Storia

Il Pian della Mussa, un “sito interessante”

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22 Luglio 2013
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Nell’alta Valle d’Ala, in Piemonte, il luogo di richiamo conosciuto e apprezzato in tutta la regione è stato riconosciuto come SIC, Sito di Interesse Comunitario, per le peculiari caratteristiche ambientali e paesaggistiche. Il SIC è un’area protetta individuata dalla Comunità Europea per la salvaguardia delle biodiversità


“Se ci portiamo oggi nell’alta Valle d’Ala vi vediamo il ben noto Piano della Mussa circondato in gran parte dal grandioso, elevato arco montano di Ciamarella - Bessanese; ma sino al termine dell’epoca glaciale un solo enorme ghiacciaio occupava tutta questa grande conca deponendo al suo termine frontale il caotico ammasso di grossi e piccoli blocchi irregolari angolosi formanti la gran morena che si attraversa salendo da Balme. Ritiratosi in seguito il ghiacciaio, rimase naturalmente al fondo di detta conca montuosa una allungata depressione che, sbarrata a valle dall’accennata morena frontale, si cangiò in lago; questa depressione venne poi abbastanza rapidamente riempita dai materiali alluvionali trasportativi abbondantemente dai circostanti torrenti e depostivi in ordine complessivo di gravità, cioè i più grossolani a monte ed i più fini a valle, cioè contro detto sbarramento morenico frontale. Scomparso il lago della Mussa, per la graduale incisione della morena frontale e pel suo completo riempimento alluvionale che lo cangiò nel gran piano attuale, le acque che continuano a scendere dai vari canali del circo montano in gran parte si sprofondano tosto nel grossolano, permeabilissimo, materiale sabbioso-ghiaioso della zona alta del Piano della Mussa, diventando così acque a percorso sotterraneo”. Così scriveva nel 1934 il geologo e naturalista Federico Sacco nel suo volume “Le Alpi” a proposito della trasformazione geomorfologica del vasto altipiano.


Frammenti di storia

Fin da tempi imprecisabili, si ha notizia dello sfruttamento dei pascoli della Mussa in funzione agro-pastorale. Le testimonianze rupestri nella sottostante area di Bogone ci riportano a tempi davvero remoti. Diversamente, i colli posti a tremila metri sono da sempre il corridoio consueto per commerci e contrabbandi coi cugini transalpini. È con la nascita del turismo tuttavia, che l’alta valle comincia a destare l’interesse dei primi viaggiatori. Nella seconda metà dell’Ottocento la località posta ai piedi di Bessanese e Ciamarella, che la separano dalla vicina Savoia, attira i primi escursionisti e ben presto le vette circostanti diventano la palestra ideale dei primi alpinisti.

Nel 1880 sorge per iniziativa del Club Alpino il primo rifugio Gastaldi ai 2600 metri del Crot del Ciaussinè. Ad accrescere poi la notorietà del pianoro, contribuisce nel 1896 l’acquisto e la successiva captazione delle limpide acque scaturenti dalle spumeggianti sorgenti poi convogliate alla sottostante pianura torinese, a partire dal giugno del 1922. Nel dicembre del 1896 Adolfo Kind, il figlio Paolo ed il tenente Luciano Roiti utilizzano per la prima volta in Italia gli sci in un escursione così descritta dall’ufficiale: “Andando da Balme, nelle valli di Lanzo al Piano della Mussa, con due miei amici[…] ebbi a provare per la prima volta l’utilità somma di questi pattini. La neve era ricoperta di una crosta gelata, incapace assolutamente di reggere un uomo a piedi; eppure noi, quantunque poco pratici nel servirci degli sky, potemmo percorrere il tragitto in meno di un’ora, lasciando appena traccia del nostro passaggio.

