Personaggi

L’Islanda di Jón Kalman Stefánsson

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30 Maggio 2014
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Jón Kalman Stefánsson durante l’intervista per Shan Newspaper al Salone del Libro di Torino

“Ovunque io vada mi porto sempre l’Islanda dentro. È una cosa a cui non riesco a sottrarmi, non posso farne a meno”


Shan Newspaper ha incontrato al Salone Internazionale del Libro di Torino lo scrittore islandese Jón Kalman Stefánsson in occasione della presentazione del suo libro “Il cuore dell’uomo”, il terzo di una trilogia pubblicata da Iperborea. Dopo “Paradiso e inferno” uscito nel 2011 e “La tristezza degli angeli” (2012) ora esce in Italia l’ultimo capitolo della trilogia, una moderna saga islandese che ha conquistato un successo internazionale.

Jón Kalman Stefánsson, ex professore e bibliotecario nato e vissuto a Reykjavík, è passato alla narrativa dopo varie raccolte di poesie. I suoi romanzi sono stati nominati più volte al Premio del Consiglio Nordico e pubblicati dalle più importanti case editrici europee. “Luce d’estate ed è subito notte” ha ricevuto nel 2005 il Premio Islandese per la Letteratura. “Paradiso e inferno” è stato definito il miglior romanzo islandese degli ultimi anni.


Signor Stefánsson, lei sapeva già fin dall’inizio che stava scrivendo una trilogia? Aveva già in mente questo progetto o si è creato man mano?

No, in realtà quando ho cominciato a scrivere il primo libro pensavo di scriverne uno solo, poi mi sono ritrovato a scrivere il secondo e pensavo che fossero soltanto due. Solo quando ho cominciato a scrivere il terzo libro mi sono reso conto che sarebbe diventato una trilogia.



“Il cuore dell’uomo”, presentato da Iperborea al Salone del Libro di Torino, è il terzo di una trilogia

La sua trilogia è particolare perché è un romanzo, ma è anche una lunga poesia. C’è molta poesia nei suoi romanzi. Lei si considera uno scrittore o un poeta?

In realtà quando ho cominciato a scrivere ho iniziato proprio come poeta e a volte mi sembra che la poesia si sia smarrita nella mia prosa, cioè abbia perso la strada e sia finita nella mia prosa. Mi sembra che non ci sia molta differenza tra la prosa e la poesia, anzi mi piace molto quando la prosa sfrutta la forza e la densità che ha la poesia. La poesia può ampliare i confini della prosa.


Nei suoi libri si percepisce un viaggio nell’interiore, un viaggio direi quasi mistico. È così?

Scrivere per me è un viaggio verso mete sconosciute o verso luoghi che non esistono. Quando racconto delle storie, quando descrivo i personaggi, mi sembra proprio di essere lì a cercare di trovare una meta o di cercare di capire se Dio esiste.


Possiamo dire che per lei scrivere è una sorta di catarsi, una sorta di terapia?

In un certo senso sì, ma scrivere per me è anche qualcosa da cui io non riesco a sfuggire. Se non riuscissi a scrivere mi sentirei soffocare.


Ha parlato di Dio. Lei è credente?

Io vorrei credere, vorrei davvero che esistesse una forza, un ente più grande di noi che chiamiamo Dio. Il problema è che non sono sicuro che ci sia.


E chi può esserlo! Nei suoi romanzi si avverte anche una sorta di struggenza, di malinconia, forse anche un po’ di angoscia...

Sì, il senso di malinconia, il senso di perdita è una sensazione molto forte nell’essere umano perché noi perdiamo continuamente qualcosa. Viviamo dei bei momenti che poi finiscono e magari li rimpiangiamo, e mentre li viviamo sappiamo perfettamente che andranno a sparire. È una cosa che sappiamo fin dall’inizio: il prezzo da pagare per nascere e vivere è morire.


Il fatto di aver ambientato la sua trilogia nel passato, nell’Islanda di qualche secolo fa, vuole essere un modo per mantenere un ricordo del passato?

Spesso si dice che è il soggetto a scegliere l’autore e non il contrario. La cosa più divertente di essere un scrittore è quella di scrivere dei propri tempi, ma anche di tempi che non ha mai vissuto.


Jón Kalman Stefánsson con Rosalba Nattero

E la cosa più importante di quando si scrive di tempi passati è che il lettore si renda conto che la persona umana è sempre la stessa, oggi come in passato.


L’Islanda è un posto fantastico, su chi non la conosce esercita un fascino incredibile. Questa terra così selvaggia, questa natura così dura, quanto incide nei suoi scritti?

Ovunque io vada mi porto sempre l’Islanda dentro. È una cosa a cui non riesco a sottrarmi, non posso farne a meno. Credo che sia una caratteristica delle persone che vivono nelle isole: non riescono mai a sfuggire, a uscire dall’isola. Anche se vanno altrove, l’isola comunque li segue. Credo che sia anche molto significativo vivere in un’isola così indomita in un momento in cui stiamo andando sempre più verso un mondo tecnologizzato.


Vorrei chiudere chiedendole un consiglio: per chi come me e come tanti altri in Italia che sono affascinati dall’Islanda e progettano un viaggio nella sua terra, c’è qualche posto particolare al di là delle guide turistiche che lei consiglia di visitare?

La cosa più affascinante dell’Islanda è che quando ci si muove e si guida anche solo per un’ora, il paesaggio cambia continuamente. Quindi è molto difficile consigliare un solo posto, perché ogni luogo ha una sua forza e un suo fascino. Per quanto mi riguarda comunque io trovo che la regione dei fiordi occidentali sia la più bella, la più affascinante di tutto il mio Paese.


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