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L’Abbazia di Staffarda tra storia, simboli e misteri |
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| 07 Luglio 2026 | ||||||||
Un luogo antico, nel Cuneese, racconta una storia che prende vita tra colonne, archi e simboli
Le vecchie abbazie sono luoghi particolari, con un fascino antico: per la natura in cui sono inserite, per la loro architettura spesso ricca di simbolismi e anche perché parlano di un modo di vivere che sembra rifarsi a modelli arcaici in cui disciplina e spiritualità si intersecavano. In provincia di Cuneo, nel Saluzzese, troviamo la bella Abbazia di Santa Maria di Staffarda, che ha tutte queste caratteristiche. Costruita a partire dal 1135 da un gruppo di monaci cistercensi su un terreno donato dal marchese di Saluzzo Manfredo I, parente di Bernardo da Chiaravalle, ha mantenuto nel tempo gran parte della sua struttura originaria, salvo qualche aggiunta più recente e qualche restauro. I monaci che l’hanno edificata provenivano dall’Abbazia di Tiglieto in Liguria. Era sempre questa l’origine di una nuova abbazia: quando i monaci di un monastero diventavano troppo numerosi alcuni di essi partivano per fondarne altrove una nuova. I Cistercensi sceglievano sempre luoghi selvaggi e quasi irraggiungibili contornati da boschi e acquitrini da bonificare e coltivare. Il marchese di Saluzzo donò ai monaci un vasto territorio, praticamente una selva incolta, la cosiddetta Staffarda, un luogo quindi che corrispondeva perfettamente alle loro esigenze. I monaci iniziarono a bonificare il luogo, vi edificarono prima la chiesa e poi il monastero mentre i terreni intorno venivano via via dissodati e coltivati. Ben presto altri terreni, donati dai feudatari vicini, allargarono l’area sotto l’influenza dell’abbazia. In due secoli Staffarda divenne un’azienda agricola molto ben organizzata ed efficiente. I monaci erano suddivisi in Capitolari, solitamente membri di famiglie nobili, e Conversi, i fratelli laici. I capitolari vivevano in completa clausura e si occupavano della gestione dell’abbazia, i conversi invece erano dediti ai lavori manuali e potevano avere contatti con l’esterno. L’abbazia prevedeva anche due edifici al di fuori del monastero vero e proprio: una foresteria ed un mercato coperto, le cui strutture sono tutt’ora presenti. La foresteria è un edificio di due piani con mattoni a vista dove i pellegrini di sesso maschile venivano accolti e sfamati, secondo la regola cistercense che considerava ogni pellegrino come se fosse Cristo stesso. A questo scopo erano adibiti i due piani della foresteria: quello inferiore era il refettorio dove venivano serviti riso, verdure, qualche volta pesce, mai carne e vino, quello superiore era il dormitorio.
Tutto il cibo, sia quello consumato dai monaci sia quello per i pellegrini, era autoprodotto, come del resto anche l’abbigliamento, gli oggetti e gli strumenti che servivano alla vita dei monaci. Sia i frutti del lavoro nei campi sia i manufatti erano anche venduti all’esterno, appunto nel mercato coperto. Da un certo punto di vista si può dire che i Cistercensi furono un elemento positivo nella vita sociale del tempo, infatti i laici che lavoravano sulle loro terre, ovvero i Conversi, potevano affrancarsi dalla servitù della gleba e diventare uomini liberi. D’altra parte non furono solo personaggi positivi, visto che ebbero un ruolo importante sia nella repressione dei Catari che nelle prime fasi dell’inquisizione, fino al 1231, quando Papa Gregorio IX decise di affidare questo compito a Domenicani e Francescani, sottraendolo ai Cistercensi. Chi erano dunque i Cistercensi? Sono noti per il loro meticoloso lavoro di miniatura e copiatura dei testi antichi, anche se purtroppo provvidero ad una traduzione in termini cristiani del sapere precedente: per questo tutti i simboli e le leggende dell’antico sciamanesimo druidico furono interpretati secondo la morale cristiana e in questa veste furono conosciuti nei secoli successivi. Il nome “Cistercensi” deriva da Cistercium, il nome latino di Cîteaux, città della Borgogna, in Francia: qui, nel 1098, Roberto di Molesme, Alberico di Citeaux e Stefano Harding fondarono un'abbazia in una località acquitrinosa, sparsa di cespugli di rose selvatiche (cistels), località donata da Raynald, visconte di Beaune, allo scopo di riaffermare la regola di Benedetto da Norcia in modo più rigoroso. Alcuni monaci benedettini ritenevano infatti che molti monasteri dell’epoca fossero diventati troppo ricchi e potenti, dimenticando che preghiera, lavoro manuale, povertà, sobrietà e vita comunitaria fossero i principi fondamentali dell’Ordine. I Cistercensi acquistarono grande prestigio quando Bernardo da Chiaravalle entrò nell’Ordine. Bernardo divenne il loro grande promotore spirituale e politico. Fondò la celebre Abbazia di Clairvaux, nella Regione di Champagne-Ardenne, nord-est della Francia e trasformò i Cistercensi in una rete europea impressionante. Nel XII secolo i monasteri cistercensi spuntarono ovunque: Francia, Italia, Inghilterra, Germania, Penisola Iberica. Bernardo era un mistico, un grande predicatore e anche una figura influente nella politica della Chiesa e questo contribuì in modo determinante al successo dell’Ordine. Ricordiamo che Bernardo di Chiaravalle fu anche sostenitore e artefice della legittimazione dei Templari, non a caso quindi nella chiesa di Staffarda compaiono numerose croci templari. Bernardo di Chiaravalle aveva stabilito norme precise non solo per la vita monastica ma anche per l’architettura delle abbazie che doveva essere essenziale e quindi evitare ogni eccesso decorativo. L’abbazia di Staffarda corrisponde pienamente a queste indicazioni. Lo stile è romanico lombardo con particolari gotici, molto essenziale e pulito. Le tre navate con volte a crociera si concludono con tre absidi semicircolari, gli arredi sono pochi, pochissimi quelli che c’erano in origine, e la bellezza della chiesa è data proprio dalla sua essenzialità. I colori presenti sono tre: il bianco della calce, il rosso dei mattoni, il grigio della pietra.
