| Meditazione |
La meditazione e l’esperienza del vuoto |
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| 13 Aprile 2026 | ||||||||||
Tra le tante teorie cosmologiche che cercano di spiegare l’universo, quella dell’universo inflazionario è indubbiamente interessante e unica nel suo genere. Solitamente le varie teorie mirano a dare un quadro d’insieme dell’universo così com’è adesso oppure sviluppano ipotesi sulla sua origine. La teoria di Hubble, ad esempio, ci parla di un universo stazionario che è sempre esistito e che esisterà per sempre basandosi sugli stessi fenomeni che conosciamo oggi, riciclando continuamente l’energia in altra materia. Per contro la teoria del big-bang, oggi largamente accettata da tutta la comunità scientifica, porta alla rappresentazione di un universo nato da una deflagrazione di portata inimmaginabile, da cui è stata creata l’attuale materia a seguito di un processo evolutivo durato miliardi di anni. Teorie ancora più recenti basate sulle conoscenze della meccanica dei quanti e delle teorizzazioni relativistiche presentano un quadro ancora più avanzato della struttura dell’universo: dimensioni parallele, cunicoli spazio-temporali che trasformano l’universo in una specie di gruviera, bolle di esistenza isolate tra di loro dove il nostro non rappresenta che uno dei tanti universi possibili. In un simile scenario di teorie cosmologiche, quella dell’universo inflazionario si distingue da tutte le altre per il suo particolare oggetto di lavoro. Essa infatti non si occupa, come accade per le altre, dell’assetto cosmologico attuale dell’universo né tanto meno del processo che ha dato origine alla sua manifestazione. La teoria dell’universo inflazionario tende infatti a spiegare la natura dell’universo che esisteva prima della sua manifestazione attuale e prima dello stesso big-bang. La teoria inflazionaria, dall’inglese “to inflate” ovvero “gonfiarsi”, è incentrata su una particolare qualità fenomenica della natura che è definita nel concetto e nelle proprietà del vuoto. Non, beninteso, il vuoto concepito dalla fisica ordinaria dove per vuoto si intende l’assenza della materia e che può essere facilmente riprodotto in laboratorio, ma un altro tipo di vuoto che riguarda contemporaneamente l’assenza della materia e dello stesso vuoto fisico. Questa teoria concepisce il vuoto come una qualità della natura che è incomprensibile all’intelletto e che è fuori della portata strumentale, un nulla che pur tuttavia rappresenta un vero e proprio atto di esistenza di tutta la realtà. La teoria inflazionaria propone l’ipotesi che all’origine dei tempi, quando non si era ancora manifestato l’universo che conosciamo, non esisteva nulla che potesse essere paragonato a quanto oggi si potrebbe immaginare. Esisteva unicamente una condizione di vuoto totale che fisici come Alan Guth e Paul Steinhardt hanno definito nella qualità di “vero vuoto”. Una sorta di campo non energetico, cioè, secondo i principi della meccanica quantistica, un fenomeno di campo privo di ogni possibile energia. Poiché, sempre secondo i dettami della fisica quantistica, tutti i campi sono soggetti ad una loro fluttuazione in forma non prevedibile, anche il campo fenomenico del vero vuoto, in un istante qualsiasi e rarissimo della sua esistenza primigenia, manifestò una sua fluttuazione. In quell’istante venne a crearsi la condizione di “falso vuoto”, ovvero uno stato di vuoto che si trovava ad essere dotato di una energia propria. A questo punto, come ci dice la teoria relativistica, lo stato di falso vuoto divenne naturalmente instabile e cominciò ad espandersi, a gonfiarsi in maniera esplosiva dando il via a quel fenomeno di origine dell’universo che conosciamo come big-bang. Tuttavia l’originalità della teoria inflazionaria non si ferma qui. Essa riesce infatti ad aprire un ponte di contatto con problemi che sino ad oggi sono andati oltre il campo della ricerca scientifica e sono stati di dominio esclusivo della ricerca filosofica. Oggi noi guardiamo all’esito dell’esplosione dell’energia che si è venuta a creare dopo la fluttuazione di campo del vero vuoto. Tutte le cose che viviamo, le nostre azioni, i nostri pensieri e noi stessi siamo il prodotto di quella fluttuazione di campo. Ma il vero vuoto non conteneva solamente la materia di cui sarebbero poi stati fatti le galassie e gli uomini. È implicito, nella valutazione di quanto è accaduto dopo la sua fluttuazione, che questo campo doveva possedere tutte le leggi fenomeniche del nostro attuale universo, gli archetipi esperienziali che stiamo vivendo nella molteplicità delle situazioni, i principi evolutivi attraverso cui si sarebbe formato e strutturato prima in galassie e poi nell’uomo e nella capacità di coscienza.
