Viaggi

Lapponia, alla ricerca della luce perfetta

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20 Febbraio 2014
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Nella terra dei Sami, ai confini settentrionali della Finlandia, il viaggio è un piacere ‘bipolare’: due mesi di sole dove la natura incorona un paesaggio di verde e di acque, un lungo inverno per inseguire l’aurora boreale. Il dono della ‘volpe magica’, che accende il cielo di fiamme quando la sua coda schizza sulla neve


Ogni viaggio verso l’estremo nord prevede due dimensioni distinte, differenti e totalmente contrapposte. Quella estiva: ovvero ‘sole di mezzanotte’ – in Lapponia vuol dire sostanzialmente ‘buio mai’, con un crepuscolo che si connette direttamente all’alba – clima mite (una sorta di lunga primavera), verde invasivo e cullante (foreste, pianure e rilievi color smeraldo), il blu profondo di laghi, fiumi e lagune; una lunga ‘veglia dei sensi’ goduta pienamente dai nativi e dagli ospiti, che trascorrono le giornate interminabili dedicandosi al trekking o ad ogni possibile attività all’aria aperta, alla fotografia o semplicemente alla serena contemplazione della natura.

Nel lungo inverno nordico, invece, lo scenario muta radicalmente: poche ore di luce, un’alba che non diventa mai giorno, con pennellate di colori pastello da quadro impressionista, notti dove le stelle trapuntano l’inchiostro del cielo accogliendo aurore boreali imponenti e mutevoli – e qui cambiano le suggestioni pittoriche, da Monet e Renoir si passa agli artisti lisergici di una pop art fatata e bizzarra – il verde che scompare sotto un manto di neve brillante che illumina ‘dal basso’, in una prospettiva arditamente ‘capovolta’; e poi ‘luci umane’ a decorare ogni abitato, che diventa presepe, casa delle bambole, approdo per viandanti infreddoliti che osservano finestre camuffate da fari, senza tende e senza persiane, con le candele a segnalare l’orizzonte dei davanzali.


Un mondo dormiente? Per nulla. Se non vi bastano i fuochi del caminetto, i canti natalizi e il racconto delle saghe, si esce all’aperto per inseguire il firmamento in slitta – trainati da una muta di cani o spinti dal motore – indicando il passaggio con rotte nella tavola innevata che il giorno seguente saranno invisibili, ricoperte e cancellate, resettate da milioni di fiocchi pronti a ricomporre l’incanto immobile del paesaggio. Ma in questo universo bipolare un denominatore comune esiste, ed è il clic della vostra reflex. Il Nord – per chi vi approda da latitudini differenti – seduce ogni fotografo ponendogli sfide continue. Su tutte una: quella della ‘differenza’, sia essa l’infinita giornata tersa di un’estate ‘stregante’ oppure il gioco estremo di una notte ‘colorata’ come nessun’altra.

Tra i tanti possibili ‘nord’, in questo reportage ne raccontiamo uno minimalista ed intimo, forse proprio per questo più ‘vero’, meno frequentato, dove il contatto con uomini e altri esseri viventi (renne, cani da slitta, volpi…) apre una dimensione di autenticità saporita e fragrante: la Lapponia finlandese settentrionale, la terra oltre Rovaniemi, la terra dei Sami, un luogo dove la pulizia e la semplicità delle emozioni sono l’immediato ricordo generato dall’esperienza.

La prima sensazione (la più durevole) che se ne trae è che – indipendentemente dall’evidente bellezza naturalistica che circonda il visitatore, prima ragione del viaggio – questo estremo angolo di Europa esiste seguendo i propri ritmi: ‘moderno’ ma consapevole della propria identità, felicemente indifferente al rauco ringhiare della globalizzazione, fermo nell’accogliere il ciclo di una natura (che se la ignori ti spodesta) e ancorato a rapporti umani solidi, dove ogni individuo trova il suo ruolo nella comunità.


