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Kenya: la grande Africa a portata di mano

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15 Giugno 2015
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Il canyon di Marafa

Con base a Watamu il fascino della ‘culla dell’uomo’ può essere esplorato anche in soli sette giorni. Quelli che si impiegano per ammirare la città perduta di Gede, le ‘spiagge affioranti’ dal blu dell’oceano, i big five di un grande parco nazionale, il canyon di Marafa dai colori primitivi e abbaglianti


L’Africa è immensa per definizione. Da sempre il continente dei viaggi, degli esploratori, del confronto col grandioso e col ‘differente’; il luogo dei colori, delle luci e delle genti, della fauna ancora selvaggia e degli spazi emotivamente e geograficamente imponenti. L’Africa è un continente che non restituisce mai il viaggiatore nelle medesime condizioni di spirito antecedenti la partenza: seduce, abbaglia, qualche volta respinge, più sovente affascina senza rimedio. Questo è il luogo dove i concetti essenziali della vita – la morte e la sopravvivenza – hanno da sempre segnato il percorso degli uomini. Fin dalla più remota antichità: perché, in questi scenari, l’Homo habilis (prima) e l’Homo erectus (dopo) ci separarono dagli altri primati.

Molto probabilmente fu lungo la valle del Rif che i nostri antenati smisero di usare le zampe (quattro) per affrontare la savana sulle gambe (due), e fu sotto questo cielo che costruirono le prime abitazioni, le prime armi, i primi manufatti per combattere, cacciare, coltivare… Il Kenya, la Tanzania, l’Etiopia sono state la culla dell’uomo, da questa terra il nostro patrimonio genetico prese la via dell’Asia e dell’Europa per colonizzare il mondo intero. Forse, inconsapevolmente, l’intero percorso contribuisce a quella struggente magia che ci riporta all’intimo e al profondo, al semplice e all’ancestrale; uno stato d’animo che fa osservare tramonti, altopiani, spiagge, foreste, genti con occhi diversi, con sguardo semplice e diretto, provando emozioni forti e sempre nuove. I


La spiaggia di Watamu con le sette isole dell’amore

l Kenya è una porta ideale verso l’Africa: ottimi i collegamenti, validissime e numerose le strutture, una cultura dell’accoglienza italiana consolidata negli anni. In particolare sulla costa – tra Mombasa, Watamu e Malindi – la nostra lingua è parlata, conosciuta, magari simpaticamente improvvisata dai nativi: per loro, col tempo, siamo diventati una risorsa preziosa grazie alla parola magica ‘turismo’. Ma, negli ultimi anni, qualcosa sembra essere cambiato: alla fiducia è subentrato il timore, qualche volta una paura frutto di disinformazione e luoghi comuni, che vanno affrontati e combattuti con decisione. Da dove cominciamo? Dalla parola più spaventosa lanciata dai media sul continente africano: Ebola. Senza nulla togliere alla terribile epidemia che ha colpito l’Africa Occidentale, va detto chiaramente che il suo epicentro si trova a oltre 6mila chilometri di distanza, dall’altro lato del continente, in località geograficamente più vicine (si fa per dire) a Roma che a Mombasa. Inoltre, storicamente, nessun keniota si è mai ammalato di Ebola neanche in passato. Concetto semplice, vero? Eppure, da oltre un anno, le prenotazioni sono scese verticalmente anche in paesi per nulla minacciati dal virus. Quindi – per essere franchi e diretti – è una paura che non vale neanche la pena di commentare.

Secondo timore – più subdolo e, per certi aspetti, più attuale – quello legato al terrorismo. Nei giorni del nostro viaggio, un comunicato della Farnesina invitava alla massima prudenza, parlando di tensioni e possibili pericoli nel paese, anche sulla costa, anche nelle località turistiche più frequentate. Ora, se da un lato va compresa la più rigorosa prudenza, altra cosa è trasmettere una sensazione di allerta lontana dalla realtà. In nessun momento abbiamo percepito tensioni o minacce; durante i numerosi spostamenti per il nostro reportage l’atmosfera è sempre stata tranquilla, i locali si sono costantemente dimostrati affabili e ospitali, le strutture ben sorvegliate e pronte ad accogliere i visitatori. 


