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Sudafrica: Wild & Design

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18 Ottobre 2012
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Nambiti Plains

Un viaggio nella ‘nazione arcobaleno’ per conoscere lo Zululand – terra di antichi guerrieri, paesaggi incontaminati, santuari naturalistici mozzafiato – ed i nuovi scenari urbani di Johannesburg, dove è possibile esplorare Soweto e le tendenze di una metropoli creativa, modernissima e sorprendente


Al mondo ci sono diverse ‘nazioni-continente’ – il Canada, l’Australia, il Brasile… – ma una sola ‘nazione-pianeta’: il Sudafrica. Un ruolo che questa terra merita per la sua complessità e la varietà geografica, etnica, storica ed economica. Il mosaico ambientale è sovente di una bellezza mozzafiato: montagne, deserti, le dorate e steppose distese del bush, foreste, scogliere, spiagge. Il clima è quello australe, quindi esattamente opposto rispetto agli scenari europei: caldo e persino tropicale nel nostro inverno, decisamente più freddo durante l’estate europea. Complessivamente più dolce, senza escludere punte sorprendenti, come in occasione delle estemporanee (ma abbondanti) nevicate di inizio agosto 2012 nel Drakensberg. Etnicamente la mappa è – se possibile – ancora più affascinante. Il Sudafrica è un paese fortemente multietnico; convivono popolazioni bianche (boeri di origine olandese e britannici anglofoni), nere, asiatiche e miste. La legge riconosce formalmente quattro macro-categorie: neri, bianchi, ‘coloured’ (gruppi etnici di origine mista, circa il 9% del totale) e asiatici, prevalentemente indiani. Le ‘lingue ufficiali’ sono 11 e dei 50 milioni di abitanti – distribuiti assai irregolarmente sul territorio – i bantu formano il 75% della popolazione e sono suddivisi ufficialmente in 9 ‘nazioni’: zulu 23%; xhosa 18%; sotho (del nord e del sud) 16%; tswana 7%; tsonga 4%; swazi 2,5%; venda 2%; ndebele 1,5%; pedi 1%. I bianchi, che formano circa il 13% della popolazione, hanno dominato lo scenario politico fino al 1994, anno in cui la rivoluzione guidata da Nelson Mandela ha portato la maggioranza al potere. Definita a ragione la ‘nazione arcobaleno’ – nonostante i numerosi problemi sociali non ancora risolti (compresa la piaga dell’Aids) – il paese ha l’economia più sviluppata del continente (con un terzo del reddito complessivo) ed appartiene al novero dei paesi emergenti ribattezzati Brics: acronimo che raggruppa Brasile, Russia, India, Cina e, appunto, Sudafrica.


Johannesburg

La ricchezza – ancora distribuita in modo fortemente diseguale – si basa sull’industria (in particolare quella automobilistica, con forte produzione di auto dalla guida ‘a destra’), sull’agricoltura e, soprattutto, sullo sfarzoso comparto minerario: con livelli record per oro, diamanti, argento, platino, ferro, cromo, uranio e carbone. Se il 40% della popolazione ha un reddito ancora al di sotto dei due dollari al giorno, la ‘potenza’ del Sudafrica è visibile ovunque, in particolare nelle aree fortemente urbanizzate, con l’esplosione dell’edilizia abitativa ed un parco di auto nuove, o di recente fabbricazione, che supera il 90% del totale. Il concetto di ‘nazione-pianeta’ si può comprendere solo affrontando una storia ricca e sorprendente, dove per destreggiarsi occorre abbandonare ogni luogo comune.

