Animalismo

Quanto conosciamo dei nostri animali?

Stampa E-mail
17 Ottobre 2020
|
Quanto conosciamo dei nostri animali?

Empatia e interazione tra gli animali e gli esseri umani


Da sempre chi ha empatia per gli animali è portato a interpretare le loro azioni paragonandole a quelle umane. Credo che l’empatia sia un approccio che serve alle persone direttamente perché offre serenità e dolcezza e indirettamente fa bene anche agli animali poiché se si ha empatia si dovrebbero considerarli di più con più attenzione, cioè “trattarli meglio”.

Però, forse, non sempre si capiscono le loro azioni così facendo, anche se non è un gran problema se non si producono a loro dei danni.

Alzi la mano chi non dice che il suo cane lo sta “baciando” quando cerca di leccarlo in faccia, molto spesso vicino alla bocca. Già nel paragone vi è una estrapolazione del concetto, poiché leccare non è baciare, ma la specificazione non è così importante. Più importante è ragionare sul significato che le azioni dei cani hanno per loro e per noi umani. Ricordando che è molto molto meglio essere empatici verso gli animali e che l’empatia non li ha mai danneggiati, mentre altre posizioni preconcette come la zoofobia producono gravi danni alla loro integrità, però può essere curioso verificare come gli atti dei nostri amici animali possano essere interpretati in modo diverso dalle due specie, appunto gli animali e gli esseri umani.

Fin da piccolo, sentivo dire che gli animali “si nascondono per morire” e solo dopo anni ho scoperto il motivo di questa affermazione.

Quanto conosciamo dei nostri animali?

Gli animali nel corso della loro evoluzione hanno interiorizzato i comportamenti etologici che, come ricorda Lorenz il padre dell’etologia, si tramandano di generazione in generazione e non si dimenticano con il cambio di vita. Tra l’altro se accettassimo che il sistema di vita, l’addomesticamento e la cattività possono cambiare le abitudini etologiche dovremmo accettare che gli animali nei circhi e negli zoo ma anche negli allevamenti dove sono pigiati “stanno bene” perché sono figli di animali nati in cattività o perchè sono addestrati in un certo modo, ecc.

Si deve sempre considerare che “natura non fecit saltum” in ogni evenienza vitale e se si ammette che vi può essere una deviazione questa vale pertutte le esperienze di vita di ogni specie e classe.

Ritornando al nascondersi per morire, l’animale sofferente, di qualsiasi specie possiamo osservare da vicino, se può si allontana dall’area, dal luogo in cui vive perché con la sua debolezza potrebbe mettere in crisi, attirando competitori o nemici, i suoi consimili.

Recentemente una signora mi ha raccontato che il suo gattino, nelle ultime ore di vita per una malattia, aveva abbandonato il letto che condivideva da sempre con lei, per rifugiarsi in un cantuccio dove effettivamente è morto.

Così il cane quando ci “bacia” in bocca ricorda quello che per millenni era stato abituato a fare, quando cioè la mamma cane o gatto che fosse, ma anche il lupo che però non ci lecca in faccia a meno di casi eccezionali e al momento non conosciuti, provvedeva allo svezzamento vomitando il cibo per abituare i cuccioli agli alimenti diversi dal latte materno di cui dovevano imparare a nutrirsi.

Il cane anche adulto che cerca la bocca per leccare ripete il gesto atavico con cui i suoi proto antenati chiedevano alla madre di mangiare e la invitavano a vomitare per loro. Certo tutto questo è molto meno poetico del pensiero del bacio ma a me procura comunque una grande tenerezza e mi piace pensare più a quel gesto in chiave canina o gattesca piuttosto che in tono antropocentrico.

Quanto conosciamo dei nostri animali?

E quando qualcuno abbraccia il cane mi diverte guardare lo sguardo smarrito dell’animale che si guarda attorno su come comportarsi, chiedendo quale sia la domanda implicita nel comportamento umano, che lui, a differenza dei primati unici a comprendere il significato dell’abbraccio, non riesce a tradurre con le sue conoscenze. Si dice che solo i primati, appunto, avendo le braccia siano in grado di fare quel gesto e quindi di capirlo.

Eppure abbracciare il cane procura tanto piacere all’umano e non danneggia certo l’animale, solo segnala una diversa interpretazione di uno stesso atto.