Nel 1899 su un costone roccioso nel mezzo del pianoro, viene realizzato l’imponente hotel Broggi. Non c’è ancora la strada, il piano è raggiungibile solo da una mulattiera, ma anche la Regina Madre Margherita di Savoia vi sale il 13 luglio 1902 e, meravigliata, esclama: “Non credevo che questo piano così ricco di fiori e di verde, fosse cinto da così superba chiostra di monti nevosi!”. Qualche tempo dopo, quello stesso luogo ispira a Toni Ortelli - ed è il 1927- il celeberrimo canto “La Montanara”. Altri membri della famiglia reale saliranno ancora in alta valle, compreso il re Vittorio Emanuele III nel 1921 per la caccia al camoscio. Nel 1931 vi si reca il principe Umberto in compagnia del fisico e inventore Guglielmo Marconi, villeggiante abituale di Ala di Stura. Con la dichiarazione di guerra del giugno 1940, il contesto si complica e il Piano della Mussa è individuato come possibile terreno di scontri con la Francia, circostanza che comporta il trasferimento della popolazione residente e la militarizzazione dell’alta valle, sebbene non si verifichi poi il frangente temuto.


Diversa sarà invece la situazione che si verrà a creare dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, quando l’alta valle diviene rifugio di formazioni partigiane e teatro, a più riprese, di scontri con i fascisti della Repubblica Sociale e con i tedeschi, episodi che porteranno alla distruzione del rifugio Gastaldi e della teleferica che lo raggiunge.

Tornata la pace, nella quiete primaverile del 1952, nell’area sommitale del Pian della Mussa l’ingegnere Aurelio Robotti effettua in incognita per la prima volta in Italia il lancio di un razzo a propulsione liquida, da lui progettato e realizzato. Altre personalità frequenteranno il Piano nel corso del Novecento: nel ‘24 Pier Giorgio Frassati, ospite nello chalet dell’industriale ed alpinista Vittorio Sigismondi, effettua numerose escursioni; tra la fine della seconda guerra mondiale e gli anni successivi il giovane Fabrizio De Andrè, non ancora cantautore che trascorre le estati con la famiglia all’albergo Regina di Mondrone e, nel ‘56 Luigi Einaudi, già Presidente della Repubblica.


Il Sito di Interesse Comunitario

Da un po’ di tempo a questa parte invece, il Pian della Mussa divenuto luogo di richiamo conosciuto e apprezzato in tutta la regione, è spesso associato all’acronimo SIC, conferitogli per le peculiari caratteristiche ambientali e paesaggistiche.

Il SIC, Sito di Interesse Comunitario, è infatti un’area protetta individuata dalla Comunità Europea per la salvaguardia delle biodiversità, cioè la varietà delle forme viventi. Per quanto riguarda il Pian della Mussa, a seguito del Decreto Ministeriale del 21 settembre 1984 riguardante la dichiarazione di notevole interesse pubblico del territorio delle Alte Valli di Lanzo, e della schedatura avvenuta fin dal novembre 1995, con il riconoscimento del biotopo - un’area di limitate dimensioni dove vivono organismi vegetali ed animali di una o più specie - è stato identificato con Decreto Ministeriale del 3 aprile 2000 e formalizzato attraverso l’adozione della Comunità Europea del 22 dicembre 2003, a seguito del quale è entrato a far parte della Rete Natura 2000 che comprende gli altri SIC e le Zone di Protezione Speciale (ZPS).

Il sito denominato appunto “Pian della Mussa”, si estende per una superficie di 4121 ettari e, oltre a comprendere all’interno del proprio perimetro la vasta conca dell’alta Val d’Ala, si estende anche, in alta quota, su una parte dei comuni confinanti di Usseglio e Groscavallo.

Nel territorio a noi più vicino, esistono solo altri tre SIC, quello relativo alle grotte di Pugnetto, quello della Stura di Lanzo, a valle del Ponte del Diavolo e quello delle Vaude.


Una ricchezza di ambienti

Il riconoscimento dell’area protetta non costituisce solo un insieme di vincoli restringenti - tra cui spicca la valutazione d’incidenza, procedura a cui va sottoposto qualsiasi intervento che possa incidere significativamente sull’integrità del sito- a carico di quanti vivono e operano su un territorio già di per sé complicato, ma rappresenta altresì un’importante base utile ad una valorizzazione del luogo in funzione naturalistica, distinguibile in ambito europeo.