Questa terra è giustamente ritenuta la ‘culla dell’umanità’: gli australopitechi erano già presenti tre milioni di anni fa e reperti successivi mostrano tracce di ogni passaggio evolutivo attraverso le varie specie di ‘homo’: habilis, erectus, sapiens sapiens. Diecimila anni or sono comparvero i boscimani e ottomila anni dopo gli ottentotti. Furono i primi abitanti ‘stanziali’, ma anche i primi ad essere sconfitti ed emarginati con l’arrivo delle popolazioni bantu a partire dal III secolo. Stiamo comunque parlando di una terra florida, immensa, ma sostanzialmente disabitata, almeno per i parametri attuali. Questo facilitò l’insediamento dei bianchi, che sbarcarono per la prima volta nel 1486 col portoghese Bartolomeu Dias e, poco dopo, con Vasco de Gama. Imprese di navigatori eroici ma per nulla propensi a trasferirsi, mentre la ‘storia bianca’ del Sudafrica ebbe il suo battesimo ufficiale il 6 aprile del 1652, quando approdò, in quella che sarebbe diventata Città del Capo, l’olandese Jan van Riebeeck. Il neonato insediamento, governato inizialmente dalla Compagnia Olandese delle Indie Orientali, prosperò portando in questa ‘terra promessa’ rifugiati dalle guerre di religione (compresi gli ugonotti francesi), avventurieri ed una eterogenea popolazione di contadini assai determinati nel creare il proprio originalissimo ‘paradiso australe’. Venne così a crearsi una ‘nazione’ bianca ma africana, risolutamente diversa dalle ‘colonie’ che cominciavano a estendersi nel resto del continente.


Orgogliosi della propria lingua, l’afrikaner, della propria indipendenza e delle proprie tradizioni, i boeri si trovarono ad affrontare un nemico formidabile ed organizzatissimo: l’impero britannico. Quando gli inglesi occuparono la provincia del Capo, nel 1797, iniziarono le guerre anglo/olandesi e – parallelamente – prese il via un fenomeno di pionierismo verso l’interno del paese, simile, per molti aspetti, alla conquista dell’Ovest americano. Per tutto l’Ottocento le popolazioni e gli eserciti si misero in marcia: gli inglesi affrontarono gli xhosa, mentre i boeri, respinti verso l’interno, si scontrarono con gli zulu e crearono delle repubbliche indipendenti. In questo complesso scacchiere umano e militare non sempre le alleanze seguirono il colore della pelle e solo alla fine del secolo l’impero britannico riuscì ad avere la meglio su chi – boero o bantu – si riteneva storicamente proprietario di questa terra e delle sue risorse. Gli ultimi a resistere, in una serie di battaglie epocali, furono gli zulu del leggendario re Shaka. Dopo ci fu ancora il tempo per una seconda guerra anglo/boera – con l’impero accusato di una vera e propria pulizia etnica ai danni dei coloni afrikaner – ed il paese venne definitivamente unificato dagli inglesi nel 1910. Un dominio che durò solo vent’anni perché, nel 1931, il Sudafrica ottenne la piena indipendenza. Dopo la fine del secondo conflitto mondiale, nel 1948, il National Party vinse le elezioni e iniziò l’oscuro periodo dell’apartheid. L’esperimento, fallito e duramente osteggiato dalla maggioranza nera, prevedeva l’emarginazione delle popolazioni bantu in dieci stati fantoccio, con la ‘libertà di movimento’ consentita solo a chi possedeva lavoro e documenti.

L’anacronistico regime dello ‘sviluppo parallelo’ imponeva autobus, scuole e persino servizi igienici ‘separati’, con gli emblematici cartelli ‘black’ o ‘white’ a garantire la segregazione. Furono anni di lotta, di isolamento internazionale, di attentati e di rivolte. Solo la lungimiranza di un leader popolarissimo e rispettato come Nelson Mandela permise di evitare un bagno di sangue dalle proporzioni colossali. Nonostante i lunghissimi anni trascorsi in carcere il carismatico Madiba si fece portavoce della ‘nazione arcobaleno’: una terra abitata con pari diritto da popolazioni autoctone, tutte destinate a compiere un cammino di ‘reciproco riconoscimento’ basato sul perdono, sul superamento dei conflitti etnici e tribali, sul miraggio di uno sviluppo realmente a portata di mano. La data emblematica fu quella del 27 aprile 1994, quando si tennero libere elezioni e il Sudafrica non esplose, i bianchi non furono espropriati dei propri beni e i neri ottennero il pieno riconoscimento di un potere politico plebiscitario.