Il lago di Pielpajärvi

I Sami vivono nell’evidente (curiosa) consapevolezza che l’umanità ‘senza di loro’ perderebbe un tassello significativo; ma che ‘loro’ potrebbero tranquillamente esistere da soli, perché tanto sanno benissimo come fare. Le due regioni visitate – Inari Saariselkä e Pyhä-Luosto, la prima in particolare – sono fortemente legate all’etnia Sami: antica popolazione autoctona presente in Finlandia, Svezia, Norvegia e Russia, ‘frazionata’ da confini politici ma forte di un comune patrimonio storico, linguistico (nonostante tre ceppi differenti: sami settentrionale, sami di Inari e sami skolt), culturale e religioso.

I primi riferimenti storici accertati risalgono alla ‘Historia de gentibus septentrionalibus’ (pubblicata a Roma da Olaus Magnus nel 1555); ma già precedentemente esistono relazioni di viaggio fantasiose quanto inattendibili, che narrano di una Lapponia selvaggia e misteriosa, abitata da amazzoni, uomini dalla pelle verde, cannibali e donne in grado di rimanere incinte da sole bevendo l’acqua delle sorgenti. Di origine antichissima, i Sami possono essere considerati il ‘popolo indigeno’ più longevo d’Europa, con culti e miti fortemente ancorati al contesto naturale. Nel loro pantheon tutto ha un’anima e ogni manifestazione terrena, vivente o minerale, possiede pertanto una sua storia. Pietre e alberi, volpi e renne, le aurore boreali su nel cielo e il coltello in mano all’allevatore: oggetti, uomini e animali portano con sé conoscenza e saggezza. E anche gli spiriti sono costantemente presenti ovunque ci si trovi.


Anticamente, gli sciamani prevedevano il destino delle persone tramite visioni e le cure, sia fisiche che spirituali, venivano praticate tramite lo sciamanesimo, prendendo contatto con il mondo degli spiriti. La lingua Sami (di ceppo ugro-finnico, della famiglia uralica) non aveva una manifestazione scritta; solo in epoca più recente molte poesie e canti (gli jok) sono stati tradotti e pubblicati in un adattamento ‘leggibile’. Ogni mito e ogni narrazione fa costante riferimento a un’entità onnipresente – Madre Natura – che esisteva prima dell’arrivo degli esseri umani e che resterà anche dopo la loro estinzione.

Originariamente, l’abitazione tradizionale era costituita da una tenda portatile realizzata con pelle di renna – vero e proprio animale totem – più raramente da una capanna fissa. Il mezzo di trasporto tradizionale era la slitta. In una società fortemente strutturata sul rapporto ‘uomo-natura’, la figura centrale è rappresentata dallo sciamano: l’intermediario tra gli esseri viventi e il mondo ultraterreno. Era lui che prevedeva l’avvenire e che effettuava i riti propiziatori utilizzando il tamburo magico. Buona parte di queste celebrazioni avevano per protagonisti gli animali: quando ne veniva ucciso uno, un pezzo di carne di ogni parte del corpo andava seppellita, nella convinzione che la divinità, ingraziata dal sacrificio, gli consentisse di rivivere in un altro mondo. Altre due vie di comunicazione tra la realtà dei viventi e l’aldilà erano le aurore boreali – forma visibile delle anime trapassate, degli eroi e degli antenati – e il sogno: una porta spalancata sul futuro, il passato e l’invisibile. Significativo ed emblematico il rapporto con la renna, per secoli unica risorsa disponibile per la sopravvivenza. Da essa i Sami ricavavano le pelli per gli abiti e per le dimore, la carne, le bevande, e con le ossa e le corna realizzavano strumenti ed utensili. Procopio di Cesarea, nel suo ‘Storia delle guerre’, racconta che i bambini non venivano allattati al seno materno, perché alla nascita erano avvolti nelle pelli e appesi ad un albero con un pezzo di midollo da succhiare, mentre il padre e la madre si allontanavano per andare a caccia.


La volpe artica

Ancora oggi la renna – presenza costante, e apparentemente libera, nel panorama lappone – resta una figura fondamentale dell’economia. Nell’area sono presenti circa 200mila animali – ben più della popolazione umana – e tutti hanno un proprietario, per quanto vivano indipendenti durante gran parte dell’anno. Ogni attività connessa all’allevamento coinvolge il complesso della comunità, che si incarica anche di preservare l’equilibrio naturale dell’ambiente.