Non solo, dobbiamo pensare che questo vero vuoto doveva possedere anche le leggi che lo obbligarono alla sua fluttuazione di campo e che determinavano in quel momento la realtà del suo stesso stato di coscienza. Questa constatazione apre all’inevitabile considerazione che, evidentemente, doveva esserci uno stato fenomenico superiore che trascendeva la situazione in cui i fenomeni suddetti potessero avere luogo. Cioè uno stato di realtà in cui potevano manifestarsi tanto il vero quanto il falso vuoto. Uno stato di realtà che possiamo identificare in una sorta di “vuoto neutro” che, a questo punto, si viene a collocare ancora al di là delle proprietà fenomeniche, e della possibile comprensione umana, del vero vuoto quantistico. Un vuoto neutro che rappresenta la vera natura dell’esistenza sul suo piano reale e definitivo. Come poter definire il concetto di questo vuoto neutro? Possiamo dire che esso manifesta un momento, se così si può dire, di esistenza nell’imponderabile e nell’impossibile. Non possiamo dire altro. I concetti di “c’è” e “non c’è” riferibili all’esperienza che conosciamo hanno posto solo nella mente umana. Non si può dare uno stesso posto alla manifestazione dello stato reale dell’universo. Cosa mai lo potrebbe contenere, finito o infinito che sia, e che cosa potrebbe contenere ciò che lo contiene? La mente non può che arrendersi e accettare la sua incapacità di definire il vuoto neutro… Che l’universo sia infinitamente grande o infinitamente piccolo non ha importanza. Nella possibile interpretazione da parte dell’intelletto umano l’esistenza si presenta come un evento precario, una cosa assurda che non dovrebbe neppure esistere ma che pur tuttavia, nostro malgrado, c’è… Si affaccia l’idea di una ricerca su una Causa Prima che da sola spieghi sé stessa e la presenza dell’universo. La scienza riscopre senza volere il concetto di Dio al di là dei suoi obiettivi laici e illuministici… Oggi non esiste ancora nulla di concreto da parte della scienza che possa addentrarsi nel campo di ricerca del vuoto neutro e rischiamo di vedere disattesa la nostra legittima curiosità in proposito. Tuttavia questo problema è stato identificato e affrontato dall’uomo già da millenni ed è ancora oggi oggetto della specifica cosmologia dell’antico sciamanesimo druidico. Questo antico ma, come si vede, sempre attuale sistema propone la teoria cosmologica dello Shan, su cui basa tutto il postulato della propria ricerca e sperimentazione dei fenomeni dell’esistenza. Secondo questo postulato l’universo esiste in un suo atto globale di esistere. Un concetto di per sé scontato, ma che definisce il fenomeno stesso dell’esistenza in un quid preciso, distinguendolo dalla percezione dell’ovvietà di esistere a cui si è abituati sin dalla nascita. Lo Shan rivela così di essere non soltanto una teorizzazione cosmologica dell’universo ma anche una proprietà personale di consapevolizzazione dell’essere e delle cose. Una consapevolizzazione contemporanea di sé, della natura reale dell’esistenza e del senso intrinseco che essa manifesta. Del resto, senza la sperimentazione diretta il concetto di Shan non sarebbe altrimenti comprensibile. Anzi, è implicito nello stesso sistema cosmologico che ciò avvenga. La teoria cosmologica dello Shan prevede che l’esistenza rappresenti una forma di realtà che per la maggior parte ci è invisibile, poiché negata dalla limitatezza dei nostri sensi che ci presentano i contorni di un visibile apparentemente finito e materiale. Non solo, nel cercare di definire meglio lo stato di esistenza che noi viviamo nella sua globalità fenomenica la teoria cosmologica dello Shan ricorre al paradosso. Se noi rappresentassimo l’esistenza, secondo quanto essa ci suggerisce di fare per comodità di comprensione, come se fosse una sfera determinata dal nostro orizzonte percettivo limitato e chiuso, troveremmo che noi sappiamo ben poco della natura reale di questa sfera e che non potremmo sapere oltre circa la situazione cosmica in cui essa è posta in essere.
