Archeologia

Santo o eretico? I due volti dell’apostolo Filippo

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06 Ottobre 2011
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La tomba attribuita al controverso apostolo

La scoperta in Turchia del sepolcro riporta alla luce il mistero sulla vera identità dell’apostolo


La duplice identità dell’apostolo

Da molti anni gli archeologi ne erano alla ricerca, tutto sembrava combaciare alla perfezione, le molteplici tradizioni orali, i bassorilievi, le fonti scritte, l’antica via di pellegrinaggio, ma il nodo alla fine appariva sempre impossibile da districare. Nessuno sembrava in grado di sciogliere tutti gli interrogativi e raggiungere il luogo dell’eterno riposo di uno dei più controversi apostoli di Cristo, di colui che durante l’ultima cena venne rimproverato duramente dalle forti parole del suo maestro «Filippo sono stato con voi per tanto tempo e non mi conosci?». Il momento tanto atteso ora sembra infine essere giunto, la tomba dell’apostolo Filippo è stata ritrovata.

La sensazionale scoperta è avvenuta ad opera di un’équipe di archeologi italiani guidata dal professore Francesco D’Andria dell’Università di Salerno che nel pieno dell’estate appena trascorsa ha comunicato al mondo l’ormai insperato ritrovamento del santo nell’antica città di Hierapolis (dal greco Hierós-Pòlis cioè Sacra-Città) conosciuta oggi come Pamukkale, in Turchia.

La spedizione archeologica di Hierapolis nata nell’ormai lontano 1957 non aveva mai voluto mascherare la sua decisa intenzione di ritrovare la tomba del famoso apostolo il cui culto abbraccia l’intera cristianità. Le maggiori fonti scritte dei primi secoli dopo Cristo sono concordi nell’identificare questa città ellenistico-romana come il luogo della morte e della successiva sepoltura del santo. Eusebio di Cesarea riporta una nota lettera del vescovo di Efeso Policrate che per bilanciare lo strapotere spirituale di Roma fa notare che «Anche in Asia infatti riposano grandi astri, che si leveranno nell’ultimo giorno della parousìa del Signore (...) (tra questi) Filippo, uno dei dodici apostoli, il quale si è addormentato a Hierapolis (...) ».

Ma per quanto Filippo sia venerato da cattolici, ortodossi, copti, anglicani, armeni ed evangelici il fascino della sua figura nasce proprio dalle ombre del suo pensiero, poiché lo gnosticismo, il più grande avversario del cristianesimo nei primi secoli dopo la morte di Cristo, lo innalza a proprio sommo profeta attribuendogli un Vangelo che descrive il significato della venuta di Cristo e l’uso dei cinque sacramenti ribaltandoli totalmente in chiave gnostica (Vangelo di Filippo II sec d.C.).

Il segno evidente di questa spaccatura tra i primi cristiani risalta anche nelle parole del presbitero romano Gaio nella sua disputa teologica contro Proclo davanti a Papa Zefferino (disputa che possiamo trovare nel “Dialogo” di Eusebio di Cesarea). Gaio nel sostenere la posizione più ortodossa fonda la Chiesa di Roma sui «trofei di Pietro e Paolo» mentre il suo avversario Proclo, sostenitore dell’eresia montanistica, vede in Filippo e nelle sue figlie profetesse i pilastri indistruttibili del suo culto.


Le rovine dell’antica città di Hierapolis, l’odierna Pamukkale in Turchia

Filippo vive così una duplice identità da oltre duemila anni, da un lato seguace di Cristo e simbolo stesso della Chiesa Ortodossa, dall’altro diventa tra i fondatori di forti correnti eretiche (solitamente di carattere gnostico ma non solo), senza dimenticare l’insolito rilievo attribuito da Filippo alla figura femminile, un elemento destinato ad eclissarsi nei secoli successivi nel credo romano e nei suoi derivati. Secondo numerose fonti storiche Filippo ebbe ben quattro figlie (elemento che va contro la tendenza essena del celibato che spesso viene legata a Cristo e ai suoi discepoli) e soprattutto queste donne non erano sue semplici seguaci ma vere e proprie profetesse, dotate, secondo lo stesso Eusebio di Cesarea (Storia Ecclesiastica, III, 39, 9) dell’autentico fuoco profetico che le fece predicare ai primi cristiani sino alla loro morte. Un insolito ruolo svolto dal mondo femminile che sembra pervadere parte dell’eterogeneo mondo gnostico perché proprio nel già citato Vangelo di Filippo troviamo “il bacio” tra Cristo e la Maddalena con un significato prettamente sacrale.


