Leggende e Tradizioni

Lou Bràndou: eredità musicali nelle valli piemontesi

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16 Marzo 2013
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La “courènda”, danza tradizionale occitana, in una immagine della celebrazione Beò de Blins di Bellino, Alta Valle Varaita


Quando il ballo era peccaminoso

I cultori delle danze tradizionali lo sanno bene: in Piemonte vi è un confine molto netto che divide le valli meridionali, di lingua occitana, assai ricche di tradizioni musicali e di danza, da quelle settentrionali, di parlata francoprovenzale, dove le testimonianze in questo campo sono molto rare ed episodiche. Di fatto, a nord della Valle di Susa, se si escludono i vari balli importati recentemente dalla pianura o da oltr’alpe, non si trovano altre danze al di fuori della courènda. Eppure le due aree, quella occitana e quella francoprovenzale, sono culturalmente assai simili. La diversa tradizione nei confronti del ballo si può forse spiegare con le vicende storiche.

Le valli occitane furono sempre più legate alla Francia meridionale, terreno particolamente fertile per la musica e per la danza, dove è rimasta viva la grande tradizione della cultura e della lingua provenzale, che risale addirittura ai menestrelli del medioevo. Le valli settentrionali, invece, cioè quelle comprese tra la Val Sangone e la Val d’Aosta, furono sempre più vicine alla Savoia e al Vallese, terre di confine e di confronto tra le aree che passarono alla Riforma protestante e quelle che rimasero cattoliche. Entrambe le confessioni religiose erano fortemente ostili al ballo, ritenuto pericoloso per la promiscuità che poteva instaurarsi tra i ballerini, in un’epoca in cui la separazione dei sessi caratterizzava rigorosamente le diverse manifestazioni della vita sociale.

È questo un atteggiamento che oggi riesce difficile comprendere, ma che era invece insito fin dall’origine nella rigida morale calvinista e che divenne proprio anche della Chiesa cattolica, almeno dalla Controriforma in poi. Negli anni tra il ‘500 e il ‘600, in tutta l’Europa cattolica, la Chiesa si “appropria” delle manifestazioni che caratterizzano la vita sociale e familiare, destinate d’ora innanzi a essere scandite da un puntuale e capillare coinvolgimento del clero. Non solo nascite, matrimoni e morti, ma anche le feste dei paesi, le associazioni giovanili, le iniziative caritative e assistenziali, le occasioni culturali (oggi diremmo lo sport e il tempo libero) si svolgono ora alla presenza e sotto il controllo del parroco.

Si tratta di una vera e propria “riprogettazione” della vita sociale e individuale che stabilisce un netto confine con la libertà - e spesso con la licenza - che aveva caratterizzato l’Uomo del medioevo e del rinascimento. Da questa opera di “normalizzazione” rimangono fuori soltanto alcuni aspetti che la Chiesa non vuole o non riesce a fare propri: la danza, per i motivi morali già indicati, il Carnevale, per il suo carattere trasgressivo, certi riti propiziatori delle stagioni e dei lavori dei campi, per le loro evidenti origini pagane e poco altro. Inutile dire che, di fronte a questi residui spazi di vita sociale “laica”, la Chiesa assume un atteggiamento di sospetto e di condanna.


Un curato piuttosto disinvolto

Per quanto riguarda la storia della danza nelle Valli di Lanzo, l’atteggiamento della Chiesa verso il ballo è rappresentato in modo molto efficace da un documento pubblicato dal canonico Silvio Solero nella ben nota Storia Onomastica delle Valli di Lanzo. Si tratta di un curato di Ceres, Giovanni Feroglio, finito davanti al tribunale ecclesiastico nel 1605 per una serie di gravi accuse sollevate contro di lui da una parte dei parrocchiani. A quanto pare, il Feroglio andava in giro armato di pistola, portava una spada nascosta nel bastone, giocava a tarocchi nell’osteria di un certo Michele Castagneri, dove consumava anche i pasti, e si faceva scortare, armato di archibugio, dal figlio di costui, Biagio, bandito manifesto.


Il Branlou, Carnevale tradizionale di Mezzenile

Inoltre, il sacerdote, sempre secondo le accuse, dopo la messa, giocava a palla in piazza, con la camisa dall’insu delle braghe, avendo deposto giù l’abito e gli altri vestimenti ordinari. Come se non bastasse, teneva come sua “margioletta” la figlia naturale dell’oste Castagneri e insultava pubblicamente le donne dando loro il titolo di “carmassa”. Insomma, il povero Feroglio era accusato di far brigada, banchettare, giocare alla palla, essere armigero, lascivo e vendicativo, andare in maschera. Quest’ultima sembra fosse tra le colpe più gravi. Durante il Carnevale, in compagnia di Andrea Castagnero, sonadore, e di altri ragazzi e ragazze, era andato fino a Cantoira, cantando profanamente e danzando mentre si sonava il brando.

Comportamenti di questo tipo, probabilmente non rari nelle epoche precedenti, non erano più accettabili nel clima della Controriforma. Ci fu una lunga inchiesta, i Ceresini si pronunciarono parte a favore e parte contro don Feroglio che, alla fine, fu semplicemente trasferito in una parrocchia meno importante. Della vicenda rimangono gli atti, che ci danno uno spaccato di vita valligiana nel XVII secolo e, soprattutto, ci danno informazioni circa le origini di un ballo ancora oggi in uso, lou brandou.


Alà an brandou

Andare in brando è un modo di dire che usa ancora oggi. Significa andare in giro in maschera e far festa durante il Carnevale. Ma che cos’è il brando? Si tratta certamente della musica più antica tra quelle che ancora oggi sono ricordate in valle. È una musica di marcia, lenta e molto ben ritmata, sempre uguale. Sappiamo tuttavia per certo che nei secoli passati il brandou era un vero e proprio ballo, molto allegro e vivace. Lo conferma anche la probabile etimologia del termine, che potrebbe derivare dal francese branler (scrollare, agitarsi) oppure dal tedesco brand (incendio, ardore).

Ogni paese ha il suo brandou, con piccole differenze tra un luogo e l’altro. Nella bassa valle è chiamato lou branlou ed è ben noto soprattutto quello di Mezzenile.

A Balme il brando viene tuttora ballato in due occasioni: prima di eseguire la “Courènda dii Set Sàout” e durante la sfilate delle maschere a Carnevale. Le maschere entrano nella sala una coppia alla volta. Ognuna fa l’intero giro della sala e quindi fa l’inchino a quelle già entrate in precedenza, sempre al ritmo del brando di Balme, particolarmente lento e misurato.

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