Tradizioni Celtiche

Il Kosovo oggi, tra tradizioni antiche e moderne contraddizioni

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04 Ottobre 2012

Le danze tradizionali albanesi presentano sorprendenti analogie con quelle dei Paesi celtici del Nord Europa

Alla scoperta della sconosciuta cultura albanese che vive in Kosovo, una tradizione millenaria erede del mitico popolo dei Pelasgi. Il cuore della tradizione pagana è preservato dall’impatto con le grandi religioni che si disputano questa terra. Le forti contraddizioni sociali che esse hanno determinato a scapito dell’evoluta cultura delle origini


L’area balcanica è tristemente nota per le sanguinose guerre che l’hanno devastata poco più di un decennio fa, ultimo periodo bellico di un susseguirsi di spargimenti di sangue che l’hanno ferita da tempi remoti.

Cerniera tra la cultura occidentale europea e quella orientale, è stata da sempre un territorio molto ambito proprio per la sua particolare ubicazione, crocevia di interessi economici e politici enormi, ma anche una regione che brulica di etnie e culture diametralmente opposte tra di loro, frutto anche delle numerose invasioni subite, che da sempre hanno dovuto interagire fra loro trovando precari e difficili equilibri sociali.

È anche un territorio che mostra una peculiarità importante ai fini della convivenza civile perchè ospita un miscuglio esplosivo costituito dalle grandi religioni, musulmana, cattolica e ortodossa, che finisce per dividere e rendere ulteriormente conflittuale il rapporto tra le varie etnie.

In Kosovo infatti è prevalente la religione musulmana, praticata dalla maggior parte degli albanesi, turchi, bosniaci; sono presenti la religione cattolica, praticata da una parte degli albanesi, e la religione ortodossa, praticata dai serbi. Infine c’è una forte presenza della comunità Rom.

È cronaca ormai acquisita che a seguito dello smembramento dello stato federale jugoslavo si sono succedute una serie di sanguinose guerre civili finalizzate alla conquista dell’indipendenza politica delle singole regioni, ma di fatto si sono rivelati lunghissimi conflitti di natura religiosa fra le varie fazioni etniche.


L´osservatorio megalitico di Kokino in Macedonia, risalente a circa 3800 anni fa

Ho avuto occasione di conoscere il Kosovo che fra le diverse regioni dell’ex Jugoslavia è tra le più interessanti, sotto il profilo culturale, storico-tradizionale e spirituale, purchè si cerchi di andare oltre la cortina delle grandi contraddizioni sociali che purtroppo manifesta, e di cui parleremo più avanti, che lo rendono un Paese con un impatto abbastanza ostico.

Innanzitutto va premesso che il Kosovo, pur avendo conquistato di recente l’indipendenza politica dalla Serbia di cui era parte integrante da molti secoli, può essere di fatto considerato un’estensione dell’Albania. Ha senso parlare di Kosovo soltanto sotto un aspetto politico, diplomatico ed economico. Storicamente infatti, prima delle conquiste slave avvenute a partire dal VI secolo, il Kosovo era albanese e di fatto le sue radici storiche e tradizionali sono rimaste tali. E il popolo kosovaro afferma con fierezza di sentirsi tale. Pertanto, cercare di conoscere il Kosovo, penetrandone la storia, la religione, i miti e le leggende, gli usi e i costumi, equivale a intraprendere un viaggio nella cultura albanese, di cui si sa in realtà poco o nulla.

L’area geografica che comprende il Kosovo e l’Albania è un territorio storicamente molto interessante perché presenta tracce ed elementi di insediamenti antichi che vanno dall’età neolitica a quella del rame fino al bronzo, e anche perché è accertato che sia stata una zona che ha ricevuto una forte influenza dalla cultura di quel mitico e misterioso popolo che furono i Pelasgi, illuminati progenitori della cultura europea. Costoro sono identificabili nella grande ed evoluta civiltà che si stanziò nell’area del Mar Nero diversi millenni prima dell’era corrente, dando un impulso notevole alle popolazioni europee dell’epoca grazie alle loro conoscenze in quasi tutti i campi delle scienze, delle arti e delle attività umane. Era una civiltà improntata sul rapporto diretto con la Natura, sulla contemplazione del trascendente che essa manifesta, sulla venerazione degli elementi cosmici e terreni che determinavano le sue sorti.