Zululand, giorno di mercato

Solo un anno più tardi, il 24 giugno 1995, giorno della finale dei mondiali di rugby, quello storico passaggio di consegne tra vecchio e nuovo ebbe il suo momento più simbolico e commovente. Nello stadio di Johannesburg Nelson Mandela, indossando la maglia degli Sbringbock (emblema dell’orgoglio boero), consegnò il trofeo di una inaspettata vittoria al capitano Pienaar: ancora oggi la foto dell’evento (consegnato alla storia del cinema dalla pellicola ‘Invictus’ di Clint Eastwood) è considerata l’immagine più struggente dell’inizio di una svolta epocale. Impossibile non pensare a questi quattro secoli di storia visitando una nazione dove la complessità ha radici conflittuali etniche e profonde, ma dove l’ottimismo – nella sua accezione più completa e realistica – è quasi un obbligo morale per chi ama il proprio paese.

«I sudafricani hanno imparato a guardare avanti senza paura, dopo quello che hanno passato e che hanno rischiato di passare, è uno stato d’animo inevitabile, positivo, consapevole di tutte le sfide che ci attendono – spiegano convinti e sorridenti i responsabili di Fucus Tours, corrispondenti di Clup Viaggi, che ci accolgono a Johannesburg – Da noi stanno accadendo cose importanti, dal 1994 ad oggi il paese ha saputo trovare una propria identità. Ora chi viaggia in Sudafrica può conoscere una realtà affascinante, ricca di contrasti, anche di contraddizioni, ma con un senso della speranza difficile da trovare altrove. Questo è un viaggio nella bellezza e nella natura, ma si scopre anche l’energia di metropoli dove non manca nessuna suggestione: locali, design, imprenditoria, musica, creatività. Johannesburg fino a qualche anno fa era una città difficile da vivere, sicuramente pericolosa, oggi è il simbolo di una nazione emergente e solida, che finalmente comincia a gestire le proprie immense ricchezze». Ma nella ‘nazione arcobaleno’ la gente ha davvero imparato a vivere insieme? «è un cammino lungo, oggi abbiamo imparato innanzitutto a vivere ‘vicino’ e a rispettarci. In Sudafrica ognuno celebra il proprio orgoglio e i propri riti. Le diverse etnie viaggiano essenzialmente in parallelo, ma adesso c’è anche una classe imprenditoriale e una borghesia nera che sono la vera novità di un panorama dove cominciamo ad avere una storia comune».


I rinoceronti di Umfolozi

Il nostro viaggio ha sostanzialmente vissuto due anime distinte, in un itinerario che ci ha portato a Johannesburg – vera new entry nello scenario turistico globale – e nello Zululand – tra riserve naturalistiche di incontaminata bellezza – per incontrare una delle popolazioni più orgogliose e antiche dello scacchiere nazionale, in precario e suggestivo equilibrio tra un passato tribale ed un veloce sviluppo economico, ancora instabile ma sicuramente stimolante. Anche in questo caso la storia è la road map indispensabile per cogliere l’essenza del luogo. Fino alla metà dell’Ottocento lo Zululand non era solo un’area tribale indipendente, ma ospitava uno dei regni più organizzati e bellicosi dell’intero continente: l’impero di re Shaka. Le guerre che contrapposero questa orgogliosa nazione ai boeri prima e agli inglesi dopo non furono solo uno scontro militare, ma l’impatto tra due mondi, tra due culture, con un esito a lungo incerto che solo la tecnologia bellica dei ‘bianchi’ permise agli invasori di vincere. In uno scenario dominato dal bush e da ruvidi contrafforti rocciosi, steli e monumenti ricordano i campi di battaglia.


