Leggende e Tradizioni

Il Culto dei Morti

Stampa E-mail
07 Novembre 2012
|

Immagine tratta dal “Calendrier des Bergers” di Guy Marchant, XVI secolo

Reminiscenze celtiche nelle Valli di Lanzo


Presso le popolazioni ad economia eminentemente pastorale tutte le festività furono collegate alle stagioni, calda e fredda, all’andamento del pascolo, ai cicli riproduttivi del bestiame.

Presso i Celti il primo novembre era la festa di Samain o Samhuin con il probabile significato di fine dell’estate o di riunione: essa coincideva con l’inizio della stagione fredda e la fine della stagione dei pascoli. Era considerata come giorno indipendente tra i due periodi, quando, in condizioni primitive, risalendo ad un’usanza antica dei pastori neolitici dell’Europa temperata, si riunivano mandrie e greggi per uccidere tutti i capi di bestiame, ad eccezione degli animali destinati alla riproduzione; la carne macellata veniva conservata mediante salagione.

L’importanza di questa festa era così grande che sostanzialmente tutti gli eventi di rilievo del periodo precristiano avevano luogo in quell’occasione. Essa coincideva con l’inizio dell’anno nel calendario celtico; tale almanacco, registrato sulla tavola di bronzo di Coligny (Francia), corrisponde ad un sistema lunisolare molto complesso che presuppone una conoscenza secolare del moto degli astri, come pure la capacità di costruire modelli matematici che ne descrivano le regole. Dalla tavola di Coligny si desume che l’anno iniziava con il mese di Samon, quello in cui figura su questo documento la sola festa esplicita: trinox samoni, equivalente alle tre notti di Samain nei testi irlandesi. Samain corrispondeva quindi al primo giorno dell’anno, o meglio alla prima notte, poiché i Celti computavano il tempo per notti e con un periodo freddo e buio davano inizio al nuovo anno, mentre presso quasi tutti i popoli questa data coincideva con il periodo del ritorno della bella stagione: la cosa non desterà stupore se ricordiamo che presso di essi un dio notturno, il Dis Pater secondo la testimonianza di Cesare, era stato all’origine degli esseri e delle cose.

I pochi passi di autori antichi che menzionano le credenze escatologiche dei druidi mostrano che la vita dell’anima non si interrompeva con la morte dell’individuo, ma continuava in un altro mondo, ben separato da quello dei vivi, con cui entrava in contatto solamente la notte di Samain, considerata al di fuori del tempo. Molti studiosi hanno asserito che il druidismo contemplasse anche la dottrina della trasmigrazione delle anime, della metempsicosi, della reincarnazione dopo la morte, ma tale convinzione, indotta dall’origine ariana di questo popolo, non risulta suffragata da nessuna fonte; inoltre la teoria delle rinascite non si trova nei Veda, essa entrò nell’immaginario indù solamente dopo la rivoluzione del VII secolo, dopo che gli ariani furono diventati indiani. Sappiamo invece con certezza che i Celti credevano nell’immortalità dell’anima e nella rinascita in un Oltre, luogo senza tempo e senza spazio dove si realizza il mondo immaginato dal piano divino, libero dunque da ogni contingenza negativa.


Il libro “Il segno dei giorni” di Ariela Robetto, pubblicato da Daniela Piazza Editore, da cui è tratto questo articolo

Le porte dell’Altro Mondo, secondo la concezione druidica, sono sempre aperte e non vi sono stati definitivi: dunque sia il vivente che il morto possono passare con facilità da un mondo all’altro: “la notte di Samain il mondo del sidh è aperto a chi vuole penetrarlo. Gli abitanti del sidh si uniscono sovente agli umani, e numerosi umani, a condizione di essere degli eroi, cioè degli iniziati, soggiornano nel sidh, non fosse che in sogno, come lo sciamano”. I sidhs erano alture artificiali, erette poco a poco nel corso del tempo al di sopra dei tumuli costruiti in età megalitica dai popoli antecedenti i Celti. Essi ospitavano al loro interno i corpi incorrotti dei principi antichi sepolti insieme con i loro tesori; le grotte-tombe del tumulo costituivano dunque un aldilà localizzato, concreto, quasi un luogo di attesa, poiché pare che anche per questo popolo i morti viventi dei sidhs avrebbero poi raggiunto, con una navigazione senza ritomo, le Isole Beate, le Esperidi, le Avalon, dove Re Artù fu trasportato dopo la morte.