Veduta del santuario di Dodona in Grecia, copia di quello più antico sito sul Monte Tomorr in Albania e culla dei Pelasgi

Diversi storici e studiosi ormai concordano sul fatto che il popolo albanese, e quindi quello kosovaro, discende direttamente da essi.

Vedremo come siano diversi gli indizi a supporto di questa teoria, ma sicuramente certa è la prova che la lingua albanese deriva direttamente da quella pelasgica, e questo di per sè è un fattore alquanto intrigante. Molti studiosi ritengono che i progenitori degli albanesi siano stati gli Illiri, comunque eredi diretti della cultura pelasgica, popolazione altrettanto interessante e misteriosa.

Costoro vivevano da tempi preistorici nella vasta regione Balcanica compresa tra le coste dell’Italia nord orientale e la Grecia fino al Mar Nero. Erano divisi in grandi tribù e l’area corrispondente all’attuale Kosovo era occupata da quella dei Dardani, da cui il nome antico di Dardania. È interessante notare la desinenza “Dan” del termine, che si ritrova frequentemente nell’area balcanica orientale fino al bacino del Mar Nero, che rievoca una lontana ma significativa origine etimologica celtica.

A sostegno della teoria della discendenza della lingua albanese da quella pelasgica possiamo portare l’esempio della stupenda testimonianza archeologica costituita dal tempietto della città-stato di Apollonia, in Albania, dove vi è incisa un’iscrizione a caratteri riconosciuti come pelasgo-illirici il cui significato è stato decifrato soltanto utilizzando l’odierna lingua albanese, e non quella greca come verrebbe logico pensare; lo stesso è avvenuto per reperti ritrovati e conservati a Durazzo, sempre in Albania.

La scrittrice e studiosa Nermin Vlora Falaski nel suo libro “Patrimonio linguistico e genetico” ha tradotto enigmatiche iscrizioni etrusche e pelasgiche utilizzando sempre la lingua albanese.


L’usanza ancora attuale del rito del falò sul Monte Tomorr in occasione della festa della Primavera

La lingua kosovara (albanese) è quindi una lingua antichissima, tra le più antiche d’Europa. Studi recenti portano alla conclusione che è coeva, se non anteriore, a quella celtica parlata nel Nord Europa. Infatti vari filologi, in virtù della sua particolare struttura, la riconducono al gruppo delle lingue indoeuropee del Nord, pur riscontrando che non presenta alcuna similitudine con nessuna altra lingua conosciuta se non vagamente con quella etrusca, infittendo così il mistero delle origini di entrambe, e ciò potrebbe essere stato determinato dall’ormai acclamato contatto esistito tra le popolazioni del Nord Europa e i Pelasgi-Illiri che migravano da e verso l’area del Mar Nero.

A proposito delle migrazioni provenienti da questo bacino, sembra che il termine Albania provenga dagli Albani, un antichissimo popolo che si era stanziato tra il Mar Caspio e il Mar Nero.

Rimane quindi un enigma come sia potuta sopravvivere intatta nei millenni una lingua parlata solo da un milione di persone. Ad accentuare questo strano fenomeno, e forse anche a spiegarlo parzialmente, contribuisce la presenza di focolai di lingua albanese, perfettamente uguale a quella della madrepatria, esportata in varie regione dell’area mediterranea, tra cui diverse zone italiche come la Puglia, la Calabria e l’Italia centrale, tutti luoghi dove sono stati accertati storicamente stanziamenti pelasgici. Per fare un esempio, il termine “Toscana” sembra molto simile al termine albanese Tosk (terra) utilizzato dai Toschi che vivono nell’Albania del Nord, la “Tosckeria”, così come anche la città di Cortona e il nome del fiume Arno mostrano molte attinenze con l’albanese.

