Esoterismo

Il Mito Templare e il Guerriero Sacro

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01 Novembre 2011
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Cavaliere Templare


Quando si pensa alle leggende dei Cavalieri della Tavola Rotonda e della Cherche du Graal, non a tutti viene da pensare come quel mito, quell’icona di guerriero etico e spirituale, almeno nella forma che ci è stata tramandata nei Romanzi Cortesi da Grégoire de Tours e da Wolfram von Eschenbach, tragga origine dal Mito Templare. Perfino la visione negativa del Cavaliere Templare descritta da Sir Walther Scott nel suo Ivanhoe, non è altro che la trasposizione in negativo dello stesso archetipo. Il cavaliere ideale viene qui delineato per riflesso, indicando tutti i difetti che non dovrebbe avere.

Ancora oggi, a oltre sette secoli di distanza, un mito potente ed indissolubile circonda i Cavalieri del Tempio. Sentendo parlare di Templari, anche chi non abbia mai approfondito la conoscenza della loro storia e dei loro costumi si sente irresistibilmente rapito da un sentimento improvviso, quasi un senso di nostalgia. La fonte di questo fascino è la profonda spiritualità che ancora oggi si riconosce associata alla figura del Cavaliere Templare.

Il mito templare ha radici profonde nelle origini celtiche ed indoeuropee del nostro immaginario collettivo. Greci e Romani storicizzarono il mito, i Celti mitizzavano la storia. Il loro gusto per l'avventura e per il rischio determinarono la loro diversa capacità di cogliere la presenza del Sacro in tutti gli aspetti della vita quotidiana.

Se da un certo punto di vista si può dire che il monaco guerriero fu una contraddizione per la filosofia cristiana, per quella parte di anima celtica che sopravvisse alla romanizzazione dell’Europa, tale figura corrispondeva a un déjà vu, a una tradizione antica e consolidata, che affascinava il cuore oltre che la mente.


I Cavalieri Templari in un dipinto d’epoca

Il Druido era un saggio, sacerdote e guerriero che all'occorrenza impugnava la spada. Egli viveva sempre al confine tra i due mondi: il nero e il bianco, la materia e lo spirito, il profano e il Sacro, due mondi che divennero l'emblema stesso dei cavalieri del tempio, manifestandosi nella loro bandiera: il Baussant.

L'Ordine del Tempio era avvolto da un alone di spiritualità, di sacrificio, e di dedizione al dovere sovra-mondano che lo poneva al di là della consueta immagine stereotipata del guerriero brutale e sanguinario. Al contrario egli rappresentava il cavaliere alla ricerca della "Aventure", termine questo che sta a significare molto di più del moderno “avventura”, si trattava piuttosto dell'irruzione del Sacro nel profano quotidiano, la sottile linea che divide il bianco dal nero, il tenue confine tra la Materia e lo Spirito.

La linea illusoria che pare separare il bianco dal nero nei quadri della scacchiera è il “ponte periglioso”, il difficile sentiero del Guerriero della Luce, simbolo di equilibrio e consapevolezza che comparirà nelle successive leggende della cavalleria cortese. Infatti è proprio dalla figura del Cavaliere Sacro, del guerriero sacerdote, che si sviluppano il mito e l'archetipo del Cavaliere tardo medievale.


Il Cavaliere Sacro

Il Cavaliere Sacro, o il Cavaliere della Luce, si differenzia dal mercenario, dal macellaio che uccide per denaro, per l'etica e per le regole di comportamento a cui si attiene. Regole queste che risultano attestate già da san Giovanni il quale, interrogato sul quinto comandamento da alcuni legionari romani di fede cristiana, rispose che, seppur costretti dal loro mestiere ad uccidere, i soldati avrebbero potuto conquistare il paradiso se avessero rispettato le regole di comportamento del Guerriero Sacro: “non vessate, non calunniate, e accontentatevi delle vostre paghe”.

A ben vedere in queste parole si ritrovano i tre punti cardinali dell'etica del Guerriero Sacro.

“Non vessare” cioè non infliggere al nemico più danni del necessario, non provare piacere nell'usargli violenza. A tal proposito bisogna ricordare il famoso motto templare: “quando sguaini la spada non chiederti chi devi uccidere, bensì chi devi risparmiare.”