Certo, il terrorismo non annuncia i suoi progetti ed è utopistico prevederne le trame, ma oggi le località ‘calde’ sono altre, ed è persino troppo facile affermare che l’Europa (Italia compresa) può costituire un bersaglio non certo meno attraente di un paese africano vocato al turismo. 

Quindi – pur tenendo conto che il Kenya non è la Svizzera – questo è un viaggio che può essere affrontato in piena serenità, magari con l’avvertenza di optare per operatori affidabili, da tempo attivi sul territorio, sicuri e attendibili conoscitori della realtà locale. Se il ‘fai da te’ può offrire vantaggi in termini economici, la garanzia di un tranquillo soggiorno africano passa da nomi affermati e visibili, molto meno dal Far West della rete.

Chiunque ‘sappia di Africa’ si rende perfettamente conto di quanto questo dettaglio sia prezioso. 


Tsavo Est: istantanee dalla savana

Il grande continente offre scenari naturalistici incantati, ma sovente è inevitabile sottoporsi a trasferimenti lunghi, a volte complessi, nella maggior parte dei casi inevitabilmente scomodi. Non è così per il tratto migliore del litorale keniota: da Watamu si può partire in battello per la ‘spiaggia affiorante’ di Sardegna 2 (nome improbabile, ma location di strabiliante bellezza) e per le mangrovie di Mida Creek; in trenta minuti di auto si raggiunge la città fantasma di Gede; in poche ore si approda alla Spiaggia Dorata, al coloratissimo canyon di Marafa (escursione irrinunciabile, emozioni estetiche mozzafiato), al parco nazionaleLa base del nostro reportage è stata Watamu, perla naturalistica sulla costa orientale del continente, tutelata da un Parco Nazionale Marino che offre spiagge candide, coreografici isolotti, un oceano che mette in scena tutte le possibili tonalità di blu, azzurro e turchese.

Il movimento quotidiano delle maree muta continuamente lo scenario, allontanando e avvicinando le onde in un gioco che rivela e nasconde, offrendo la possibilità di lunghe passeggiate dove solo poche ore prima le acque coprivano il bagnasciuga. La struttura che ci ha accolto – il Villaggio Bravo 7 Islands Resort – merita pienamente il nome che gli è stato attribuito: di fronte al candore abbagliante della spiaggia, come in una quinta teatrale, si trovano disposte sette isole diverse per forma e dimensione, la spettacolare installazione di un diadema tropicale. Se il colpo d’occhio invita alla stasi e alla contemplazione, la posizione strategica rende possibili numerose esplorazioni senza spostamenti eccessivi.

Tsavo Est, che, con il contiguo Tsavo Ovest, è la maggiore area naturalistica del paese. Oceano e leoni, genti, villaggi e savana, litorali incontaminati e vegetazione smeraldo: tutto ‘a portata di mano’, praticamente impossibile trovare qualcosa di paragonabile. Logico iniziare il nostro itinerario da Gede: il luogo che meglio ci fa comprendere quanto ancora non conosciamo dell’Africa e della sua genesi. Il Kenya è una realtà storicamente disomogenea, una nazione composta da 43 tribù unificate dal colonialismo anglosassone, in questa terra particolarmente cinico e brutale. Nato come un’unica grande colonia, divenuta poi stato indipendente, mantiene equilibri delicati tra popolazioni storicamente nemiche o rivali, native o pervenute attraverso migrazioni e conflitti, libere o eredi di uno schiavismo che ha prodotto nel tempo insediamenti stanziali. Un cocktail etnico affascinante e complesso. 


Tsavo Est il bagno degli ippopotami

Come molti altri paesi africani, ha i confini disegnati dagli antichi padroni europei, rette tracciate a inchiostro sulle vecchie mappe degli esploratori. E Gede, in fondo, ci racconta tutto questo. Oggi le sue rovine si aprono nella foresta, a poche centinaia di metri da un paesone serenamente immemore del proprio passato. Il visitatore si trova di fronte a monumentali vestigia sopraffatte dagli alberi – ficus e baobab – che, enormi, hanno piantato le radici tra murature di palazzi, edifici religiosi e abitazioni.