Il fenomeno della preservazione della lingua albanese lo si può capire se si prende in considerazione che questa cultura ha mantenuto intatte le proprie radici tradizionali ovunque si sia diffusa, a dispetto del fortissimo condizionamento delle varie religioni che ha dovuto subire nel corso della sua storia. Anche se ha dovuto abbracciarle e se si è dovuta integrare con altre popolazioni, si può dire che esistono ancora elementi che lasciano pensare che il ricordo della sua religione primitiva pagana ispirata alla Natura, al culto del Sole e del Serpente non è del tutto morto.


Il principe Dukagjini, artefice del codice etico del Kanun

È interessante scoprire che nonostante millenni di dominio delle grandi religioni la cultura popolare albanese ha conservato un patrimonio mitologico e leggendario pagano sorprendente perché ricco di elementi che curiosamente si ritrovano, ad esempio, in tutta la cultura celtica. Nel cuore di questo bagaglio culturale nascosto sono custodite, al pari di quello dei popoli del Nord Europa, storie di uomini giganti, serpenti, draghi con sette teste, streghe.

Anche le ricorrenze festive ricalcano perfettamente le celebrazioni degli appuntamenti astronomici più importanti per la cultura agricola e pastorale come i Solstizi e i cambi stagionali, del resto patrimonio comune di tutti i popoli naturali del pianeta.

Ancora oggi, il 14 marzo ricorre l’importantissima festa del Sole che sancisce l’inizio della primavera, simbolo di rigenerazione, che viene celebrata sulle “cime del Sole” come ad esempio nel tempio sito sulla cima del Monte Tomorr. Qui, secondo la leggenda e il parere di diversi studiosi odierni, era posto il santuario pelasgico di Dodona, luogo del più famoso oracolo della storia in cui le sacerdotesse predicevano il futuro ascoltando il fruscio della sacra quercia. In queste ricorrenze, come nella radicata usanza presente nei popoli celtici, l’elemento centrale viene attribuito al fuoco, al rito del falò. Infatti la capacità distruttiva e purificatrice del fuoco viene associata al concetto di buon auspicio per i raccolti, di rigenerazione e rinascita.

Anche la cosiddetta “commemorazione dei defunti” assume caratteri decisamente pagani; infatti la celebrazione avviene, anziché ai primi di novembre, all’inizio della primavera, con le caratteristiche tipiche di una festa popolare durante la quale si ritiene che i defunti e i viventi vengono in contatto tra loro. In questa ricorrenza, si usa offrire simbolicamente ai defunti delle fette di pane con sopra grano bollito mentre durante la cena viene riservato un posto per i morti che volessero parteciparvi. Questo particolare rivela delle impressionanti similitudini con Samain, la più importante festività celtica che si celebra tra la notte del 31 ottobre e il 1 novembre. Secondo le credenze albanesi, successivamente a questo incontro con i vivi, i morti sono obbligati a ritornare nell’oltretomba incutendo un profondo senso di tristezza.


Il tempio dedicato al culto solare sul Monte Tomorr, praticato dal tempo dei Pelasgi

In merito alle non poche e sorprendenti analogie che si registrano tra l’antica tradizione albanese-kosovara e quella celtica, va menzionata la presenza estremamente diffusa in Kosovo del toponimo Rama. È il terzo cognome più comune tra la popolazione e di per sé ciò non costituirebbe un fatto particolare se non fosse che questo nome è strettamente legato alle storia dei Pelasgi, che sono considerati i progenitori dei Celti. Ecco quindi riaffiorare l’intreccio culturale con questa mitica civiltà; i Pelasgi infatti sono considerati gli artefici dell’altrettanto mitica città megalitica di Rama, che la leggenda vuole essere stata edificata in tempi arcaici nella Valle di Susa, in Piemonte, a seguito di un evento che il mito riconduce alla caduta di Fetonte.

Oltre al culto solare è molto diffuso quello del serpente, che nell’immaginario popolare era considerato un’entità protettrice della casa, al punto tale che molte famiglie albanesi ne ospitano uno, mentre quello del drago a più teste è venerato come un essere soprannaturale dai poteri straordinari che ha il ruolo di liberare le acque dalle forze maligne, quindi una funzione protettiva verso le forze evolutive.