Non è irrilevante l’attrattiva specifica della zona, determinata dalla varietà dei numerosi habitat naturali presenti nei suoi confini, che ne fanno un bell’esempio di paesaggio alpino all’interno delle Alpi Graie. In essa sono segnalati ben 19 ambienti di interesse comunitario, tra i quali 2 prioritari. Di gran valore sono considerate le “Formazioni pioniere alpine del Caricion bicoloris – atrofuscae, qui caratterizzate da popolamenti di specie rarissime a livello italiano e regionale, quali la Carex atrofusca, la Carex maritima, la Carex microglochin e la Tofieldia pusilla.

Tra gli altri habitat, assumono particolare importanza i ghiacciai, che pur possedendo una biodiversità vegetale molto scarsa, assumono una consistente rilevanza per il loro valore paesaggistico e come risorsa idrica. I ghiaioni della Stura alla base della testata della valle sono colonizzati da vegetazione erbacea dominata dall’Epilobium fleischeri, e sono presenti a macchie formazioni riparie di salici arbustivi (Salix daphnoides, Salix eleagnos, Salix purpurea).


Sono inoltre presenti lariceti e cenosi arbustive di Pinus uncinata (pino mugo), arbusteti di rododendro, ginepro e mirtilli, di salici d’altitudine, oltre a diverse tipologie di praterie, i megaforbieti, i residui prati da sfalcio sul piano, alcune torbiere basse localizzate poco sopra il piano in destra orografica (Pian Rastél e Pian Saulera).

La diversità litologica dell’area (si trovano rocce basiche come i calcescisti, rocce ipermagnesiache come le serpentiniti e rocce acide come gli gneiss) fa sì che siano presenti vari tipi di habitat rocciosi.

È da ricordare la presenza di un ambiente di particolare interesse geobotanico: il raro curvuleto-elineto a Carix rosae. Il curvuleto è la prateria acidofila di origine naturale più largamente rappresentata nella catena alpina. Questo aspetto deriva dall'assoluta dominanza, nella cotica erbosa, della carice ricurva (Carex curvula), una specie esclusiva delle catene montuose dell'Europa meridionale, le cui foglie sottili, parassitate da un fungo (Chlatrospora elynae), si disseccano e arricciano in punta: la prateria assume così una caratteristica colorazione bruno-ocracea anche durante l'estate. L'elineto è l'associazione a Elyna myosuroides, specie di origine siberiana, resistentissima al gelo invernale e adattabile a valori variabili di pH, da debolmente basici a decisamente acidi. Richiede un suolo ben umidificato, ma con persistenza di carbonati, e quindi si instaura solo successivamente all'azione delle comunità pioniere. È un tipo di prateria che ha forti affinità ecologiche con la brughiera ad azalea nana, ma si insedia su substrati più maturi e a quote mediamente superiori, su valichi, creste, dorsali, crinali.

Grazie alla varietà dell’ecosistema, è notevole la presenza di specie floristiche di rilievo, tra cui spiccano per particolarità l’Aquilegia alpina, la Saxifraga valdesi e la rara e vivacissima peonia (Paeonia officinalis). Si segnalano inoltre le presenze endemiche (specifiche del territorio) delle Campanula alpestris, Campanula cenisia, Senecio halleri, Sempervivum grandiflorum, Valeriana celtica, Delphinium dubium. Tra le rarità sono da segnalare inoltra le Silene suecica, la Saussurea alpina, la Clematis alpina e la felce Woodsia alpina.


Dove osano… i gipeti

Una parte del sito ricade in un’oasi di protezione della fauna, istituita fin dal 1974 per la protezione dello stambecco (Capra ibex). Una scelta quanto mai felice, dal momento che la presenza di branchi numerosi di questi ungulati rappresentano una ricorrente attrazione nel periodo primaverile.

È segnalata la presenza di numerose specie di altri animali selvatici, tra cui un centinaio di uccelli, dei quali 14 sono inseriti nella direttiva Cee/Uccelli. Di queste specie sono nidificanti il biancone (Circaetus gallicus), il falco pecchiaiolo (Pernis apivorus), l’aquila reale (Aquila chrysaetos), il falco pellegrino (Falco peregrinus), il fagiano di monte (Tetrao tetrix tetrix), il gufo reale (Bubo bubo), il gracchio corallino (Pyrrhocorax pyrrhocorax), il picchio nero (Dryocopus martius) e l’averla minore (Lanius collurio).

