Personaggi

L’universo di Massimo Centini

Stampa E-mail
24 Maggio 2016
L’universo di Massimo Centini

Un discorso a tutto campo tra streghe e sciamani, uomo selvatico e antiche tradizioni, senza trascurare il Graal


“Io credo che la scienza, per essere scienza, debba lasciare, se non una porta, una finestra aperta a quello che non sa. Se tu pretendi di dare una risposta a qualsiasi cosa, arrogandoti il ruolo di giudice, secondo me hai già sbagliato tutto.”


Siamo entrati nell’universo di Massimo Centini, un mondo variegato e affascinante in cui si incontrano antichi miti, tradizioni ancestrali, usanze pagane. Tutto questo visto con gli occhi pragmatici dell’antropologo, ma allo stesso tempo mantenendo una buona dose di passione e di ricerca del mistero. Un ricercatore che con rara onestà intellettuale è disponibile ad andare oltre le certezze acquisite nella consapevolezza che gli interrogativi sono sempre maggiori delle risposte.


Che cos'è per te il Graal?

Credo che si tratti di scindere quello che è il mito da quello che è tutto il resto. Se il Graal è un mito, in qualche modo rappresenta qualcosa di irraggiungibile e, come tutti i miti, si incunea tra la realtà vera e quella che vorremmo fosse la realtà, che non è vera. E allora, ci aggiusta un po' la vita. È questo sostanzialmente. Il fatto che sia carico di simboli cristiani lo rende multisignificante, e questo va bene sia per chi ama il celtismo e sia per chi è più vicino alla dimensione cristiana.


Tu fai da tempo una ricerca sulle streghe. Iniziamo da loro. Cosa sono le streghe?

Essendomi occupato prevalentemente di aspetti antropologici della religione, del culto, le streghe in qualche modo rientrano. Io mi occupo veramente da tanti anni della caccia alle streghe. Me ne occupo cercando di portare in luce quelli che sono stati gli aspetti forse più sociologici e antropologici della caccia alle streghe più che l'aspetto eminentemente storico. Gli storici hanno sempre guardato all'approccio antropologico alla caccia alle streghe con un occhio non felice, in realtà io credo che sia solo una delle chiavi per interpretare questo fenomeno. Al di là che esistano o non esistano, che siano esistite o non siano esistite, è comunque esistita la caccia alle streghe. Questo è un dato di fatto storico: in un momento che va sostanzialmente dalla seconda metà del Trecento a un bel pezzo del Seicento, l'Europa cristiana occidentale ha avuto questa paura del diavolo, che si è concretizzata in una caccia forsennata alle donne di Satana. Il mistero della caccia alle streghe, e come abbia potuto verificarsi un fenomeno del genere nel momento di massima espressione culturale, intellettuale, giuridica, teologica, artistica, filosofica di quel pezzo di Europa - non dimentichiamo che siamo in pieno umanesimo e rinascimento - è questa la cosa sorprendente.

 Massimo Centini al convegno “La Magia esiste?” presso l’Accademia Vitalis di Torino
Massimo Centini al convegno “La Magia esiste?” presso l’Accademia Vitalis di Torino

Certamente ha influito in modo fortissimo la lotta all'eresia; probabilmente, non ci fosse stata la lotta all'eresia non ci sarebbe stata caccia alle streghe o, quantomeno, non avrebbe assunto quei toni, non ci sarebbe stata quella virulenza. Indubbiamente, un fenomeno che poi è stato fagocitato attraverso il romanticismo, come abbiamo un esempio nelle opere di Jean Michelet nell'Ottocento, o in un mondo fantastico, quello dei film horror, tanto per capirci. E spesso, si vive su dati totalmente immaginari, milioni di streghe bruciate: non abbiamo un dato per dire questo. Certamente ci fu una persecuzione a macchia di leopardo, non uniforme, in varie aree d'Europa che sono l'Italia del centro-nord, la Francia, i Paesi Bassi, la Germania; prevalentemente, quelle sono le grosse aree di persecuzione delle donne chiamate “streghe”.


Non pensi che il fenomeno si riallacci comunque a una persecuzione che era rivolta ai pagani in genere? Non erano bruciate solo le donne, ma anche gli uomini, gli sciamani dell’Antica Religione. Sciamane e sciamani.