Tracce dell’arcaico retaggio di questa religione naturale le troviamo nei diversi siti megalitici presenti nella regione albanese compresa nel triangolo costituito dal Kosovo del sud, l’Albania del nord e la Macedonia. Tra queste senza dubbio spicca l´osservatorio megalitico di Kokino in Macedonia, risalente a circa 3800 anni fa, che si colloca per la sua importanza e stato di conservazione al quarto posto sulla lista della NASA che classifica gli antichi osservatori. A conferma che il popolo che lo edificò aveva un legame stretto con la Natura si è scoperto che era un sito che serviva a seguire i movimenti della Luna e del Sole ma soprattutto quello della costellazione delle Pleiadi.


Lastra raffigurante Illiri in combattimento, dove si possono osservare decorazioni celtiche

Esistono altre evidenti testimonianze della cultura megalitica nel sud dell’Albania, nei pressi di Valona, dove sono presenti un megalite chiamato “Pietra con Cielo”, un monumento a trilite di tipologia dolmenica, e imponenti resti di mura megalitiche alte 15 metri, chiamate “Pietra della Città”.

Tornando al Kosovo e alla sua preistoria, è molto probabile che il suo territorio ospiti vestigia megalitiche ancora non identificate. Non a caso infatti recentemente il Kosovo è stato oggetto di una sorta di gemellaggio culturale con la Val d’Aosta per iniziativa di un gruppo di archeoastronomi, guidati da un ex militare del Genio Ferrovieri ora di istanza in Kosovo per conto della Nato, che ritengono di poter trovare riscontri tra la preistoria kosovara e quella valdostana e in particolare tra gli Illiri e i Salassi, primi abitanti del Piemonte e Val d’Aosta, anch’essi di stirpe preceltica.

A proposito dell’ancestrale rapporto che gli abitanti di questa regione avevano contratto con l’elemento “pietra”, è curioso e significativo apprendere che nell’antica tradizione popolare del Kosovo è custodito un rito risalente all’epoca pelasgica, che, sopravvissuto all’impatto delle grandi religioni, è tuttora in vita in qualche isolata comunità: il “giuramento sulla pietra”.

Per dirimere controversie o in occasioni di importanti decisioni è usanza sacralizzare l’evento toccando o prendendo in mano una pietra e giurando su di essa riconoscendole in un certo senso un potere di arbitrio e di saggezza. Quest’usanza del giuramento su elementi non religiosi come il cielo, il fuoco, l’acqua, la montagna, è molto diffusa nelle impervie regioni montuose al confine tra il Kosovo e l’Albania del nord.


Mappa della distribuzione della lingua albanese ai giorni nostri

Il percorso alla scoperta delle antiche radici del Kosovo ha messo a fuoco numerosi elementi che rivelano un cuore tradizionale ispirato alla Natura, un cuore antico, eredità diretta della cultura pagana pelasgica, conservato gelosamente in poche nicchie sociali al riparo dalla massificazione fideistica delle religioni. Essere a conoscenza che il Kosovo ha un retaggio tradizionale così ricco e naturale sembra stridere ed in contraddizione con la realtà manifesta che oggi invece si incontra per le strade, come se quell’illuminata cultura che animò queste terre millenni orsono si sia perduta nel tempo e oggi si sia imposta ormai definitivamente la cultura conflittuale delle religioni.