A giugno nascono i cuccioli e si formano le mandrie, processo agevolato dalla ‘stagione delle zanzare’, che porta le renne a scegliere i luoghi meno infestati. In questo periodo gli allevatori stabiliscono le ‘attribuzioni’ e raggruppano ciascuno le proprie renne, che in autunno vengono ‘destinate’ alla produzione o all’accoppiamento; il tutto tenendo conto che la percentuale finalizzata al ciclo vitale prevede l’80% di maschi e il 20% di femmine. Durante l’inverno gli animali sono radunati negli allevamenti e nutriti dai proprietari: questa è l’unica variante ‘contemporanea’ di un mestiere antichissimo, perché il disboscamento industriale ha ridotto sensibilmente quel muschio – ‘naava’ in lappone – che permetteva alle renne di nutrirsi autonomamente anche durante i mesi più freddi. Il lavoro dei pastori di renne prevede in ogni caso un rapporto con l’habitat unico al mondo, con almeno un centinaio di notti trascorse nella foresta durante il corso dell’anno. Hansi – del Reindeer Park di Kopara, nei pressi di Luosto – ci ha chiarito alcuni aspetti fondamentali di questa antichissima attività: «Per noi si tratta di preservare un mondo di saperi e di conoscenze, mantenendo intatto un patrimonio che ci tramandiamo da secoli. Nella foresta, quando lavoriamo con le renne, portiamo i nostri figli insegnando loro a sopravvivere a contatto con la natura. Lo facevano i nostri antenati e noi dobbiamo trasmettere le stesse tecniche, il medesimo spirito. Ma c’è un altro fattore fondamentale: essere allevatori vuol dire rispettare l’equilibrio ambientale.

Da noi non si produce niente più del necessario e l’amore per gli animali è fondamentale. Il ciclo assicura il nostro sostentamento e noi siamo garanti del numero di renne che il territorio può mantenere. Niente di più e niente di meno. Anche se il mondo è cambiato, la natura non va forzata: tutelandola proteggiamo noi stessi e la nostra identità».


Rovaniemi: la casa di Babbo Natale

Identificando la Lapponia sulla mappa, le aree maggiormente interessate dalla cultura Sami si collocano a nord di Rovaniemi. Patria accertata e festosa di Babbo Natale – imperdibile una visita alla sua dimora, dove incontrare il ‘grande vecchio’ per una chiacchierata informale – e luogo cult per gli amanti di Alvar Aalto, è anche sede di Arktikum: il più spettacolare museo e centro scientifico – da brivido la grande cupola verticale in cristallo – dedicato alle terre polari. Ma Rovaniemi è ancora ‘civiltà globale’, come la intendiamo noi: a metà strada tra Disneyland e una città di impianto statunitense, con grandi alberghi, centri commerciali, ampie vie presidiate da pub e ristoranti.

Quando si esce e si punta a settentrione, però, tutto cambia. I villaggi, per quanto indicati, sembrano quasi non esistere: qualche negozio, una pompa di benzina, ma le casette vanno individuate in mezzo agli alberi, lungo l’infinito susseguirsi di laghi e laghetti. A metà strada tra Rovaniemi e Inari – capitale della cultura Sami nella Lapponia finlandese – si trova il villaggio di Luosto: sito strategico per esplorare il parco nazionale di Pyhä-Luosto, coi suoi tunturi (tondeggianti alture che dominano il paesaggio), le grandi foreste, la suggestiva miniera di ametista ‘a cielo aperto’, il più sorprendente festival di musica classica estivo del nord Europa. Quest’ultimo, il Luosto Classic (www.luostoclassic.fi), si tiene ogni anno durante i primi quindici giorni di agosto ed è completamente open air. Approfittando delle lunghe ore di luce, artisti e pubblico si incontrano nelle più incredibili cornici naturalistiche dell’area (boschi, laghi, canyon, l’anfiteatro di paglia del Reindeer Park…) per assistere a concerti tradizionali (orchestre classiche e solisti di fama internazionale), ma anche a jazz session, esibizioni di handbell (dove gli strumenti sono sostituiti dal cristallino suono delle campane) e performance di musica contemporanea.