La percentuale è, diciamo, 95 donne/5 uomini, per quello che è la stregoneria; per quello che è invece l'eresia, la percentuale quasi si ribalta, ma l'aspetto interessante che tu citi, secondo il mio modesto punto di vista, è una lettura trasversale della stregoneria che è stata fatta in passato da Margaret Murray e poi, in tempi più recenti, da Carlo Ginzburg, che è quella di individuare nel sostrato chiamato “stregoneria” in realtà un humus pagano, precristiano. Ed è un bellissimo tema che è guardato, come dicevo prima, con un po' di sospetto, soprattutto dalla storiografia ufficiale che pensa che sia una chiave di lettura troppo accomodante, meno rigida, meno accademica forse, anche se non è vero, perché poi in moltissimi Paesi si studia in questo senso. Certamente è interessante. Io sono fermamente convinto che nei riti delle streghe, nei sabba, ci fossero innegabilmente recrudescenze di una tradizione precristiana, che poi trasudano ancora nel folklore e nella religiosità attuale.


Ma tu che idea ti sei fatto? Chi erano le streghe?

Se badiamo ai dati eminentemente statistici, scopriamo che si staccano molto dallo stereotipo della strega così come è raffigurata, un po' romantica, quindi non è vecchia, sdentata ecc, ma l'età è medio-bassa, appartiene a categorie sociali emarginate rispetto alla comunità in cui viveva, vale a dire era una donna che viveva per conto proprio, vedova o more uxorio; un certo numero di streghe erano professionalmente prostitute, quindi in qualche modo persone marginali. A questo aggiungiamo che una percentuale importante aveva una conoscenza profonda di quella che possiamo definire, in modo molto generale, medicina. È significativo che nei primi documenti di accusa alle streghe noi troviamo scritto, a volte, come epiteto della strega stessa, “erbaria”, quindi donna che è pratica di erbe. Donne che sapevano far nascere, ma anche abortire; donne che operavano con un miscuglio di medicina arcaica amalgamata a una ritualità magica di tradizione pagana.


Le associ alle “masche”?

La “masca” è la trasfigurazione mitica della strega storica. La masca in Piemonte, così come la bàsura, o basùra, in Liguria, è quella figura mitica che si modella a seconda delle necessità culturali di una determinata area. In altri Paesi può essere il troll, o l'elfo, come può essere anche l'uomo selvaggio o la fata: sono figure mitiche. Nello specifico, “ci han fatto vedere le masche”, come si suol dire dalle nostre parti: quando “ci facevano vedere le masche”, che cosa si voleva dire? Ti facciamo vedere il male, ti facciamo vedere delle cose brutte.

 Massimo Centini durante la conferenza “La sacralità della pietra” all’Ecovillaggio di Dreamland
Massimo Centini durante la conferenza “La sacralità della pietra” all’Ecovillaggio di Dreamland

Questo perché queste figure facevano “la fisica”. Ricordo che mia nonna, quand'ero bambino, mi tagliava i capelli, poi li raccoglieva e li bruciava, perché altrimenti venivano le masche che ti prendevano i capelli e da grande saresti stato calvo. Questo rientra in un meccanismo di pensiero magico che troviamo trasversalmente dall'estremo Nord all'estremo Sud del mondo.


Giustamente tu hai citato “la fisica”. Ci sono ancora oggi, nelle alte valli piemontesi, dei preti che fanno “la fisica”. Non è un po' un controsenso?

Il prete era spesso demonizzato nella cultura contadina perché si pensava che facesse cose strane, non si capiva che cosa faceva. Ad esempio, il prete di Elva, uno splendido paesino del cuneese, era conosciuto illo tempore perché aveva il “Libro del Comando”. Una sorta di raccolta, secondo la tradizione popolare, di formule, intrugli, pratiche mezze sataniche per fare, ovviamente, della magia o addirittura della magia nera. In realtà, il libro del comando era un libro scritto in latino, in greco e quindi per il popolo assolutamente incomprensibile. Diventava come la parola abracadabra, abraxas o altro, cioè non capisci il significato, di conseguenza diventa magico.


Giacché parliamo di figure mitiche e misteriose, di vampiri ti sei mai occupato?