“Non calunniare” cioè non disprezzare né odiare il tuo nemico, sii semplicemente un suo leale oppositore.

“Accontentati della tua paga” e cioè non batterti per desiderio di saccheggio, di guadagno o di potere, ma solo per una giusta causa.

In questo semplice codice si svela l’origine della base filosofica della Via dell'Eroe: spiritualità e azione fuse coerentemente tra di loro. È il terzo gradino della crescita interiore, la summa della Via Reale e della Via Sacerdotale. Si tratta alfine di quella poco nota Via Iniziatica cui si accede solo dopo essere progressivamente passati per l'Iniziazione della Terra (Via Reale) e l'Iniziazione dell'Acqua (Via Sacerdotale), che confluiscono e si perfezionano in una terza iniziazione, quella del Fuoco (o del Sangue). Questo ultimo gradino rappresenta una consacrazione che nessuno ci può dare, ma che ciascun Iniziato deve conquistarsi sul campo delle proprie battaglie interiori, trasportando con lucida coraggiosa coerenza nel mondo materiale l’essenza dello spirito, una corrispondenza tra parola e azione, teoria e pratica, somma prova di coraggio e di disciplina morale che solo a pochissimi è dato di raggiungere.


Il sigillo dei Templari che esprime il dualismo della filosofia dell’Ordine del Tempio

Il fascino di questo Uomo Integro, essere completo, fusione consapevole di corpo, anima e spirito, in grado di coesistere consapevolmente con tutte le sue dimensioni materiali e spirituali (quindi al contempo dispensatore di sacralità e violenza), si è aggregato progressivamente sino ad incarnarsi in un mito che ha superato i secoli: l’icona del Cavaliere Templare.


Il Bafometto, simbolo misterioso il cui significato era tenuto segreto dai Templari, facendo parte delle loro cerimonie di Iniziazione

È l’Eroe che è chiamato a dare prova di sé dimostrando la sua capacità di trascendere le limitazioni umane superando la paura, non solo filosofica, della morte, e con essa quella dell'ignoto che sempre l'accompagna.

Possiamo ritrovare una concezione del tutto simile nella Scienza Alchemica. Per essa le Vie più note per l'iniziazione e il raggiungimento dell'illuminazione sono essenzialmente due: la Via Umida e la Via Secca. Meno noto è però che a queste due si aggiunge anche una terza Via, da alcuni condannata, da altri considerata estremamente difficile: la Hierogamia, il matrimonio sacro, l'unione di Yin e Yang. Gli amanti che sono due solo in apparenza, ma che nella sostanza diventano Uno con la liberazione di una potente energia ambivalente raffigurata dal rebis. Un'energia profonda, figlia di Venere, che rivitalizza gli amanti pervadendoli fino a livello cellulare. Si tratta di quella operazione chiamata “a due vasi”, alludendo ai corpi delle due persone di sesso diverso, che nell'unione superano il dualismo scambiandosi i rispettivi poteri e così esaltandoli.

Ma ancor meno nota è l’esistenza di un quarto metodo per la realizzazione della Grande Opera prevista dall'Alchimia. Per descriverlo con le parole del Ferrara: si tratta de “la Via Androgina, secca ed umida allo stesso tempo, quella delle iniziazioni eroiche, che si collega all'antico senso sacro della guerra, che eleva l'eroe a Iniziato, in quanto infonde nel guerriero l'amore verso i più deboli, verso la Donna, verso la Patria, verso l'Umanità, e lo sprona alla mors triumphalis come via al Cielo. Questa iniziazione desta ugualmente una forza trasportante, anche se è violenta, e un eros simile alle forme orgiastiche, in cui lo slancio eroico ha uguali possibilità dello slancio mistico, dell'estasi e della sottile mortificazione dell’ascesi ermetica”.


L’Ordine del Tempio e i Celti

Fin dal Medio Evo i Templari furono visti dal sentimento popolare come l'occasione di una realizzazione interiore estesa sui tre piani dell'esistenza umana: lo Spirito, l'Intelletto, la Materia (Umbra, Spiritus et Manes o ancora Anima, Spiritus e Corpus). Ecco qui riaffiorare ancora una volta la matrice celtica con la sua evidente tripartizione indoeuropea: guerriero, sacerdote, artigiano o, per usare termini tipicamente medievali, Oratores, Bellatores, Laboratores.