La scoperta del Martyrium

La cerca del sepolcro di San Filippo, il cui intenso culto personale è sopravvissuto ai secoli partendo dall’Antica Roma per finire nelle piccole sette sopravvissute fino ad oggi tra le montagne turche, era stata avviata a Hierapolis oltre cinquant’anni fa dal primo direttore degli scavi Paolo Verzone, che con tenacia era riuscito a scoprire nella collina orientale oltre le mura della città un’antica chiesa di forma ottagonale. L’edificio si rivelò essere uno straordinario capolavoro dell’architettura bizantina del V secolo d.C. in cui l’abilità bizantina di quegli anni si trova strettamente indirizzata alla lavorazione del Travertino. Il complesso edificio ottagonale inneggia simbolicamente i numeri sacri dell’antico e del nuovo testamento: gli otto lati nel corpo centrale, il quadrato che inscrive l’ottagono, i cortili rigidamente triangolari e le cappelle a sette lati.

La chiesa divenuta subito eccezionalmente famosa venne interpretata da Verzone e dai suoi collaboratori come il luogo in cui era avvenuto il martirio del santo apostolo, indirizzando così tutte le sue energie nel ritrovare proprio in quel luogo sacro la tomba di Filippo.

L’insuccesso negli anni successivi non demotivò gli archeologi che quando ripresero i lavori sul sito nel 2001 sotto la guida di Francesco D’Andria seguitarono ad indagare la struttura del luogo con strumenti più moderni ma senza evidenti risultati, riuscendo invece in un’altra insperata scoperta.

Gli studiosi italiani identificarono con precisione il grande percorso processionale che portava i pellegrini, attraverso la città di Hierapolis, sino alla collina del martirio del santo. I fedeli, uscendo dalla porta della città, attraversavano un ponte e, prima di affrontare la grande scala a gradoni che li avrebbe condotti al Martyrion di San Filippo, procedevano a numerose soste rituali dove purificarsi spiritualmente e fisicamente.


La tomba di Filippo

Proprio l’esatta risalita al percorso processionale dei fedeli ha spinto gli archeologi a indagare con maggior attenzione alcune zone di sosta che avrebbero compiuto i pellegrini per raggiungere infine l’ottagonale chiesa del martirio, soffermandosi su un pianoro a mezza costa, a pochi metri di distanza dalla chiesa bizantina. In quel luogo emergeva, da un insolito cumulo di pietre e di marmi abilmente lavorati, la parte superiore del frontone in travertino di una tomba a sacello d’epoca romana, edificata intorno al I secolo a.C. Per quanto la scoperta in sé non avesse nulla di straordinario in quanto a quel tempo quella zona fuori dalle mura della città era una vasta necropoli, apparve subito singolare che intorno a questa tomba romana si trovasse una quantità simile di resti di muri e colonnati bizantini.


La scoperta dell’antico sepolcro

Gli scavi di questi ultimi mesi hanno così ricomposto il complesso puzzle portando alla luce che proprio intorno alla tomba a sacello romana era edificata una grande basilica a tre navate. Gli archeologi italiani hanno potuto rinvenire degli splendidi capitelli in marmo con raffinate decorazioni databili al V secolo, insieme a croci, tralci vegetali, transenne traforate e fregi con palme stilizzate all’interno di nicchie. Senza voler dimenticare lo splendido pavimento della navata centrale realizzata con una complessa tecnica a intarsi marmorei (opus sectile) con motivi geometrici a colori molto variati.

Fregi, iscrizioni e struttura simbolica della costruzione del V secolo hanno guidato gli archeologi ad un'unica e certa conclusione, una conclusione che gli studiosi italiani attendevano da oltre mezzo secolo: la tomba romana al centro del sito è proprio il luogo di sepoltura dell’apostolo Filippo.

Volendo far scorrere all’indietro l’orologio del tempo possiamo immaginare che quindici secoli fa i pellegrini, entrando dal nartece (un corto atrio alle porte della chiesa), salivano nella parte superiore della tomba dove potevano pregare sul corpo del santo, scendendo poi attraverso un pianerottolo decorato da un raffinato mosaico con raffigurazione di pesci. Un elemento che gli archeologi vorrebbero far riferire al miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci in cui Cristo si rivolge a Filippo per metterlo alla prova (Giovanni, 6,5 / 6,13).

La scoperta, se confermata (Francesco D’Andria e i suoi collaboratori sono certi del risultato ottenuto), porterebbe ancora più lustro a uno dei siti più visitati di tutta la Turchia, senza dimenticare che l’intera cristianità (e non solo) venera la memoria di quest’uomo che suo malgrado riuscì, quasi quanto il suo maestro, a fondare culti tanto eterogenei gli uni verso gli altri da apparire quasi antitetici.

«Filippo sono stato con voi per tanto tempo e non mi conosci ancora?» chiede Cristo al suo apostolo durante l’ultima cena, mettendolo per l’ennesima volta alla prova. Ma quello che ora ci rimane da capire è la risposta alla domanda inversa: conosciamo veramente colui che è stato sepolto a Hierapolis? Quali dei tanti volti che ci riportano i testi antichi è quello vero? Secondo le sue stesse parole nel Vangelo di Filippo «Luce e tenebre, vita e morte, destra e sinistra, sono tra loro fratelli. Non è possibile separarli». Allora i due volti dell’apostolo sono forse solo la doppia immagine di un unico volto scolpito nel trascorrere inquieto dei secoli.

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