I vampiri rientrano in questo grande calderone di figure. Tantissimi anni fa sono stato un po' di tempo in Romania, sotto il regime di Ceausescu, quindi dopo la guerra; allora la Romania non era quella di oggi, ed ero andato a visitare il famoso castello di Dracula, il conte Vlad Tepes l'impalatore. Indubbiamente è una figura che nasce nel mito, peraltro il tema dei morti che ritornano è un tema trasversale a tutte le culture. Secondo la psicanalisi freudiana è la nostra paura, il senso di colpa nei confronti del defunto e noi abbiamo elaborato, creato questa immagine del ritorno; però anche l'archeologia lo dimostra, perché ci sono tutta una serie di tombe con sepolture anomale, vale a dire piedi tagliati, testa posta da un'altra parte... Tornando al vampiro, questo mito forte di tradizione slava è stato poi un po' elaborato, trasformato in modo letterario da Bram Stoker con Dracula il vampiro, e a noi è rimasta quell'immagine, l'immagine dei film con Cristopher Lee.


Tra i tanti libri che hai scritto vorrei citarne uno: “Animali e umani: analisi di un rapporto”. Di cosa tratta?

È un libro, peraltro scritto da vari autori, coordinato diversi anni fa da Giorgio Celli che, come è noto, è un etologo, e soprattutto da un suo allievo che è diventato poi il primo docente di zooantropologia a Bologna. Io ho fatto una piccola parte in quest’opera, ma è da precisare che il rapporto uomo-animale noi lo vediamo sempre dal punto di vista dell'uomo, mentre la zooantropologia vorrebbe ribaltare questa posizione, quindi mettere le due figure sullo stesso piano, e in questo senso naturalmente si apre un altro mondo.


Si apre un mondo, perché ora per fortuna l'animalismo si sta evolvendo verso l'antispecismo. Ciò vuol dire che non ha senso trattare le altre specie come le stiamo trattando, come cibo, come ricerca medica ecc., quindi è una rivoluzione enorme.

 Massimo Centinio con Rosalba Nattero a Radio Flash
Massimo Centinio con Rosalba Nattero a Radio Flash

Sì, ma soprattutto noi che cosa abbiamo fatto fin dall'inizio? Abbiamo dato agli animali delle caratteristiche specifiche. Il maiale è sporco, il cane è fedele e avanti così. Abbiamo normalizzato culturalmente la nostra specie, ci siamo creati degli ansiolitici culturali; sappiamo che il lupo è sempre così, ma non è vero. Certo, hanno delle caratteristiche standard ovviamente, come anche noi uomini, ma soprattutto li abbiamo fissati, infatti pensate anche alla fisiognomica, quando uno dice “hai la faccia che sembra uno struzzo, un cammello”. I peggiori insulti sono basati su determinati animali: maiale, porco... nessuno darà mai dell’“ornitorinco”. È un tema, io credo, di grande fascino, soprattutto se letto in quest'ottica. È indubbio che, come dice il saggio, “se vuoi della riconoscenza pigliati un cane”, e questo credo che dia la definizione.


Parliamo dell'uomo selvatico, hai scritto un libro sull’argomento.

L'uomo selvatico è la mia grande passione. In realtà io mi sono occupato dell'uomo selvatico per puro caso, parlando con un signore che ha cominciato a raccontarmi la storia dell'”om servaj”. Da lì la cosa si è sviluppata, siamo nel 1984, e ho cominciato a occuparmene. In breve questo lavoro è diventato enorme. Mi sono soffermato soprattutto nell'arco alpino, ovviamente nel lato italiano, e in Paesi confinanti. Ho raccolto un vastissimo materiale, molto ricco nel Triveneto, in misura minore nel Piemonte, in Lombardia ecc. e ho fatto un primo libro con la casa editrice Xenia. L’editore diceva: lo compreranno due tuoi amici e basta. In realtà, la cosa è scoppiata in mano, ha avuto un successo enorme. Tanto che Mondadori compra i diritti e fa un altro libro, o meglio: pubblica lo stesso libro ma nella collana Saggi e, anche qui stravende, ma soprattutto trova tantissimo interesse, al punto che Gianni Minoli, che allora conduceva il programma Mixer su Rai2, mi chiama e mi propone di fare un film sull'uomo selvatico, in cui io avevo il ruolo di consulente. E abbiamo realizzato una cosa secondo me bellissima, perché porta in sé lo spirito della montagna. Abbiamo trattato l'arco alpino, di cui mi sono occupato io, ma anche per motivi di ricaduta sul pubblico abbiamo trattato l'Himalaya di Reinhold Messner, che in quegli anni aveva affermato di aver visto uno yeti, e poi le Montagne Rocciose per via del il Bigfoot o sasquatch. Il film che si chiamava “Lo spirito della montagna”, è stato poi esportato anche in altri Paesi. Da quell’esperienza è poi nato un ulteriore libro, sempre sull'uomo selvatico, edito da Priuli e Verlucca, in questo caso illustrato, e anche questo ha avuto un successone. Mi colpisce il fatto che molto spesso la gente mi riconosce per quello dell'uomo selvatico e la cosa mi fa anche piacere. Adesso ne sto preparando un altro più piccolo, tascabile, anche questo su istanza dei librai che chiedono qualcosa sull'uomo selvatico.