Come nello Yucatan o in Estremo Oriente, la natura si è impadronita dell’insediamento umano, gemellandosi con esso. Le scimmie, a migliaia, sono i nuovi padroni di casa: i fantasmi vegliano, proteggono, e, qualche volta, si manifestano in forma animale. Perché anche Gede ha il suo yeti: un silente, enorme quadrupede che, si narra, pedina i visitatori che osano percorrere da soli e all’imbrunire le sue antiche strade. Cosa sappiamo di chi costruì tutto questo, e del perché l’abbandonò? Poco o nulla.

Gede sopravvisse per 400 anni – tra il XIII e il XVII secolo – ed era ignota ai portoghesi che ebbero una costante presenza a Malindi, distante solo 15 chilometri. Gli archeologi ci parlano di una città con circa 2500 abitanti: swahili di religione islamica. Ma i reperti sembrano confondere le idee, perché la simbologia fa pensare a riti ancestrali di origine africana. La sua struttura richiama una città portuale; peccato che l’insediamento disti cinque chilometri dal mare e che, all’epoca, la costa fosse ancora più lontana. Vi bastano questi misteri? Magari sì, ma c’è dell’altro. Se Gede nacque e si sviluppò seguendo vicende che non conosciamo, lo stesso si può dire della sua fine. Come per gli antichi abitanti dell’Isola di Pasqua, o per i Maya, possiamo solo fare supposizioni. Le più attendibili ci parlano di un’epidemia di lebbra o dell’invasione dei leggendari Zimba: guerrieri ferocissimi provenienti dalle falde del Kilimangiaro, probabilmente cannibali, che, con le scorrerie, arrivarono fino alla costa. Terrorizzanti al solo apparire, gli Zimba non facevano prigionieri e si manifestavano coperti di piume scarlatte (una per ogni nemico ucciso), ossa e pelli di coccodrillo. Un finale comunque doloroso e cruento per una civiltà che oggi, a pochi minuti dalle effervescenti atmosfere dei villaggi della costa, ci racconta la sua gloria mascherata dalla foresta, ancora bellissima nei suoi resti monumentali decorati di verde.

Decisamente più edonista la puntata a Sardegna 2 (ma, per cortesia, cambiategli nome…) e al dedalo acquatico delle mangrovie di Mida Creek.


I palazzi della città di Gede

Nella stessa giornata si può godere di uno snorkeling tra i pesci tropicali, della sabbia candida accarezzata da acque cristalline, offerta dalla bassa marea – su una spiaggia che affiora dal mare e che, nel mare, ha il suo unico confine – e di una tappa gourmande a base di aragosta, prima di inoltrasi, in canoa, verso uno scenario di verde primordiale, immutato dal giorno della creazione. Tappa successiva del nostro reportage, il parco Tsavo Est. L’esperienza del safari fotografico resta una delle emozioni irrinunciabili per chiunque affronti – anche solo una volta, la prima volta – le rotte africane. Quando si varca l’ingresso di un grande parco, tutto cambia: la prospettiva, le aspettative, la stessa misura del tempo e dei desideri. Inevitabile ‘sentirsi ospiti’, e ospiti di qualcosa di più grande, di incontaminato, di così immenso e lontano che ancora non siamo riusciti a ingabbiarlo, condizionarlo, renderlo gestibile. Dicevamo dei desideri: la vista, l’incontro ravvicinato con gli animali in libertà diventano vertice delle aspettative, in un susseguirsi di emozioni. Prima arrivano quelli ‘facili’: gazzelle, dik dik, zebre, giraffe, ma anche gli elefanti, per dimensioni più avvistabili di altri. L’obiettivo, però, diventa velocemente un altro, e lo sguardo si perde nella savana alla ricerca dei quattro big five che ancora mancano all’appello: leone, leopardo, bufalo e rinoceronte, le prede più ambite insieme a ghepardo e ippopotamo, altri preziosi trofei per fotografi.


