Ambiente

La violenza lenta, strisciante e invisibile

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13 Aprile 2012
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Il Consiglio dei Ministri delle Maldive che si è tenuto sott’acqua

L'ambientalismo dei poveri e quello “a stomaco pieno” delle nazioni ricche, che si concentra sulla preservazione di mega-fauna carismatica e paesaggi maestosi, spesso escludendo i popoli nativi da questi stessi paesaggi


Nel 2009, Mohamed Nasheed, il presidente delle Maldive (prima di essere deposto da un recente colpo di stato) tenne un Consiglio dei Ministri subacqueo. Sedeva ad un tavolo ancorato al fondo oceanico, indossando una muta ed una bombola di ossigeno; in quell'occasione firmò una legge che mirava a rendere il paese ad “emissioni zero” entro un decennio.

Le Maldive sono la nazione con il livello di elevazione sul mare più basso del pianeta, con 400 miglia di spiagge (650 km circa) e una delle capitali più densamente popolate del mondo. Secondo Rob Nixon, professore all'Università del Wisconsin-Madison, le Maldive sono “una nazione invisibile e apparentemente ininfluente” e mentre i livelli dei mari crescono a causa dei cambiamenti climatici, potrebbe anche essere la prima nazione la cui intera popolazione sarà ridotta allo stato di rifugiati climatici.

L'incontro subacqueo del Presidente Nasheed era un tentativo disperato di cogliere l'attenzione mondiale, per aggiungere un senso di drammaticità ed urgenza ad un processo che, per quanto disastroso, si consuma nel corso di decenni.

Ma le Maldive non sono le sole ad essere coinvolte: 43 Stati insulari hanno annunciato che, senza una rapida azione globale, si troveranno ad affrontare “la fine della storia”. Da una prospettiva lontana, in  un  chiaro mattino primaverile, quest'affermazione potrebbe facilmente sembrare iperbolica – ammesso che la si ascolti. Ma per coloro che si trovano a rischio, questa è la sconvolgente realtà. E proprio lì risiede la sfida.

In “Slow Violence and the Environmentalism of the Poor” (“La lenta violenza e l'ambientalismo dei poveri”), Rob Nixon scrive pragmaticamente delle difficoltà nel combattere le crisi ambientali da lui definite “carenti di spettacolo” come il cambiamento climatico, gli ecosistemi compromessi e i rifiuti tossici, le cui vittime sono distribuite nel tempo e nello spazio; la situazione critica delle Maldive è solo uno degli innumerevoli esempi, probabilmente uno dei più evidenti. Questi processi, afferma Nixon, sono di “lenta violenza”: pervasiva, devastante – e inosservata.


Il libro-denuncia “Slow Violence and the Environmentalism of the Poor” (La lenta violenza e l'ambientalismo dei poveri ) di Rob Nixon

Allo stesso modo in cui la “lenta violenza” è resa invisibile dal suo ritmo delicato e dalle conseguenze sparpagliate, le vittime stesse sono invisibili, almeno sotto la piccola e mutevole lente dei media mondiali. Queste sono le micro-minoranze, le baraccopoli a valle degli stabilimenti di produzione, le donne ai margini di una società già marginalizzata a sua volta. Spesso, la lenta violenza “avviene in modo passivo”; la sofferenza è indecente, certamente, ma questa giunge come un effetto collaterale piuttosto che attraverso un'azione diretta di una qualsiasi parte responsabile, lasciando così un'ingarbugliata scia di scuse e diniego.

Di chi è la colpa quando un bambino soffre la fame perché la sua regione ha perso il suolo agricolo e la sua famiglia non può coltivare il cibo? Di chi è la colpa per un'ondata di leucemie che si verifica 10 anni dopo e a 100 miglia di distanza da ogni sorta di disastro? Non lo so, ma non è colpa mia.

Ogni capitolo del libro fornisce il profilo di uno scrittore-attivista che usa la propria scrittura per commemorare e richiamare l'attenzione su un caso di lenta violenza. In contrasto con i resoconti politici o scientifici, che sono spesso scritti in un linguaggio così oscuro da risultare inaccessibili sia alle vittime descritte, sia agli estranei potenzialmente empatici, questi scrittori usano il loro lavoro per creare connessioni tra le loro comunità ed il mondo esterno, per rendere accessibile ciò che è nascosto.