Proviamo ad immaginare. Accettiamo l’idea di vivere in una esistenza delimitata dall’orizzonte percettivo che i nostri sensi e la nostra capacità intellettuale determinano. In questo caso noi ci crogioliamo dentro ad un visibile apparentemente illimitato: di qui la percezione di un universo infinito e popolato di stelle per ogni dove. Ma da questa prospettiva concettuale noi non possiamo percepire l’invisibile, cioè non possiamo vedere la superficie esterna della sfera in cui si identifica il visibile. Non possiamo vedere oltre i limiti dell’orizzonte percettivo. Non solo, non possiamo neppure immaginare come sia fatta e cosa ci sia… Così come non conosciamo in che cosa si trovi ad essere la sfera. E anche questo non lo possiamo immaginare… Ma non conosciamo neppure lo scopo dell’esistenza della sfera. E questo ancora non lo possiamo immaginare… In definitiva noi non conosciamo neppure la natura del fenomeno globale rappresentato dalla sfera e dall’ambiente in cui si trova ad essere la stessa sfera. E anche questo non lo possiamo immaginare… Lo Shan, ovvero il vuoto neutro, si rivela essere fuori della portata di ogni possibile indagine scientifica e speculativa. Eppure esiste ed è inequivocabilmente evidente alla percezione diretta di ciascuno di noi che voglia tentare di ottenere questa esperienza. Solitamente siamo abituati a percepire la natura della nostra esistenza attraverso la percezione delle due dimensioni ordinarie che sono legate al fenomeno della materia, rappresentate dal tempo e dallo spazio. Sono nozioni dimensionali che ci sono familiari dalla nostra nascita e che fanno parte del nostro quotidiano. È semplice infatti rendersi conto della spazialità dell’ambiente che abbiamo attorno attraverso le dimensioni a noi note di lunghezza, larghezza e altezza. Un po’ meno semplice si presenta la definizione del tempo, che siamo abituati a scandire attraverso le lancette dell’orologio… ma comunque riusciamo a comprendere benissimo il concetto di passato e futuro rapportandolo al presente. Con un po’ di attenzione, possiamo persino percepire con una certa approssimazione il fluire del tempo che si trasforma da presente in passato. Addirittura possiamo essere in grado, con l’aggiunta di una opportuna tecnica, di percepire l’imminente approssimarsi del futuro e di guardarci dentro prima ancora che si manifesti completamente alla nostra percezione… Non è così semplice, invece, percepire la condizione di vuoto in cui esistiamo. Per quanto il vuoto sia la vera realtà di tutte le cose, noi siamo abituati a percepire l’esistenza che viviamo nel rapporto che abbiamo con la materia, la forma di esistenza in cui l’energia comparsa nel “falso vuoto” si è trasformata. Tuttavia non dobbiamo dimenticare che, anche se c’è stata l’oscillazione di campo che ha trasformato il vero vuoto in falso vuoto, resta in gioco l’esistenza di quel vuoto che abbiamo definito di natura neutra, lo Shan, ovvero lo stato reale dell’esistenza che esiste di per sé, a prescindere dai fenomeni che si manifestano in essa e dall’attenzione che l’uomo può dargli o meno. La percezione di questo vuoto neutro è naturalmente possibile, come è possibile distinguere lo spazio dal tempo. Occorre però uscire dai parametri ordinari con cui solitamente si cerca di percepire e di interpretare i fenomeni dell’esistenza. Innanzi tutto non bisogna riferirsi al quadro della nostra percezione sensoriale, poiché essa è limitata sia dalle funzioni preordinate geneticamente sia dal fatto che gli organi di senso sono limitati dalla barriera dimensionale rappresentata dalla materia di cui essi stessi sono costituiti. Né tantomeno si può ricorrere all’interpretazione speculativa dell’intelletto poiché essa è basata sui dati sensoriali che vengono raccolti. Né si può parlare di esperienza coscienziale poiché essa nasce sbagliata già in partenza. È valida la metafora di uno specchio che per quanto perfetto non può vedere sé stesso… La percezione del vuoto può essere ottenuta solamente al di là della barriera sensoriale e della logica mentale. Non esistono testi o parole che possano descrivere la natura del vuoto: l’esperienza diretta e personale dell’individuo interessato a sperimentarla rappresenta l’unica modalità di conoscenza che si può sviluppare di essa. Per poter sviluppare questa esperienza diretta è necessario trascendere tutto ciò che conosciamo, poiché l’ovvietà ci pone dei limiti di esperienza. È facile che gli sprovveduti vedano rafforzarsi la loro convinzione materiale e cadano nell’equivoco che al di là della percezione dell’ovvio non vi sia nulla d’altro.