Il druidismo ha quindi una concezione estremamente positiva dell’Altro Mondo, del sidh che significa letteralmente “pace”: un luogo felice dove la vecchiaia, la malattia, la morte, la guerra sono eliminate dall’assenza del tempo, dove il cibo e le bevande, simbolizzati dalla mela e dall’idromele, sono inesauribili; dove la regina è una donna divina, Morgana, che accoglie, nutre e colma di voluttà, poiché l’aspetto erotico è sempre presente nelle evocazioni del paradiso.

Pare che per tutti i popoli d’Europa l’Ognissanti fosse anticamente la notte dell’anno in cui si supponeva che le anime dei morti tornassero alle loro case per riscaldarsi al fuoco e ristorarsi con i cibi approntati per loro dai parenti. Era d’altronde questo il periodo in cui il freddo più intenso cominciava a segnare i giorni e ancor più le notti, il momento in cui si ritiravano gli animali domestici nei ricoveri, al riparo dal vento e dalle nevi dei pascoli; dunque cibo e calore dovevano essere concessi anche ai morti che avevano lasciato le loro dimore.

Samain era però anche il periodo più spaventoso dell’anno. Si credeva che in quella notte il mondo naturale potesse essere danneggiato dalle forze della magìa; si riteneva che le streghe solcassero l’aria su lunghe scope oppure cavalcassero lungo le vie grossi gatti neri che in quella notte si trasformavano in cavalli focosi; si immaginavano truppe di spiriti uscite dalle caverne e dai tumuli, mentre i mortali potevano essere ricevuti in questi regni tenebrosi; si pensava che mostri orribili con assalti di fiamme e veleni minacciassero le fortificazioni delle città.

Samain era anche il momento in cui tutti gli abitacoli delle fate erano aperti; i Celti precristiani facevano poca distinzione fra i morti e le fate, le quali forse non erano che le anime di una razza trapassata. Nelle Isole Ebridi, dove molti cimiteri sono posti sulle alture, la bara veniva spaccata dopo il funerale, sfasciandola contro un albero, per impedire che le fate portassero via il morto nei loro viaggi aerei; si dice che questo esercito di fate o Sluagh fosse composto dagli spiriti dei mortali trapassati: spiriti dei morti e regni delle fate risultavano quindi collegati fra loro. Nella notte di Halloween (Ognissanti) nei paesi anglosassoni si crede che tutti i danzatori nei trattenimenti delle fate siano anime dei morti le quali sono fuori per la vacanza, dopo la quale ritorneranno alle loro tombe per un altro lungo anno.

Il giorno di Samain aveva inoltre un significato magico in cui si rinnovava l’augurio di prosperità per la terra e per le tribù in attesa dei giorni futuri della primavera e dell’estate. Le leggende legate al Samain ci tramandano che venivano offerti sacrifici per il rinnovo della fecondità della terra e dei suoi abitanti; sempre in tale occasione avveniva l’unione del dio della tribù con la dea della natura: “era in tutti i sensi una riunione o assemblea che vedeva riunita la comunità intorno a banchetti di carne di maiale o di cinghiale, cibo dell’ immortalità… Si tenevano delle fiere e i druidi giudici fissavano importanti questioni di diritto e di politica, si emettevano sentenze”.

Si aveva quindi una commistione tra i culti dovuti ai morti e l’interazione tra mondo dei vivi e aldilà con i riti di fecondità riferiti alla terra e all’uomo, uniti alle pratiche economiche e legislative tipiche della fine di un anno e dell’inizio di un nuovo periodo.