E le carezze? Se non ci avviciniamo imponendo le mani sulla testa, peraltro azione quasi spontanea per noi umani che normalmente siamo più alti dei cani e dei gatti, il passare le mani sul mantello è un atto gradito, che procura tranquillità sia agli umani sia agli animali. Tutti gli animali, da cuccioli, ricevono dalle loro madri lunghe pazienti dolcissime leccate, per pulire il pelo, per lisciarlo, per asportare la polvere o altra sporcizia e le nostre carezze sono per loro il ricordo di quei piacevoli momenti a cui rispondono dimostrando la loro contentezza. Un’azione con due significati diversi.

Poi ci sono i significati più difficili, forse, da accettare.

Recentemente un articolo giornalistico riportava la vicenda di un maiale che era scappato dal camion che lo stava portando al macello. Ognuno è libero di pensare che il maiale avesse coscienza di andare al macello ma è etologicamente molto più credibile che la fuga fosse stata indotta dal malessere provato dall’animale nell’essere caricato a forza sul camion, trasportato in una maniera per lui paurosa, con rumori sconosciuti in un ambiente nuovo e angusto. La reazione di qualsiasi animale a situazioni che incutono timore è qualificata con “fuggi o combatti” cioè cerca di opporti con la forza o cerca il modo di fuggire. Tutti gli animali in un luogo nuovo e sconosciuto hanno la tendenza a scappare (per i gatti la fuga può essere un nascondiglio). Il furbo maiale aveva evidentemente trovato il modo di scappare da un luogo che lo terrorizzava. La sua fuga si è risolta favorevolmente perché ha trovato la salvezza per via della sensibilità di qualche persona che lo ha accolto e gli ha donato una casa invece di portarlo al macello.

Quanto conosciamo dei nostri animali?

Se lo stesso maiale fosse fuggito in un altro paese o in altri tempi sarebbe stato ripreso e riportato al macello.

Per una visione empatica fa piacere pensare che il maiale avesse volontariamente scelto la fuga per evitare una triste sorte, per l’etologia la fuga è stata il risultato di un’azione andata a buon fine e suscitata da una condizione negativa vissuta nel momento senza pensare al dopo.  Anche il messaggio per noi umani è diverso ma non è detto che sia di minore intensità: rendersi conto che l’animale è scappato per la paura vissuta nel trasporto ci fa ragionare sul fatto che milioni di animali sono trasportati ogni giorno nel mondo e tutti provano la stessa paura dell’intraprendente maiale.

Tempo addietro ha suscitato molta dolcezza la foto di un castoro, credo di ricordare, che odorava intensamente un fiore, proprio come potremmo farlo noi. Anche a me ha ispirato tenerezza profonda, anche se sapevo che il suo gesto non era fine a se stesso, probabilmente aveva sentito una traccia che doveva raccogliere e catalogare poiché dal rilievo dell’animale che l’aveva lasciata poteva dipendere la sua stessa vita, se fosse stata lasciata da un consimile magari in periodo di accoppiamento aveva un significato ben diverso nel caso che il colpevole fosse stato un predatore. Certo è meglio fermarsi alla prima sensazione e commuoversi per la dolcezza dell’immagine che non leggerla in modo realistico e un poco arido.

Non sempre le cose vanno così bene per gli animali. Molti tengono uccelli di varie specie nelle abitazioni e si rallegrano per il loro canto, anche se talvolta devono coprire le gabbie per non essere svegliati al mattino troppo presto. Fuori dal piacere tutto umano per quel suono, si deve sapere che il canto è spesso un segnale di stress e di sofferenza e quindi non un segno di allegria ma di tristezza.

In fondo non è forse importante conoscere  le motivazioni vere di quello che fa il mio cane, è importante come faccio quello che posso per farlo “stare bene” e se lui gioca con me riportandomi la palla che gli lancio siamo tutti e due contenti anche senza sapere quali sono i comportamenti etologici che gli hanno insegnato a giocare in quel modo.



Enrico Moriconi, medico veterinario, è Garante per i Diritti degli Animali della Regione Piemonte e collaboratore di Shan Newspaper

|
 

Seguici su:

Seguici su Facebook Seguici su Twitter Seguici su YouTube