L’area è inoltre frequentata dal gipeto (Gypaetus barbatus), grande e raro avvoltoio reintrodotto dopo un lungo periodo di estinzione sulle Alpi, e avvistato al Pian della Mussa fin dal 1987. Non mancano gli avvistamenti della cicogna bianca (Ciconia ciconia) e di altri rapaci tra cui il comune nibbio bruno (Milvus migrans), il falco di palude (Circus aeruginosus), e la rarissima albanella reale (Circus cyaneus)..


Tra le ricchezze faunistiche di importanza comunitaria è segnalato il biacco (Hierophis viridiflavus), la lucertola muraiola (Podarcis muralis) e il lepidottero Parnassius apollo, la grossa farfalla dalle macchie nere e rosse su fondo bianco che si incontra sovente durante le escursioni.

Frequenti sono le presenze di alcune specie tipiche della fauna alpina, tra cui la simpatica presenza della Marmotta (Marmota marmota) e del camoscio (Rupicapra rupicapra).

Nella prima catalogazione e non riportati successivamente, erano inseriti anche la rana alpina (rana temporaria), l’invertebrato Eupolybothrus longicornis, l’aspide (Vipera aspis) e l’orbettino (Anguis fragilis).

In attesa dell’ormai annunciato ritorno del lupo (Canis lupus), è relativamente recente e facilmente riconoscibile la presenza del capriolo (Capreolus capreolus) e quella, meno gradita, del cinghiale (Sus scrofa), devastatore indiscriminato di prati e pascoli.


Le gemme di straordinaria bellezza

L’alta valle è stata fin dai tempi passati un luogo di ricerca dei metalli più preziosi. Nel 1688 un sacerdote valligiano, tale don Castagneri, ottiene nientemeno che la concessione per lo sfruttamento delle miniere d’oro e di altri minerali in località Crestone. In tempi più a noi vicini sono però i cristalli a destare l’interesse degli appassionati e a costituire anche un’integrazione al reddito per i montanari. I granati estratti dalla cosiddetta “Testa Ciarva” sono ormai diffusi nei migliori musei del mondo e conosciuti per la loro sorprendente eleganza. In tutta l’area si possono trovare inoltre giacimenti di diopside, epidoto, clinocloro, vesuviana e topazolite. Ai piedi della parete del Roc Nèi tra gli sfasciumi di una frana sono stati rinvenuti, specialmente in passato, importanti campioni di una varietà di diopside grigiastro, dai cristalli allungati e spesso curvati dai secolari movimenti della roccia ai quali è stato conferito proprio l’appellativo di “mussite”, per via del peculiare luogo di ritrovamento.


Ai circa 1800 metri del Pian della Mussa insomma, la natura non si è risparmiata, concentrando nello spazio ristretto di pochi chilometri quadrati molte delle sue migliori espressioni. La località, luogo prediletto dai torinesi, è ormai frequentata in tutte le stagioni da coloro che intendono camminare sui sentieri circostanti, da quanti preferiscono inerpicarsi sulle numerose vette o semplicemente da quelli che amano trascorrere la giornata all’aperto, carezzati dal sole respirando a pieni polmoni l’aria schietta e cristallina delle vette.

Ma è nella quiete riscontrabile nei momenti di maggiore tranquillità che il contatto con la natura circostante sprigiona sull’intero pianoro l’influsso della sua magia. In quell’incantesimo, tra i vapori sprigionati all’imbrunire dal suolo permeabile e il gorgheggiare dei ruscelli, a qualcuno è parso talvolta di veder volteggiare le “masche”, misteriose fattucchiere, incontrastate sorveglianti della montagna.


Foto Gianni Castagneri


Gianni Castagneri è stato Sindaco di Balme (Val d’Ala) per dieci anni. Giornalista e scrittore, è corrispondente per il settimanale “Il Risveglio”.


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