La cerimonia officiata dal Druid Order in occasione di Samain a Stonehenge

Tale interconnessione la ritroviamo ancora nelle Valli di Lanzo (Piemonte, NdR) dove i giorni di Tutti i Santi e del 2 novembre vedono allinearsi riti cristiani e pagani derivati dalle tradizioni celtiche, romane e germaniche in onore dei morti e dove il giorno 11 novembre, ricorrenza calendariale di San Martino, segna tradizionalmente la fine dell’anno agricolo pastorale; dal punto di vista economico e di pianificazione della vita nelle cascine della pianura, nonché di migrazione dai pascoli, quest’ultima data è per il mondo contadino e pastorale decisamente più significativa del capodanno e denota come per gli uomini, legati nella loro sopravvivenza ai cicli naturali, le tradizioni siano inattaccabili dal tempo e dal succedersi di nuove forme legislative.

Nelle Valli di Lanzo le tradizioni dell’1 e del 2 novembre non si discostano di molto da quelle del Canavese e della pianura limitrofa. In parte si riferiscono al Cristianesimo che, in apertura del mese, festeggia Tutti i Santi, mentre nel secondo giorno commemora i defunti. È ovunque molto sentita la devozione ai morti; un tempo, così come molto spesso oggi, la sera del primo novembre si riuniva la famiglia per la recita del Rosario al quale partecipavano eccezionalmente anche gli uomini, in entrambe le ricorrenze si assisteva alla Santa Messa. Sempre in questa sera in tutti i paesi era uso lasciare una cena per i trapassati che, nella notte, sarebbero ritornati nelle loro case presso i familiari. A Traves a Tui li Sant si preparava la minestra di cavoli e se ne avanzava sempre un po’ per i morti che, a mezzanotte, sarebbero venuti a mangiarne; veniva anche lasciato socchiuso l’uscio di casa affinché potessero entrarere. A Castagnole (Germagnano) si posava sul tavolo la pentola con la manesti di cavoli, rape, patate e pasta, condita con il lardo, insieme alle castagne bollite da sbucciare. A Pugnetto (Mezzenile) nella cucina, o nella stalla, una tavola era approntata affinché le anime che sarebbero passate “in visita” potessero rifocillarsi ed avere la dimostrazione di essere sempre ricordate; anche qui vi era la minestra di castagne, le quali erano però sbucciate per non far perder tempo ai trapassati, unitamente ad un’insalata che si lasciava da condire accanto all’olio, all’aceto e al sale; un po’ di pane o la polenta completavano il pasto. A Viù era uso celebrare la novena dei Santi: essa era annunciata ogni sera con un concerto, in chiar, di tutte le campane della chiesa parrocchiale; esse suonavano anche baudòtta al mezzogiorno e la sera del giorno precedente. Era uso mangiare in tale ricorrenza la bagna caoda e le testagne brusataje, le caldarroste; alla sera si preparava la minestra di cavoli che, nella notte, veniva posta fuori della finestra affinché i morti potessero cibarsene. A Balme il giorno di Touissànt si recitavano i Paternoster: ogni famiglia faceva un’offerta e segnalava al parroco i nomi dei morti che avevano lasciato la loro casa. Per ciascuno di essi il prete recitava: “Pater noster per la casa di…”. Alla messa di Ognissanti andavano tutti e si passava due volte a raccogliere l’offerta. Terminata la funzione seguiva l’incànt, durante il quale si mettevano all’asta prodotti portati dalla gente del posto: patate, cavoli, torna, burro… Con i soldi raccolti si celebravano messe nel tempo dell’Ottavario di Natale, in suffragio dei defunti. Il giorno dei morti si celebravano tre messe e si ripetevano i Paternoster. Dopo la messa aveva luogo la processione al cimitero e la benedizione delle tombe.


