Leggende e Tradizioni

Un tocco di magia

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15 Giugno 2015
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Oggi la magia è oggetto d’ironia, più o meno bonaria, come una mania innocua, ed è presa sul serio solo quando è praticata da qualche setta di fanatici.

In passato, invece, occupava un ampio spazio nella vita quotidiana, tanto delle elite quanto del popolo. Ce lo insegna uno dei maggiori esperti, il Prof. Claude Lecouteux, autore di un “Dictionaire des Formules magiques”, che è frutto di lunghi anni di studio su circa settemila formule di una dozzina di paesi europei. E’ l’occasione di approfondire un tema che rimane affascinante, per le mille forme che ha assunto nei secoli. Infatti la magia si è evoluta nel corso del tempo, tanto che già nell’ ‘800 rimaneva ben poco dell’antico armamentario. I riti, i gesti, le formule di popoli antichi, come gli Egizi ed i Sumeri, sono stati via via dimenticati e sostituiti da altri, secondo i nuovi “bisogni”. Ad esempio il recente compendio di Dominique Camus, “Paroles magiques”, realizzato intervistando molti anziani della Bretagna e di altre regioni francesi, ha ben poco a spartire, in quanto a contenuti, con il dizionario di Lecouteux, che esplora epoche lontane.


Religione e magia

La magia è nata con l’acculturazione degli uomini primitivi, che si costruirono l’immagine di un mondo nel quale operavano, in contrasto fra loro, forze positive e negative, benefiche e malvagie; forze che occorreva dominare, per volgerle a proprio vantaggio (o stornare da sé quelle nocive), attraverso riti, parole, gesti. Con il tempo tali forze furono poi personificate ed identificate in divinità da venerare. Tra gli studiosi non c’è identità di vedute se sia nato prima l’uovo o la gallina, la religione o la magia.

Nell’un caso e nell’altro, tuttavia, esse seguirono un percorso parallelo, con molteplici intrecci.

La religione prestò alla sua rivale elementi rituali, preghiere, segni, che furono impiegati in modo distorto per ottenere scongiuri o amuleti.

In compenso finì per accettarne un elemento base, cioè la presenza nel mondo di forze negative, che furono attribuite al demonio. Contro di esso fu attuata una lotta accanita, fatta a sua volta di scongiuri ed esorcismi, in cui l’acqua benedetta prendeva il posto del sangue di cani e gatti neri e la croce dei segni cabalistici.


Frontespizio di una delle tante 'Lettere dal cielo'

Nel ‘700, con l’Illuminismo, una rabbiosa ventata di distruzione si abbatté sull’una e sull’altra, essendo entrambe considerate pure superstizioni.

Fu la Chiesa stessa ad intervenire contro ogni manifestazione di irrazionalità: infatti le parole di religiosi quali il Thiers o il Muratori contro certe credenze non furono meno aspre di quelle dei laici. Pensiamo a come sia stato allontanato da noi il mondo dei defunti. Tuttavia, a volte tramite i sacerdoti stessi, le antiche pratiche si conservarono nel mondo rurale, il quale costituiva, fino alla metà del secolo scorso, specie in paesi come l’Italia, l’ossatura della società, ed in particolare fra le donne. Soltanto il capitalismo, senza bisogno di gesti clamorosi, ma solo con le armi del benessere materialistico, della massificazione e dell’indifferenza, ha saputo disgregare questo mondo millenario, senza sostituirlo con altri valori, ma lasciandolo, come osserva Lecouteux, con la sete di trascendenza.


Nel mondo dei guaritori

Fino al secondo dopoguerra, in caso di malattia, nel mondo rurale ben raramente ci si rivolgeva al medico. Per i mali più ostinati si andava dal guaritore/guaritrice, che non solo conosceva “il Segreto”, cioè riti e formule “magiche”, ma possedeva anche “il Dono”, cioè la capacità intrinseca di guarire. Questa poteva derivargli dal modo in cui era nato (ad esempio da settimino o con la placenta, come i “benandanti” friulani) o dal giorno della venuta al mondo ( nascere nella ricorrenza di San Lorenzo predisponeva a curare le bruciature) o dall’“eredità” ricevuta da un anziano. La gente si affidava ai guaritori (“panseurs” li chiama Camus) non solo per lunga tradizione, ma anche perché vedeva in loro, rispetto al medico, figure più umane e, in genere, dello stesso ceto sociale o comunque vicine nella quotidianità.