La luce, l’atmosfera incantata e il contesto ambientale toccano corde profonde e sintonizzano le note col paesaggio; vino rosso, birra e i gustosi mirtilli locali completano una magia irripetibile ad altre latitudini. Tra gli artisti più apprezzati dell’edizione 2013, la Sinfonietta Riga, l’Arsis Handbell Ensemble e la violinista Vineta Sareika. Un soggiorno a Luosto permette inoltre una visita all’Amethyste Mine – effettuabile esclusivamente in estate con un percorso di trekking o in mountain bike – dove i visitatori possono scovare la ‘propria pietra’ in un grande giacimento scoperto e unico al mondo. Solo qui, infatti, la geologia ha messo in scena una miniera affiorata per emersione, dove non è raro imbattersi nella ‘pietra dello sciamano’, declinata in tre tonalità: viola, bianco e nero. Un talismano che i Sami assicurano possa offrire salute, serenità d’animo e ispirazione nei sentimenti. Il Reindeer Park di Kopara – dove lavora il già citato Hansi – consente di comprendere la cultura legata alla renna, incontrando animali e allevatori, scoprendo le tecniche e i comportamenti ancestrali di un rapporto indissolubile, mistico e spirituale prima ancora che economico.

A pochi chilometri in auto, il Visitor Centre Naava è la ‘porta’ per il National Park. Prima di accompagnarvi in un percorso mozzafiato tra abeti, corsi d’acqua e sentieri nel bosco, le guide vi renderanno partecipi delle tipologie ambientali di questa terra: un luogo dove l’uomo si muove come un ospite ‘accolto e integrato’, da sempre attento al confronto con una natura bellissima e difficile, dolce nella limpida estate nordica quanto glaciale e insidiosa durante gli inverni di neve e presenze ultraterrene, quelle che popolano saghe e leggende da ascoltare intorno al fuoco.

Lasciata Luosto l’equazione diventa ancora più semplice: ad ogni chilometro calano gli insediamenti umani e aumentano le renne. Solenni, tranquille, attraversano la strada e ti guardano senza fretta: questa è casa loro.

L’ultimo centro abitato prima dei confini russo e norvegese è Inari: sede del Parlamento Sami finlandese (Sajos) e del più attrezzato spazio culturale dedicato alle tradizioni autoctone, il Siida (www.siida.fi). Anche in questo caso – e ancor più che nelle altre località sin qui segnalate – il ciclo delle stagioni impone attività assolutamente differenti. In estate non va persa la lunga camminata lungo le rive del lago Pielpajärvi, che consente di raggiungere la seicentesca Wilderness Church: interamente in legno, con interni sobri e suggestivi, venne utilizzata dalle popolazioni locali fino al 1888.


D’inverno la star indiscussa è l’aurora boreale, che una leggenda Sami vuole generata da scintille provocate dalla coda di una ‘volpe magica’ a contatto con la neve. Nei secoli, la presenza di questo fenomeno è sempre stata associata ad eventi temuti (guerre, se le ‘fiamme in cielo’ erano rosse) o prodigiosi (i bambini concepiti in una notte di aurora boreale sarebbero segnati da un destino propizio e glorioso), e invariabilmente le ‘luci artiche’ hanno marcato il confine tra il mondo degli umani e il soprannaturale.

A noi non resta che ammirarle emozionati e stupefatti, seguendo però un’avvertenza secolare: mai alzare la voce, o peggio applaudire, durante la loro manifestazione. I ‘rumori umani’ potrebbero disturbarle, allontanarle, impedirebbero di ‘ascoltarle’: fruscii e sibili che si colgono – e non sempre – solo in pieno silenzio… magia nella magia. Soprattutto, però, potrebbero molestare gli spiriti che le governano causando ira e apparizioni terrificanti.

Nella terra di Lapponia – dove il gelo, il vento, il sole e le ‘fiamme del cielo’ rispondono alle volontà di Madre Natura – all’uomo appartiene un solo dono, che lo eleva rispetto al regno animale: quello della parola. Ma la parola proprio per questo è sacra: vietato abusarne o alzare la voce. Perciò, nel dubbio, ascoltare ‘prima’ e ascoltare ‘sempre’. Che in fondo è un piacere semplice da godere pienamente, quando si è alla ricerca della ‘luce perfetta’.



Foto di Guido Barosio e archivio visit Finland



Guido Barosio, giornalista, fotografo e scrittore, è direttore della rivista Torino Magazine.


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