Gede l’immenso ficus cresce sulle antiche mura

Naturalmente, un discorso a parte meritano i grandi felini: il loro avvistamento può ‘fare la differenza’, rendendo insuperabile l’esperienza del safari. Ma la magia nasce anche dal rito e dai ritmi: alloggiamenti in campi tendati (spesso con molti comfort e ottima cucina) circondati da una natura onnipotente e meravigliosa, lunghe escursioni in jeep nei sentieri della savana – dove, tra continui sobbalzi, l’occhio diventa ‘cacciatore’ – l’alba e il tramonto in scenari incontaminati, notti in cui buio profondo e silenzio sono rotti soltanto dalla luce delle lanterne alimentate dal generatore. In questo contesto, coi compagni di viaggio si crea quel particolare cameratismo che induce alla confidenza, al racconto, alla condivisione dell’entusiasmo per un avvistamento prezioso. Il safari non è mai un’escursione come le altre: lo si fa una volta e lo si rifarebbe per sempre, perché nonostante il copione resti immutato (indipendentemente dalla località), la fauna colta nel suo habitat offre costantemente emozioni diverse, pure, efficaci, irresistibili.

Se il safari è un ‘estremo’ del nostro soggiorno africano, l’altro è l’oceano: due dimensioni prospetticamente opposte, dove la natura ci riporta indietro, verso le origini, verso l’inizio di tutti i tempi. Anche quando costeggia le rassicuranti costruzioni di resort e villaggi, qui il mare ha sempre qualcosa di unico e primordiale. Infatti, il turista meno avvezzo alle emozioni forti preferisce il bordo vasca della piscina: confortevole, attrezzato, più simile al concetto di vacanza che a quello di viaggio. Il mare africano – tiepido come l’utero materno e altrettanto primitivo nei significati – domina la scena oltre lo sguardo; vuoto e libero, ospita le attività antiche e minimali di pescatori e raccoglitori di conchiglie, invita alla balneazione prudente, ti accoglie nella sua grande culla solo per un tempo limitato. Lui detta le regole e tu ne godi con gioia, ma resti – consapevole di esserlo – niente più che un ospite. La sua lezione, inoltre, ti sintonizza con benefici che vanno ben oltre il semplice tuffo nel ‘grande blu’. Il mare tropicale lo respiri, ti pulisce la mente, ti riporta a sensazioni lontane e fuori dal tempo, intime, intatte, essenziali nella ricerca di un piacere senza prezzo e senza rotte. Tutta la costa propone il medesimo, incontaminato, scenario, ma alcuni luoghi sono veramente speciali, come la ‘spiaggia dorata’: immensa distesa di sabbia dove la pirite regala scintillii fatati e preziosi nel rincorrersi di onde e maree.


Le straordinarie colorazioni del canyon di Marafa 

Ultima tappa del nostro viaggio, il canyon di Marafa: uno splendore minerale che sembra appartenere a un altro pianeta. Nato grazie all’azione erosiva delle piogge, la sua meraviglia geologica propone una tavolozza dalla formidabile varietà di colori e sfumature. In alto c’è il verde brillante della vegetazione che decora le creste, mentre, scendendo verso il basso, le tinte si dispongono a strati: bianco abbagliante, rosa chiaro, arancio, rosso cupo, tonalità fulve e pennellate fiammeggianti. Si resta semplicemente senza fiato, come di fronte a un paesaggio venusiano, o al set di Star Wars; in ogni caso esploratori di uno scenario alieno esuberante e ancestrale. Battezzato Hell’s Kitchen (Cucina del Diavolo), il luogo rimanda a sinistre leggende e i nativi lo chiamano Nyari (la cosa rotta da sé); ricordando come, in tempi antichissimi, il canyon non esistesse e il luogo ospitasse un villaggio, inghiottito nel sottosuolo dal volere di una divinità onnipotente. Onnipotente e distruttrice, ma certo dotata di un senso artistico fuori dal comune. Perché in pochi luoghi al mondo come a Marafa, la geologia sembra opera d’arte contemporanea e design, con un gusto per la forma e l’astratto talmente efficace da non poter essere ritenuto casuale. Anche nella fruibilità, essendo la dorsale del cratere dotata di un sentiero naturale che permette di scendere fino in fondo alla depressione, dove si passeggia, emozionati e stupefatti, tra pinnacoli, guglie di roccia, prospettive minerali in continuo divenire. È il saluto ideale di un viaggio verso l’Africa e i suoi tesori: un itinerario che, in soli sette giorni, riassume il fascino di un intero continente.

Il Kenya è un manuale a cielo aperto, una porta e una sintesi, una scoperta irrinunciabile a portata di mano.


Foto di Marco Carulli


Guido Barosio, giornalista, fotografo e scrittore, è direttore della rivista Torino Magazine.


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