Pittogramma a Isibindi

Gli afrikans commemorano ogni 16 dicembre l’epopea del Blood River, quando 470 ‘voortrekkers’ (i pionieri alla conquista di una ‘nuova patria’), sotto la guida di Andries Pretorius, sconfissero un esercito di 12mila guerrieri zulu riportando solo tre feriti. Si narra che la vittoria fu ottenuta dopo un ‘giuramento al Signore’ ed il nome della battaglia ricorda il sangue degli sconfitti. Oggi quel 16 dicembre non è più solo una festa boera, perché il governo ‘post-apartheid’ l’ha trasformata in ‘giorno della riconciliazione’ tra tutti gli abitanti del Paese. Ma anche l’impero britannico si scontrò a lungo con l’impero zulu e la prima battaglia, a Isandlwana, fu fatale alle giubbe rosse. Un contingente di 1500 uomini venne polverizzato da un’armata di 44mila guerrieri, formidabili nel corpo a corpo, che andarono all’assalto col terribile grido di guerra ‘uSuthu!’.

Gli zulu non solo non fecero prigionieri, ma ‘aprirono’ il corpo dei nemici per liberarne lo spirito, in modo che non tornasse a perseguitarli. Gli inglesi si trovarono ad affrontare un esercito ‘moderno’ nello schieramento – con le forze divise per ‘impi’, analoghi ai reggimenti europei – ma pressoché imbattibile nell’antichissima tecnica dell’assegai, il combattimento ravvicinato. Le retrovie degli sconfitti resistettero strenuamente a Rorke’s Drift e la colonna principale, qualche mese dopo, ottenne la decisiva vittoria di Ulundi. Per gli zulu fu l’inizio della fine, il crollo di un impero africano che per centinaia di anni era riuscito a preservare i propri territori ancestrali. L’odierna provincia del KwaZulu-Natal divenne formalmente indipendente nel 1970 sotto l’apartheid; furono milioni gli appartenenti a questa etnia ad essere trasferiti coattamente nel territorio a loro assegnato e a cui fu impedito di trasferirsi e di viaggiare nel resto dell’unione. La segregazione terminò nel 1994 col governo di Nelson Mandela. Originariamente definiti ‘gente del cielo’, gli Zulu sono oggi 11 milioni e si presentano divisi in due gruppi: uno urbano e l’altro rurale. La comunità rurale vive in piccoli villaggi a carattere familiare, spesso senza elettricità e acqua corrente, in case costruite con mattoni di fango e materiali più moderni ma economici.

L'aristocrazia Zulu tende ancora a giocare un ruolo superiore nella guida del popolo. I locali amaKhosi (letteralmente ‘signore’) governano sulla gente della loro area, sovente formata da semplici contadini dediti a un'agricoltura di sussistenza, sebbene la grande aspirazione per il membro di ogni famiglia sia di trovare lavoro in una vicina città, supportando col relativo guadagno la propria famiglia. L’intera economia è sostenuta da contributi statali assegnati in base al numero dei figli.


Paesaggio nell’area zulu di Isibindi

Nei grandi centri urbani la storia sta cambiando velocemente; se una parte della comunità occupa ancora le poverissime township, un buon numero di zulu sono diventati membri della classe media ed alcuni anche affermatissimi uomini d’affari. Politicamente l’etnia ha un ruolo egemone anche a livello nazionale e oggi Zuma – presidente dell’unione Sudafricana – è il suo membro più rappresentativo.

Il KwaZulu-Natal ha per capitale Durban – il cui aeroporto internazionale è dedicato al leggendario re Shaka – vanta alcuni significativi centri urbani – Ladysmith, Dundee,