Non si può far a meno di rimanere sconcertati, ad esempio, nel riscontrare con amarezza che molto difficilmente si avvista un animale girare libero per le città. Questo perché vige il dogma religioso dell’impurezza dei cani e degli animali in genere, e i pochi che circolano sono randagi abbandonati a se stessi, sempre in procinto di fare una brutta fine. L’unica considerazione che gli animali ricevono è purtroppo quella di essere fonte di cibo. Percorrere le strade assistendo alla macabra quanto ripugnante esposizione di carcasse di animali a scopo alimentare è uno spettacolo orribile che provoca un moto di rabbia e fa pensare con tristezza alla decadenza in cui è sprofondata una civiltà che anticamente aveva imparato a vivere in armonia con la Natura. Per assurdo, questo popolo, oggi di abitudini alimentari quasi completamente carnivore, in passato era prevalentemente vegetariano. Nelle comunità albanesi stanziate in Italia, gli arberesh, i principali piatti della cucina tradizionale sono infatti esclusivamente vegetariani, mentre è molto difficile trovarne anche solo alcuni nei ristoranti kosovari.

La stessa “attenzione” rivolta agli animali si riscontra spesso purtroppo anche nel rapporto con l’ambiente che sembra quasi essere un elemento estraneo alla realtà quotidiana. Si riscontra un incomprensibile disinteresse ed incuria per il bene più prezioso che un essere vivente può ricevere.

Anche la condizione sociale vive le sue contraddizioni perché ad esempio è diffusissimo il fenomeno dell’alcolismo tra i giovani, costretti a vivere in una situazione di disorientamento per via della povertà del Paese e della mancanza di prospettive. In Kosovo regna sovrana una disuguaglianza sociale molto profonda anche e soprattutto nella condizione della donna che viene purtroppo penalizzata fortemente in tutti i campi della vita pubblica e privata.


La vetta del Monte Tomorr, montagna sacra agli Albanesi

È vergognoso che, ad esempio, le donne kosovare vittime di stupro etnico durante la guerra del 1999, oggi siano costrette a vivere emarginate perché rifiutate dalla propria famiglia a causa della vergogna insostenibile che la loro disavventura ha creato. Anche in questo assurdo comportamento si può scorgere il ruolo delle morali esercitato dalle religioni dominanti.

Un’altra vistosa contraddizione sociale è rappresentata dal fatto che nonostante il Kosovo possa vantarsi di essere il primo paese con un Presidente donna, è ancora molto lunga la strada da percorrere per conquistare una uguaglianza effettiva, e non solo normativa, di trattamento tra i due sessi. Le donne di fatto sono escluse da ogni potere decisionale in tutti i campi, dalla politica all’economia e dai colloqui di pace, e questa condizione ha origini e giustificazione in un codice morale ed etico di epoca medievale e di chiaro stampo patriarcale, il kanun, che regolava profondamente la vita sociale degli albanesi all’insegna di valori basati sulla vendetta e sulla discriminazione. Oggi questo codice, dopo le varie dittature che si sono susseguite è stato smantellato ufficialmente, ma è evidente che è rimasto ancora radicato nel cuore morale degli Albanesi. Il ruolo della donna è relegato ancora, e chissà per quanto, all’attenzione verso la famiglia come accade purtroppo nei modelli di società tipicamente patriarcale.

A conclusione del viaggio all’interno delle antiche tradizioni e delle moderne contraddizioni della cultura kosovara, torna pressante l’interrogativo su quale sia stato l’elemento che ne ha determinato nel tempo un così radicale mutamento sociale e spirituale.

Sorge allora spontaneo il dubbio che, fin quando l’antica etnia albanese ha vissuto all’insegna dei suoi valori tradizionali originali, ha potuto sviluppare una civiltà armonica ed evoluta, ma dal momento che ha iniziato a subire prima la sottomissione militare delle popolazioni slave e successivamente, fino ai giorni nostri, la contaminazione del potere dei grandi sistemi religiosi, le sue radici culturali evidentemente sono state sradicate e non più vivificate nella vita quotidiana.

Se aggiungiamo a questo quadro il terribile conflitto etnico-religioso che non molto tempo fa ha dilaniato il popolo albanese, e che a fatica ora si sta lasciando alle spalle grazie ad un ben visibile e impetuoso desiderio di risorgere, appare chiaro che questo Paese non potrebbe essere diverso da ciò che manifesta. Tuttavia, se nonostante tutto focolai dell’antica tradizione ancora alimentano questa terra, allora ci si auspica che prima o poi riescano a far divampare di nuovo il suo spirito sommerso.

 

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