La struttura manifesta un’armonia perfetta ma ad un’osservazione più attenta si nota che in realtà è completamente asimmetrica e ogni particolare è diverso nella forma, nel volume e nell’altezza. Tutti i pilastri sono diversi tra loro, ogni capitello è diverso dall’altro e anche le crociere sono più piccole e più grandi. Perché questa strana scelta architettonica, peraltro presente molto spesso nelle antiche Pievi? La guida dell’Abbazia sostiene che le ragioni rimangono in parte sconosciute e che probabilmente i monaci cistercensi volevano simboleggiare la fallibilità dell’uomo rispetto alla perfezione del creato... Non potrebbe essere invece l’appropriazione di un simbolismo ben più antico che rimanda alle tante differenti forme con cui si manifesta l’esistenza e che contribuiscono insieme alla sua grandezza? La chiesa, come gli antichi templi, è orientata verso levante. La simbologia cristiana vuole che si parta dal buio, il male, per arrivare all’altare inondato di luce, il bene cioè Dio. Ma non potrebbe invece rappresentare il cammino che ogni creatura senziente può compiere durante la sua vita partendo dal buio dell’ignoranza, attirata dall’immensa misteriosa luce che può dare un senso alla sua vita? Anche l’evoluzione dell’universo visibile rappresentata nelle piccole decorazioni al centro delle crociere della navata centrale ha una lettura cristiana: nella prima crociera un cerchio con stelle chiare su un fondo rosso e nero simboleggia la creazione del mondo, nella seconda crociera un piccolo bassorilievo con un angelo significa l’incarnazione di Gesù, più avanti un agnello, il Natale, quindi una stella rossa su sfondo scuro la morte di Gesù, infine una stella su sfondo chiaro, la resurrezione, la salvezza. Sono tutte decorazioni originali sempre con i colori nero, rosso e bianco, i tre colori che per l’antica Tradizione rappresentavano il vuoto e il pieno che si uniscono nella neutralità della Natura intesa nella sua qualità invisibile e mistica. Il cielo azzurro pieno di stelle e con il grande sole centrale dipinto sulla volta dell’abside è invece stato aggiunto in un periodo successivo, ma anch’esso riprende una simbologia ben più antica, che troviamo ad esempio nelle ziqqurat della Mesopotamia, nei templi egizi e poi in quelli induisti e islamici. Un elemento misterioso è la Rosa di Staffarda, considerata il simbolo dell’abbazia. È una sorta di complesso nodo con numerosi intrecci, disegnato sulla parete al fondo dell’abside di destra, che ricorda un nodo celtico. Secondo alcuni ricercatori potrebbe essere una sorta di “mappa del sapere”, una rappresentazione simbolica dell’ordine del cosmo e del rapporto tra il mondo materiale e quello spirituale, assimilabile alle “Rotae” che Isidoro di Siviglia, Dottore della Chiesa e uno tra i più rilevanti esponenti della cultura medievale, utilizzava per organizzare concetti cosmologici e filosofici. Oltre alla chiesa altri edifici, dedicati alle diverse attività dei monaci, sono il refettorio, il laboratorio e la sala capitolare, dove si svolgevano le riunioni che riguardavano il governo dell’abbazia. Tutti questi ambienti si aprono sul chiostro, il vero cuore dell’abbazia, circondato da un porticato dove i monaci passeggiavano e pregavano: attualmente è un luogo aperto ai visitatori che apprezzano l’atmosfera di queste antiche mura. Due elementi interessanti per chi ama gli animali. Il primo riguarda una colonia di pipistrelli che utilizza i locali dell’abbazia come nursery, tornando ogni anno in aprile e fermandosi fino all’autunno: l’area è riconosciuta come sito di importanza comunitaria della Rete Natura 2000, un insieme di aree protette a livello europeo per la conservazione della biodiversità. Il secondo elemento è la presenza di numerosi gatti che frequentano abitualmente l’abbazia tanto da essere diventati un simbolo di Staffarda. A loro è dedicato anche uno spazio all’interno di una stanzetta, vicino all’attuale ingresso dell’abbazia.
Un altro particolare che attira l’attenzione del visitatore è una grossa costola appesa al muro. Classificata come “probabile fossile”, la sua origine viene raccontata da una strana leggenda: durante una lunga carestia i monaci ridotti alla fame pregarono perché Dio li aiutasse. Miracolosamente, nel vicino fossato, comparve un pesce enorme che divenne cibo per i monaci salvandoli da morte certa. La leggenda è ancor più strana perché praticamente identica a quella che si racconta a proposito di altre costole appese in alto in diverse chiese del bergamasco, ma non solo. Queste grosse ossa vengono anche definite popolarmente “costole di drago” e qui si aprono delle ipotesi. Il drago era un importante simbolo per l’antico Sciamanesimo druidico. Quelle costole appese vogliono essere un monito? Vogliono essere un canto di presunta vittoria sulla spiritualità dei nativi europei? Tuttavia Staffarda, come altre antiche chiese dell’epoca medioevale, lascia trapelare una conoscenza antica, ben lontana dai dogmatismi religiosi che la Chiesa ha via via imposto. |