Offerte votive ai defunti nella notte del 31 ottobre

Il pasto per i defunti nella notte del primo novembre è usanza tipicamente celtica: in Bretagna ed in Irlanda, paesi che più di tutti gli altri hanno conservato le tradizioni legate al mondo di questo popolo, la vigilia del primo novembre si prepara del cibo per i morti che verranno a visitare le case e a scaldarsi al fuoco nel silenzio della notte; in Bretagna si crede che le anime dei trapassati si riuniscano anche nelle feste di Natale e di San Giovanni, oppure della Madonna di Agosto. Ad Ognissanti vengono lasciate in cucina torte calde, giuncate e sidro, si apparecchia la tavola con una tovaglia bianca ed il pasto è chiamato “la festa dei morti”.

Anche il periodo natalizio nelle tradizioni nordiche è fortemente collegato al ricordo dei morti ed al loro ritorno sulla terra: dalle saghe islandesi, ad esempio, apprendiamo che un banchetto funebre, accompagnato da canti, si ripeteva ad intervalli regolari, segnatamente a Jol (sostituito poi dal Natale) e faceva parte del culto inglobante vivi e trapassati in una stessa comunità. È curioso osservare come a Balme si celebri un ottavario per i morti proprio in questo momento dell’ anno.

Nelle Valli le usanze pagane convivono con i riti e le preghiere del suffragio introdotti dalla religione cristiana nell’ambito della comunione in Cristo di tutti i fedeli, vivi e morti, con scambio di doni spirituali, la cosiddetta Comunione dei Santi. La festa cristiana di Tutti i Santi ha quindi affiancato, ma non cancellato le antiche pratiche cultuali rivolte ai trapassati. Frazer ritiene che tale festa sia nata per sostituire il culto pagano dei morti e poiché non riuscì nel suo intento, il 2 novembre sia stata aggiunta la Commemorazione dei defunti; in effetti la festa di Ognissanti fu istituita per intervento di Papa Gregorio II nella prima metà dell’VIII secolo e solamente più tardi, nel 998, Odilone, abate di Cluny, istituì il 2 novembre la celebrazione di tutte le anime, ad incontrare la credenza, generale in quel tempo, in un giorno di vacanza per i morti; tale idea pare sia continuata nei tempi cristiani con la convinzione, diffusa anche nelle Valli, secondo cui tutte le anime del Purgatorio ogni anno godono di una sosta di pena che dura 48 ore, cominciando dalla notte di Ognissanti per finire col giorno dei morti, periodo di tempo in cui è concesso loro il ritorno nel mondo dei viventi.

Si narra che, quando Mondrone in Val d’Ala era ancora situato a Bourell, presso la Gran Pera, sotto i Granmount, gli abitanti dall’alto, la notte tra l’ 1 e il 2 novembre, vedevano snodarsi, lungo la via comunale che conduceva a Balme, la processione delle anime con i lumi accesi. L’anziana magna Clara (Clara Droetto) raccontava che un ragazzo, cui erano morti i genitori, in quella notte scese presso la strà ‘d pera per poterli rivedere. Essi erano i primi, in testa alla fila; si scostarono dagli altri spiriti e ingiunsero al figlio di non ripetere mai più quel gesto, poiché essi ora sarebbero stati gli ultimi ed erano danneggiati dall’incontro con un vivente.

Il contatto tra i vivi e le anime dell’aldilà, nelle tradizioni delle Valli, non avviene solamente nella notte tra l’1 e il 2 novembre; molto diffuse sono le leggende su li coòrs dij mort, cioè su processioni di fantasmi che percorrono di notte le valli e le creste per spegnersi al ritornare della luce del sole. Processioni simili si ritrovano nei racconti di tutta la zona alpina.

 

Dal libro “Il segno dei giorni – Ricorrenze e tradizioni nelle Valli di Lanzo”, Daniela Piazza Editore, capitolo “Inizi di novembre: il culto dei morti e San Martino”. Per gentile concessione dell’Autrice e dell’Editore.


www.danielapiazzaeditore.com

|
 

Seguici su:

Seguici su Facebook Seguici su Twitter Seguici su YouTube