Il mito dell'uomo selvatico si trova un po' dappertutto, ad esempio in Svizzera il mito è molto vivo in quanto nella leggenda è quella figura che ha insegnato a fare il formaggio, un eroe culturale. Non potrebbe essere tuttavia il simbolismo di un processo alchemico, qualcosa di più mistico?

È la giusta risposta mitica alle domande che l'uomo non si sapeva dare. Infatti, hai detto giustamente, viene indicato come colui che insegna a fare il formaggio; in altre aree, nelle valli di Lanzo, quello che ha insegnato a lavorare nelle miniere, quello che ha insegnato a fare il vino. Addirittura, a fare cose che poi la gente ha dimenticato, come ottenere la cera dal caglio del latte. L'uomo selvaggio è questa cosa. Io ricordo quando, girando questo lungo film, siamo stati in Val Chiusella e abbiamo intervistato una signora anziana, stiamo parlando dell'87-'88, e questa signora, che non si era mai mossa da lì e parlava solo in dialetto, ha cominciato a raccontarci dell'uomo selvaggio, quando lei era bambina, che cosa le raccontavano, ecc.

 Uno dei libri di Centini dedicati all’Uomo Selvatico, pubblicati in diverse edizioni per via della grande richiesta di pubblico
Uno dei libri di Centini dedicati all’Uomo Selvatico, pubblicati in diverse edizioni per via della grande richiesta di pubblico

È venuta fuori una storia bellissima e mi ha raccontato un fatto, che naturalmente è mitico ma è di straordinaria poesia, dove lei dice che l'uomo selvaggio appariva ogni tanto, la gente era un po' spaventata, faceva il cretino con le donne, rubacchiava qualcosa però tutti gli volevano bene; un po' quello che nella cultura contadina è lo scemo del villaggio, detto in estrema sintesi. La domenica di Pasqua, tutto il paese è a messa, a un certo momento si spalanca la porta ed entra questo uomo selvaggio con un mantello e un cappello enorme, e c'è un momento di perplessità, come se il pagano entrasse in chiesa. Lui si toglie il cappello e il mantello e va verso l'altare (si stava dando la comunione). A quel punto si guarda intorno perché vorrebbe appoggiare il mantello e il cappello e non capisce bene dove, ma poi adocchia una lama di luce del sole che, passando attraverso i vetri della cattedrale fa un disegno, quasi si apre come un arcobaleno, e lui appoggia il mantello su questa lama di luce, che viene retto, prende la comunione e se ne va. Secondo me è un frammento poetico straordinario, lo vediamo da dove arriva, da una signora che probabilmente in quegli anni non aveva ancora la televisione, ed è un'immagine secondo me di una poesia straordinaria che ho ritrovato anche da altre parti, più o meno su questo motivo.


Mi fai venire in mente alcune manifestazioni che di solito si tengono nel periodo del Carnevale…

A Mompantero c’è la "Fora l'Ours”, imperniata su un uomo vestito con pelli di capra, praticamente è la morte e la rinascita del Carnevale. Questo viene trainato, ha un enorme imbuto e con questo imbuto fa dei versi, ma prende anche ampie bordate di barbera che gli versano dentro, ed è sempre tenuto con delle corde dai cacciatori, cerca di prendere delle donne per ballare, fare festa. Alla fine morirà ma risorgerà, e questa figura è presente un po' in tutti i Carnevali: può essere l'orso, può essere l'arlecchino, l'uomo selvaggio.


Non può essere che in queste rappresentazioni riecheggi la figura dello sciamano? Lo sciamanesimo che viene in qualche modo represso dalla cultura imperante.

Lo sciamanesimo è un fenomeno incredibilmente complesso che ha degli elementi comuni in vari Paesi, ma poi si diversifica e si connota a seconda dell'area geografica. È certo che lo sciamano è una figura che affascina molto, soprattutto nel mondo occidentale, ma forse perché non lo si conosce dal di dentro, nel senso che lo sciamano spesso è una persona molto sofferente per tutta una serie di motivi. Lui non sceglie di fare lo sciamano, viene scelto.