L’intuizione del vuoto sgorga dal non-senso che porta la coscienza a svincolarsi dai legami soggettivi della mente, fuori dalla logica della consuetudine e dal rapporto ordinario con la vita. È sufficiente richiedere alla mente la soluzione di una equazione impossibile perché si crei uno squarcio nel sottile velo che ci separa dalla vera esistenza. La mente si arrende, entra in un temporaneo corto circuito, smette per pochi istanti di ossessionarci con la sua inutile rappresentazione ordinaria per lasciare posto alla visione dell’invisibile. Da secoli nelle scuole spirituali echeggiano domande destinate a scuotere la mente degli allievi che vogliono giungere alla conoscenza del tutto: “com’era l’universo prima che tu nascessi?” … “chi sei oltre il tuo nome?” … “due uomini si guardano, chi è di loro due lo scenario e chi il testimone che guarda?” … “che rumore fa il colpo di una mano sola?” … “quanto grandi sono i confini del cielo?” … Occorre tener presente comunque che la natura del vuoto non è fine a sé stessa e aliena alla dimensione spazio temporale che stiamo vivendo. Infatti noi siamo fatti di questo vuoto e siamo in questo vuoto, attimo dopo attimo, senza poterne uscire. Il vuoto, matrice e fine di tutte le cose. È qui e adesso, presente in noi e fuori di noi. La sua manifestazione permea l’universo e gli dà senso. Possiamo constatare come esista in natura un processo formativo, invisibile e non quantificabile attraverso l’analisi strumentale, che tende a portare allo sviluppo della qualità dell’esistenza. Dalla materia primordiale si sono formate le galassie e poi i pianeti, sulla Terra è comparsa la vita e poi infine l’uomo. Ma non si deve confondere questo processo formativo con il senso di un’evoluzione darwiniana: esso è in grado di produrre anche la manifestazione di piani di coscienza che poco alla volta giungono a trascendere il senso ordinario dei valori del quotidiano. Intraprendere questo processo formativo significa entrare nella natura del vuoto in maniera diretta. Significa vivere la natura segreta dell’esistenza dall’interno del fenomeno che essa rappresenta. Significa vivere una qualità di vita che è effettivamente reale, al di sopra dei condizionamenti e delle storture culturali in cui si è abituati a vivere. Ci si trova ad essere alimentati interiormente da una forza inesauribile di conoscenza di sé e del senso della vita. Scuole formative politiche e spirituali di ogni tempo applicano da sempre questa forza immensa anche se non la comprendono interamente ma capiscono che è in grado di elevare la qualità della coscienza umana e di dare all’uomo una chiave di gestione cosmica della propria esistenza. Ovviamente ciascuna di esse si ferma al livello degli obiettivi che si è prefissata e per cui è nata, ma il cammino è sempre lo stesso. Questa possibilità esperienziale non appartiene alle scoperte del nostro tempo. Già da millenni l’uomo l’ha scoperta e identificata nella specifica esperienza della meditazione. Una esperienza che focalizza e definisce la natura cosmica del rapporto umano con il vuoto distinguendolo dall’applicazione soggettiva e finalizzata delle varie scuole formative storiche.
La meditazione è una forma di rapporto con la natura del vuoto che esce dal vicolo cieco delle applicazioni strutturali delle varie scuole manageriali e spirituali del nostro tempo, che finalizzano l’esperienza agli obiettivi di parte. Basti pensare all’esempio dei Samurai dell’Estremo Oriente i quali, pur realizzando una loro valida esperienza interiore, si mettevano egualmente al servizio dei signori della guerra del loro tempo, che potevano disporre della loro vita come meglio credevano. E si può dire che non manchino esperienze parallele neppure in Occidente… Dal canto suo l’esperienza della meditazione consente di interpretare in forma individuale e libera il processo formativo manifestato dalla natura del vuoto, senza doversi far ipotecare dai valori morali del mondo soggettivo del quotidiano. Nell’esperienza della meditazione si verifica l’emersione dell’Io reale che finalmente si trova ad essere fuori dalla limitazione della mente, ponendosi in uno stato di coscienza e di possibilità partecipativa alla natura totale del vuoto. La possibilità esperienziale della meditazione di interpretare il processo formativo manifestato dal vuoto consente di valutare la meditazione stessa come un prezioso e insostituibile strumento personale di rapporto con l’esistenza. Praticare la meditazione significa pertanto possedere concretamente quanto occorre per poter migliorare la propria qualità di vita e gestire in prima persona il proprio rapporto con il mistero dell’esistenza, senza intermediari che si possano frapporre tra noi e il nostro divenire cosmico. Senza essere defraudati, da parole e da miti, del potere del vuoto che possediamo in noi stessi. E questa constatazione non deve essere assolutamente ignorata. Attraverso la partecipazione alla natura neutra del vuoto è possibile giungere a relativizzare la realtà conflittuale in cui viviamo i nostri problemi personali. Come è possibile uscire fuori dai condizionamenti per vivere in maniera libera e completa la propria vita, è altrettanto possibile focalizzare i propri reali bisogni e indirizzare i propri sforzi unicamente per il loro soddisfacimento. Ma soprattutto è possibile disporre di un potere creativo immenso e sviluppare un’integrazione personale con il senso reale dell’esistenza per trovare armonia e benessere con cui vivere e godere la vita. Da “LAFORGHIANA, nuova conoscenza” maggio 1991 |