Per quali mali ci si rivolgeva al “panseur” ? Scorrendo il Dizionario di Lecouteux, ho rilevato oltre sessanta formule contro la febbre ed una quarantina contro le emorragie (tra cui l’epistassi).

La febbre, che per noi è solo un sintomo del male, era vista come una forza malefica che si impossessa dell’individuo, dal quale doveva essere scacciata con un mezzo più potente, cioè la magia.

Quanto alle emorragie, ricordiamo che ogni “emissione” proveniente dal corpo (sangue, saliva, sudore) era considerata una fuoruscita d’energia, la cui perdita incontrollata, specie in un caso “inspiegabile” come l’epistassi, era preoccupante.


Frontespizio della 'Epistola di papa Leone

Ben oltre la trentina sono le formule riguardanti il parto, che in passato (ed ancor oggi nelle società primitive), viste le condizioni in cui avveniva, era un rischio per la gestante. “Fumna grossa, pè ‘nt la fossa”, diceva un antico proverbio.

La Vergine, Sant’Anna e Santa Elisabetta erano le più invocate per le partorienti, che fosse per la salvezza loro e del bambino o comunque per avere un parto meno doloroso.

Parecchie risultano le invocazioni contro il mal di denti (la protettrice dal quale era Santa Apollonia) o d’occhi e contro l’epilessia.Vi erano poi le formule “polifunzionali”, cioè destinate a curare più accidenti o, addirittura, “tutti i mali”.

Non di rado l’origine del malanno dipendeva dal malocchio scagliato da un nemico. Tale maleficio era una forza che si installava nell’organismo e nella mente dell’individuo, contro la quale bisognava suscitarne una più potente, capace di scacciarla. Ma, a tale scopo, l’elemento essenziale per l’efficacia del rito era la fede nel “dono”, da parte del “panseur” come del paziente.

Piuttosto numerose sono anche le formule per la protezione dell’ambiente di vita, in primo luogo la casa. Non era raro che nell’architrave si incidessero delle croci e delle parole “magiche” oppure si celasse nel legno un “breve”, cioè un pezzo di carta o pergamena recante uno scongiuro.

Altrettanto si faceva per il bestiame: nel Dizionario di Lecouteux si legge una quarantina di formule a difesa di esso e più di venti se ne riscontrano contro le tempeste, la gradine ed altri fenomeni atmosferici. Infine era sentita sempre in pericolo la proprietà, che si trattasse o meno di bestiame: le formule contro i ladri sono oltre cinquanta. Insomma l’intervento del “panseur” era indispensabile per tante necessità quotidiane.


Impronta della 'Scarpa della Madonna' con relativa orazione

Un buon numero di scongiuri, poi, era riservato ai soldati. Una cinquantina di formule riguarda le ferite o la morte in guerra, in particolare a causa di una pallottola, con la raccomandazione di portare indosso lo scritto miracoloso per scansarle. Va poi ricordato che, specie in tempi meno lontani, numerosi scongiuri preservavano dalla morte senza confessione, un’esigenza sentita specie dopo il Concilio di Trento.

La potenza del “dono” posseduto dal guaritore era indispensabile. Essa si esercitava attraverso la formula magica, ma anche la gestualità.

Spesso tale formula era scritta su un pezzo di carta o di pergamena, che si poneva sulla parte dolente o si portava indosso. In molti casi, come per il male di denti, si scrivevano le parole su di un’ostia, su un pezzo di pane o di formaggio o su una mela, che il malato doveva mangiare.

Un gesto particolare che poteva suggellare il rito era quello di alitare sulla ferita o umettarla con la saliva. E’ interessante rilevare che tali atti erano diffusi in tutto il mondo e che si riscontrano ancor oggi tra i popoli “naturali”, ad esempio gli indigeni Ayoreo della Bolivia.

Non dimentichiamo infine che, spesso, il guaritore, dopo il rito, poteva impartire al paziente, come cura di mantenimento, delle norme di vita, generalmente fondate sul semplice buon senso e sulla sobrietà, ad esempio riguardo al bere o al cibo, oppure delle cure naturali come infusi o cataplasmi: tutti elementi che si inquadravano nella quotidianità dell’ammalato, e come tali erano facilmente accettati dalla gente.