Possiamo citare Ken Saro-Wiwa, uno scrittore Ogoni, etnia africana che abita la regione del Delta del Niger, la cui terra natale in Nigeria è stata sfruttata per l'estrazione di petrolio greggio, che guidò una campagna non-violenta in favore dei diritti ambientali prima di essere condannato a morte dallo Stato. Abbiamo visto Wangari Maathai dar forma al Green Belt Movement del Kenya come una risposta femminista alle idee militariste e patriarcali della sicurezza nazionale: “perdere suolo agricolo” scrisse “dovrebbe essere considerato analogo al perdere territorio da un esercito invasore.”

Il racconto breve di Nadine Gordimer “The Ultimate Safari” (in Italia “Il non plus ultra dei Safari”) in cui si racconta di un gruppo di rifugiati che si introducono nel Parco Nazionale Kruger del Sud Africa, viene letto come un trattato sui “conservation refugees” (i popoli nativi espulsi dalle loro terre per realizzarne dei parchi naturali), sull'illusione dell'autenticità e il retaggio del razzismo nelle riserve di caccia  per turisti (game reserves) in Sud Africa.

I libri e gli scrittori che Nixon presenta diventano un'opportunità di riflessione, dato che ogni argomento è contestualizzato – dighe, combustibili fossili, uranio impoverito – nei termini della sua rilevanza globale.


Nixon, con le storie che ci racconta, getta luce anche sulle differenze tra i movimenti ambientalisti top-down e bottom-up. L'ambientalismo “a stomaco pieno” delle nazioni ricche, per esempio, ha la tendenza a concentrarsi sulla preservazione di mega-fauna carismatica e paesaggi maestosi,  spesso escludendo i popoli nativi da questi stessi paesaggi. Questo è l'ambientalismo delle Prius, degli scambi debito-per-natura, delle compagnie di riciclaggio e dei sogni di andare “fuori dal recinto”. Gli ambientalisti “a stomaco vuoto” delle nazioni povere, al contrario, “conoscono le minacce ambientali non come un'astrazione planetaria, ma come una serie di rischi vissuti.”

Anche se Nixon non prende in considerazione come esempio il movimento di giustizia ambientalista tra le comunità povere e le minoranze negli USA, il principio rimane lo stesso: gli avvocati di giustizia ambientale, come gli ambientalisti delle nazioni povere, sono spesso portati ad agire da una minaccia diretta a cui la società maggioritaria – che perpetra questa situazione – presta poca attenzione.

Ci sarebbe solo da guadagnarci, in quanto a potere, per entrambi gli schieramenti, se gli ambientalisti abbracciassero la varietà delle loro cause, insieme agli attivisti per i diritti delle donne, per i diritti delle minoranze e altri dibattiti sui diritti. Se, come scrive Wangari Maathai “La povertà è sia la causa che il sintomo della degradazione ambientale”, allora ogni movimento può uscire rafforzato unendo le forze con l'altro. Credo che il libro valga la spesa, anche solo per la sua introduzione, che presenta l'idea di “lenta violenza” e le sfide pratiche e politiche che si celano nel combatterla. I capitoli seguenti sono una galleria degli orrori: una scena di violenza dopo l'altra, ognuna delle quali apparentemente insormontabile e comunque meno sorprendente dell'ultima.

In ogni caso, e questo è notevole, si tratta del libro sull'ambiente meno deprimente che io abbia letto negli ultimi anni. Presentando questi disastri accanto ai lavori degli scrittori-attivisti per controbilanciarli, Nixon non lascia spazio alla disperazione. Al contrario, sono rimasta incoraggiata, speranzosa e – dopo 300 pagine – impaziente di saperne di più.


Blair Braverman scrive di politica ambientale, salute e giustizia. Recentemente ha iniziato a contribuire all'Orion magazine ed è attualmente candidata all'MFA nel programma di scrittura non-fiction dell'Università dell'Iowa.

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