Disegno raffigurante Jacques De Molay, capo dell’Ordine dei Templari, che venne condannato al rogo nel 1314

L'ordine monastico militare trovava così un equilibrio tra i tre piani, una Via di Mezzo che restituiva l'integrità all'uomo con un processo di Alchimia psicologica che portava alla formazione dell'uomo completo. Conferendogli in tal modo un equilibrio in cui nessuno dei tre componenti prevaleva sull'altro. Un equilibrio che sapeva di perfezione e che diede impulso all’archetipo duraturo ed inossidabile del “Cavaliere della Luce” che lotta contro le Tenebre, del “Campione del Bene” che si batte contro i malvagi. Un simbolo potente che già dai contemporanei fu subito identificato con i Cavalieri del Tempio, una proiezione archetipica che superò tutte le accuse e le traversie storiche dell'Ordine, e si sublimò prima nel mito della Cavalleria cortese tardo medievale e poi nell'Uomo completo della Grande Opera alchemica delle teorie ermetiche del '700. Un modello di comportamento che proponeva anche una lotta interiore, ben più importante di quella esteriore.

Per uno di quegli scherzi del destino che fanno pensare all'esistenza della nemesi nella storia dell'uomo, il mito dell'Ordine del Tempio prese vigore proprio con gli arresti che vi posero fine nel 1307, e si accrebbe ancor più con i roghi del 1310 e il sacrificio di centinaia di bianchi cavalieri immolati alla corruzione del mondo.


Gran Maestro Templare

A quel punto l’Ordine del Tempio assunse anche la simbologia sacrificale che fino ad allora era stata propria del Cristo e prima ancora di Osiride e Mithra. Come il re Sacro degli antichi Celti, che offriva la propria vita per liberare il suo popolo dai pericoli e dalle carestie, come Mithra che versa il sangue del Toro per ridare forza e purezza alla Terra, come in seguito il Dio Bianco dei Cristiani, il Cristo, che si immola sulla croce per redimere gli uomini dal peccato originale, così ora i cavalieri Templari nell'immaginario collettivo venivano sacrificati per redimere le colpe di una civiltà corrotta, che aveva perduto la Terrasanta abbandonandola nelle mani degli invasori islamici che distruggevano chiese e templi ancor più antichi per innalzare le loro moschee.


Santi ed Eroi

"Lo spirito del Tempio fu una impresa sublime in cui l'Onore e la Fede avevano parti uguali" dice Georges Bordonove, riconoscendo che coloro che militavano nell'Ordine dovevano essere al tempo stesso “dei santi e degli eroi, degli speculativi e degli uomini d'azione, amministratori e capi militari”; impegnati a servire per umiltà e senso di obbedienza, sacrificandosi con eroismo non per la propria gloria ma per quella di Dio. “Non nobis Domine, non nobis sed nomini tuo dat gloriam

Se il 3 aprile 1312 il papa Clemente V decretò lo scioglimento dell'Ordine con la bolla “Vox conclamantis”, contemporaneamente nella storia dell'immaginario collettivo da quel momento prese vita un mito immortale.

Oggi i veri Templari sono scomparsi, ma sopravvive il mito sotterraneo, il fascino arcano del loro modo di intendere la vita: un'allegria, un coraggio spavaldo, una disposizione al sacrificio supremo per l'ideale, un senso di spiritualità pratica e disciplinata che l'uomo moderno ha perduto, ma che era comune presso i nostri antenati Celti.

Nella comodità decadente del nostro egoismo, avvertiamo la mancanza di uno scopo superiore della semplice e meschina salvaguardia dei nostri privilegi, un senso di vuoto e di vanità che attanaglia l'anima e ci fa desiderare di essere nuovamente degli uomini completi: esseri spirituali e guerrieri al tempo stesso. È il bisogno di riappropriarsi di qualcosa di vero e profondo che renda finalmente la vita realmente degna di essere vissuta. Ed è la molla principale che rende ancora e sempre attuale il mito dei Cavalieri Templari.


Silvio Canavese è scrittore e direttore della Keltia Editrice. Ha pubblicato numerosi testi tra cui “Il Potere dei Templari”


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