Dalle nostre parti, secondo te, esiste il fenomeno dello sciamanesimo? Quello autentico intendo, non quello finto.

Diciamo che sono culture molto diverse. Io credo che sia esistita una certa necessità di far fronte a delle problematiche della vita e si tentava di risolverle con strumenti che rientravano nell'ambito del mondo magico. In quell'ottica possiamo intravedere qualcosa che può essere riconducibile, semmai simbolicamente, allo sciamanismo, ma lo sciamanismo in sè direi di no, quantomeno per quello che ne sappiamo.


Massimo Centini

Laureato in Antropologia Culturale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino, ha lavorato a contratto con Università e Musei italiani e stranieri. Tra le attività più recenti: a contratto nella sezione “Arte etnografica” del Museo di Scienze Naturali di Bergamo; ha insegnato Antropologia Culturale all’Istituto di Design di Bolzano. Ha condotto numerosi studi di antropologia dell’arte. Docente di Antropologia culturale presso la Fondazione Università Popolare di Torino, insegna “Storia della criminologia” ai corsi organizzati da MUA – Movimento Universitario Altoatesino – di Bolzano. Ha pubblicato numerosi saggi con Mondadori, Rusconi, San Paolo, Xenia, Piemme e numerose altre case editrici. Alcuni suoi libri sono stati tradotti in varie lingue.

Massimo Centini

E quindi, Celti, druidi? Esistono, non esistono? Sono esistiti?

I Celti sono esistiti, i druidi sono esistiti. Noi sappiamo molte cose da parte di chi? Di chi li ha raccontati da esterno, dagli etnografi dell'epoca o dai conquistatori dell'epoca. Nel De Bello Gallico Giulio Cesare ci racconta delle cose, ma è un vincitore.


La storia è scritta dai vincitori.

Certo. Per la Germania di Tacito è la stessa cosa, ci racconta delle cose, ma ce le racconta da esterno. Certamente è un mondo che affascina l'osservatore esterno e viene spesso prodotto, proposto con una chiave sostanzialmente mitica, nel senso che quello che noi sappiamo dei druidi è veramente poco.


Stiamo parlando a tutto campo e allora ti chiedo un parere sul tema degli extraterrestri.

Sono molto ignorante sull'argomento, non ho la competenza, ma posso fare riferimento a Dino Buzzati. Dino Buzzati come sapete è stato un grande scrittore ma, soprattutto, un grande giornalista e negli anni settanta fece una serie di interviste su l'Italia magica e ne fece anche una a Germana Grosso di Torino, una signora molto singolare che dal mattino alla sera è diventata una sensitiva ed era in relazione con gli extraterrestri. E stato lui a sdoganarla, nel senso che nessuno a Torino la conosceva, se non poche persone, prima che lui ne parlasse sul Corriere della Sera. Parlando di extraterrestri, alla fine dice una cosa emblematica: "a me piacerebbe tanto ci fossero, ma finché non vedo un’astronave in Piazza del Duomo non ci credo". La domanda “credi all’esistenza degli extraterrestri” è banale, è come dire "Dio esiste o non esiste?", cioè diventa una questione di fede, ma anche di volontà materialistica di verificare. Verifichi l'esistenza di Dio attraverso l'apparizione, attraverso il miracolo, e l'extraterrestre lo oggettivi attraverso la figura che appare. A me sembra tanto che rappresenti comunque quell'espressione un po' escatologica dell'attesa di qualcuno, di un altro messia. Prima si parlava dell'uomo selvatico, e non è un caso che, da quello che ho letto, ci siano degli extraterrestri descritti come l'uomo selvaggio. Ecco, forse l'extraterrestre è l'eroe culturale, forse è il nuovo messia, forse un modo molto laico per credere in un messia. Ho un amico che fa la guida in Egitto e ogni volta che porta in giro delle persone, c'è sempre chi gli fa la stessa domanda: è vero che le piramidi le hanno fatte gli extraterrestri? Può essere quindi un mito, che tuttavia non ne esclude l'esistenza. Sarebbe arrogante dire "non esistono".


Sarebbe strano che in un universo così vasto non ci fossero altre forme di vita.

Io credo che la scienza per essere scienza debba lasciare, se non una porta, una finestra aperta a quello che non sa. Se tu pretendi di dare una risposta a qualsiasi cosa, arrogandoti il ruolo di giudice, secondo me hai già sbagliato tutto.


www.rosalbanattero.net

 

Seguici su:

Seguici su Facebook Seguici su YouTube