenti e ruscelli segnano il paesaggio, così come altre graziose espressioni dell’acqua disegnate dall’abbondanza, come i quieti laghetti, le cascate vigorose che precipitano dalle rupi e le stesse torbiere che descrivono il lento interramento di bacini lacustri.

Tuttora si tramanda il ricordo di quanto tumultuosamente, specie tra la primavera e l’inizio dell’estate, allo sciogliersi delle nevi, l’acqua dirompesse dai margini delle pietraie esposte a mezzogiorno nella prima parte del Piano della Mussa, quasi fosse in ebollizione. Molti dei più antichi toponimi, tutt’oggi in uso e in genere derivanti da termini dialettali locali, sono associati all’acqua che, in vario modo, solca la terra e la roccia. Ru, ròiess, riàn, lagoùs, gòies, fountànes, gòrges e altre parole ancora rimandano alla forma assunta dall’acqua o all’uso che se ne faceva. Con accezione meno immediata, il nome “Ciamarella”, che distingue la vetta più elevata delle Alpi Graie e il sottostante alpeggio, ha un etimo forse derivante da cioum e maré, sinonimi piemontesi di mouìs, termine francoprovenzale con cui si definiscono i terreni fangosi. La stessa denominazione “Mussa” potrebbe essere equiparabile al termine di derivazione germanica mosa, che indica un terreno umido e paludoso, o al francese mousse, riferito alla spuma, ma anche al muschio.

I pastori, che ottennero per secoli il massimo rendimento possibile dai suoli montani, si limitarono a derivare qualche canale, per provvedere all’abbeveraggio degli armenti o per conservare il latte e i suoi derivati o, ancora, per irrigare i pascoli che pativano i siccitosi periodi estivi. Per queste ragioni, essi ritennero l’acqua un bene importante e tale convinzione si rafforzò in loro allorché scelsero di colonizzare quelle terre alte, insediandovi nuclei abitativi permanenti e colture agricole. L’acqua divenne allora utile per gli usi domestici, per muovere le macine dei mulini disseminati lungo la valle, per lavorare i metalli e per la fertirrigazione dei prati e dei pascoli.

In ogni caso, per secoli l’abbondanza di risorse idriche sostenne l’operato quotidiano dei montanari, senza necessità di particolari regolamentazioni né di imposizioni fiscali che potessero in qualche modo metterne in discussione l’impiego. L’acqua era un vero bene comune e, come l’aria, era tacitamente a disposizione di coloro che ne beneficiavano abitualmente, senza limitazioni.


Tratto dal libro “L’acqua contesa. Storia dell’acquedotto del Piano della Mussa" Il Risveglio Editore, 2013


Gianni Castagneri è stato Sindaco di Balme (Val d’Ala) per dieci anni. Giornalista e scrittore, è corrispondente per il settimanale “Il Risveglio”.

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