Pietermarinzburg – ed un patrimonio naturalistico di grande eccellenza, con parchi nazionali e splendide riserve private. Partendo da Durban – una sorta di Miami affacciata sull’Oceano Indiano con gli svettanti grattacieli ad affacciarsi sulle onde – il primo santuario naturalistico si incontra all’estuario di Santa Lucia dove, in battello tra le mangrovie, si osservano facilmente alligatori e ippopotami. Risalendo verso l’interno si entra nel grande parco della Hluluwe-Umfolowi Game Reserve (96mila ettari). Tra colline ricoperte di acacie, boschi e praterie si incontra la più grande popolazione al mondo di rinoceronti (1600 bianchi e 370 neri) oltre a 24mila impala, ai celebri big five (leone, bufalo, appunto rinoceronte, leopardo ed elefante) e ad un numero impressionante di zebre e giraffe. I sentieri per le auto sono numerosi, quindi via libera al sel-drive, ma se volete essere certi di scovare gli animali la soluzione migliore resta sempre quella di un tour guidato. A questo punto il nostro itinerario punta decisamente verso la regione storica degli zulu: i territori ancestrali che videro gli scontri con i boeri e le truppe dell’impero britannico.

Strategico e collocato in un panorama mozzafiato, tra valli e catene montuose, con suggestivi chalet a dominare il paesaggio, l’Isibindi Zulu Lodge è la soluzione ideale per approfondire la storia e la cultura del territorio. Quotidianamente vengono organizzate escursioni nel bush per incontrare gli animali, ma sono le visite ai villaggi ad offrire l’impatto più emozionante.


Danze in un boma zulu

Mike, guida esperta delle tradizioni zulu, è il ‘mediatore culturale’ ideale: nel sito della battaglia di Isandlwana a parole e gesti evoca le armate, gli scontri, il movimento degli eserciti; tra i banchi di un mercato tipico introduce i prodotti (compresi i feticci e quelli di medicina naturale) e facilita un contatto coi locali che è sempre amichevole e curioso; la sua conoscenza dei siti permette di accedere alle capanne di fango, di curiosare nelle cucine, di sperimentare uno stile di vita dalla semplicità sovente disarmante. Sorprendente la visita ad un sito preistorico, dove abbiamo avuto modo di ammirare pittogrammi ancora perfettamente visibili dopo 10mila anni: figure stilizzate dedite alla caccia e una ‘donna seduta’ riprodotta con tratti assolutamente moderni, curiosamente simile ad un disegno di Matisse esposto al museo di Antibes. Piccole meraviglie che neanche gli archeologi hanno ancora catalogato. La sera, tornati a Isibindi, una breve escursione permette di immergerci nell’atmosfera di un piccolo ‘boma’ zulu, dove la popolazione del villaggio propone le antiche danze di quell’etnia orgogliosa che tenne in scacco per decenni le ‘giubbe rosse’.

Niente di ‘turistico’ o di vistosamente fasullo, ma il rullare ipnotico dei tamburi, l’esibizione tribale e sfrenata di un gruppo di giovanissime danzatrici, i volti contratti e gli sguardi sbarrati dalla trance in un rito dalla formidabile energia, vivissimo e furioso nella polvere che si alza al crescere di un ritmo senza tempo.


Se a Isibindi è l’immersione nella cultura zulu a governare le scelte, a Nambiti (dopo neanche mezza giornata di auto) è la natura a riprendere il controllo di tutto; in un santuario ecologico assoluto, dove l’esclusività dell’accoglienza (la Nambiti Game Reserve è la più quotata riserva privata sudafricana) si accorda con l’esperienza diretta di incontri frequenti e intimi con la popolazione animale. Impala, bushbuck e nyala quasi si affacciano alle balconate dei lodge, un elefante viene quotidianamente ad abbeverarsi in piscina, game drive nel bush (sempre due al giorno) permettono di fotografare facilmente bufali, zebre, giraffe, elefanti; abbiamo visto da vicino anche il rarissimo servalo e seguito – incantati, per lunghi minuti – una famiglia di leoni all’imbrunire. L’impressione è quella di vivere un paradiso naturalistico a cinque stelle, governato da una professionalità e una cultura ambientale senza pari. L’ultima tappa, prima di raggiungere Johannesburg, ci ha portato alle pendici del Drakensberg – catena montuosa che tiene perfettamente fede al proprio nome – nella cornice vittoriana di Hartford House. L’intera area è un suggestivo ibrido dal sapore schiettamente anglosassone: se le scimmie si destreggiano svelte tra le fronde di alberi immensi, i cottage e le ville fanno pensare più al Lake District che all’Africa australe.

L’antica dimora, sede del raffinato hotel, confina direttamente con la prestigiosa ‘Summerhill Stud’, dove vengono allevati i migliori purosangue del continente. Il viaggio si conclude idealmente a Johannesburg: area urbana immensa (sedici milioni di abitanti compreso Soweto), fino a pochi anni fa ‘invisitabile’ perché troppo violenta e insicura in molti distretti.

Oggi a Jozi (o Joburg, nessuno in realtà la chiama mai col proprio nome…) si respira un’aria decisamente diversa. Metropoli assolutamente policentrica – aggregata in quartieri che sono vere e proprie città nella città – è ora sostanzialmente sicura, proponendo il meglio che uno scenario urbano africano possa offrire sul fronte dell’edilizia innovativa, del design, dei parchi (alcuni immensi) e dei musei, della cucina (sofisticata e contemporanea, spazia verso ogni nuova tendenza), della cultura e del recupero architettonico di aree industriali o commerciali dismesse.


Canyon nell’area zulu di Isibindi

Nei secoli a Johannesburg sono arrivati tutti e tutti hanno cercato l’affermazione, il lavoro o anche solo una vita migliore: neri di ogni etnia, boeri, inglesi, indiani, cinesi, persino italiani, e ancora si ricorda che ad inizio ‘900 l’industria della dinamite (fondamentale nel comparto minerario) era egemonizzata da piemontesi di Avigliana. Qui l’apartheid si concretizzò nelle sue forme più dure e qui fu combattuto nella clandestinità dando vita a rivolte epocali. Qui, dopo il ’94, i bianchi fuggirono nell’esilio dorato di quartieri satellite, qui si trovava la più turbolenta township del continente: Soweto. Adesso Soweto è visitabile, sorridente e soprendente: città esclusivamente nera dove la povertà estrema (ancora presente) divide gli spazi con la ricchezza ‘nuova’ e appariscente dei ‘black diamond’: i nuovi ricchi dalla pelle nera, con ville faraoniche e Mercedes top di gamma. Una passeggiata per l’ex ghetto è una delle esperienze più formative e originali che si possano affrontare: si passeggia accolti dal sorriso e dalla disponibilità, la foto non è osteggiata ma richiesta, nessun venditore insistente impone i propri traffici, neppure al mercato. C’è voglia di conoscenza e di contatto, a tratti sopravvivono le baracche, ma i ragazzini giocano a calcio in un Nike center che così bello non si trova neppure a Londra. Negli altri quartieri la movida e la creatività si aggrega in ex aree industriali, come quella di Arts Of Maine, dove si trovano gallerie d’arte, stamperie, il fashion restaurant Canteen e Love Jozi, il negozio di moda più trendy di Joburg. Particolarmente toccante l’impatto coi musei che ricordano gli anni della segregazione: l’Apartheid Museum (che ospita anche una splendida esposizione su Mandela) e l’ex prigione di Costitution Hill, dove nelle minuscole celle c’era a malapena lo spazio per coricarsi... Gli allestimenti sono modernissimi, le spiegazioni lucide, obiettive, storicamente attendibili e mai propagandistiche. Il nuovo Sudafrica ricorda con equilibrio e commozione ma ha saputo voltare pagina. In questa nazione arcobaleno dove ‘tutti sono nativi’ si impara qualcosa in più della tolleranza, si apprende che il perdono ha segnato e insegnato una rotta difficile e complessa, la sola praticabile; come quella della speranza, un concreto esercizio quotidiano, l’unico in grado di cambiare la storia. Per sempre.



Foto Guido Barosio e Gianfranco Cappellano



Guido Barosio, giornalista, fotografo e scrittore, è direttore della rivista Torino Magazine.


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