Le parole “magiche”

Spesso i guaritori pronunciavano le loro formule in modo incomprensibile o le recitavano solo nella mente, per mantenerne il segreto.

Tuttavia, in certe occasioni, sapevano che era indispensabile coinvolgere il malato a livello emozionale. Per questo le formule erano farcite di parole straniere (tratte dal greco, dall’ebraico, dal latino e perfino dall’arabo) o, addirittura, completamente inventate, per rendere il tutto più misterioso. Inoltre, trasmettendosi a voce, le parole erano spesso fraintese e tramandate in modo errato, fino a diventare inintelligibili.

Eppure erano usate anche così. “Ha sempre funzionato” rispose un’anziana contadina a Camus, che aveva rilevato come una parola di una certa formula fosse errata.

Ancora più efficace di quella orale era la parola scritta, capace di trasmettere per semplice contatto il proprio potere. Per questo lo scritto con la formula poteva essere posto sopra la parte malata. Anche in tal caso si faceva ricorso alle lingue antiche o esotiche, alle parole del tutto inventate, alle sigle o addirittura al criptato.

Spesso si è ormai perso il significato delle parole componenti le sigle, che sono quindi diventate incomprensibili. Non dimentichiamo, inoltre, che un tempo poche persone sapevano leggere e scrivere, per cui gli errori di trascrizione erano all’ordine del giorno. Ad esempio, per quanto concerne i tanti esemplari da me visionati della “Epistola di papa Leone a Carlo Magno”, della parte in latino non ho trovato due esemplari uguali nell’ortografia.


Alfabeto di Apollonius de Tyane

Nelle formule di guarigione rientravano sovente parole o frasi dell’Antico (soprattutto i Salmi) e del Nuovo Testamento, riguardo al quale era il testo di Giovanni a far la parte del leone. Quasi non c’era formula, poi, che non riportasse uno o più appellativi di Dio. Secondo gli esperti di magia essi erano ben settantadue e potevano essere trascritti a spezzoni o per intero: questo nella convinzione che la preghiera o lo scongiuro, raccogliendo in sé più energie possibili, diventassero più efficaci. Poi venivano gli elenchi dei nomi della Vergine e quindi quelli di angeli: benché la Chiesa ammettesse solo Michele, Gabriele e Raffaele, riportati nella Bibbia, se ne citavano tantissimi altri, del tutto inventati. Le parole e gli scritti magici non avevano solo una funzione di difesa, ma potevano essere usati a scopo aggressivo, per lanciare malefici, soggiogare la volontà di una persona, evocare (e qui entriamo nella magia nera) un demone o lo spirito di un defunto. In tal caso nelle formule si accumulavano i nomi di diavoli e il rito poteva fondarsi su pratiche cruente, come l’uso, per scrivere, del proprio sangue o di quello di cani e gatti neri e di pipistrelli. Vi sono “grimoires” (cioè trattati di magia) nei quali, anche per i demoni, il numero settantadue è d’obbligo.

Spesso per il rito erano prescritte minuziose istruzioni. Anzitutto era consuetudine ripetere tre volte una parola (ad esempio un nome di Dio), una frase, una preghiera. Una volta di più, è interessante notare la diffusione universale di tale uso magico del tre, per il quale posso citare di nuovo gli sciamani Ayoreo della Bolivia.

Queste fra popoli così lontani fra loro sono coincidenze rilevanti, benché gli studiosi di oggi preferiscano parlare di usanze locali nate autonomamente, e non diffuse da una stessa origine remota. Erano, e sono, stabiliti dagli “esperti” precisi limiti di spazio e tempo. Il rito doveva essere celebrato in un momento prestabilito, di solito all’alba, con la luna calante o crescente, oppure rivolti verso il sole. Malgrado la cristianizzazione, i due astri continuarono ad esercitare la loro attrattiva, come tuttora presso i popoli pagani. Basti pensare, ad esempio, al rispetto delle fasi lunari per i lavori agricoli. Per i ceti più abbienti, come leggiamo in certi “manuali”, tipo l’apocrifa Encheiridion di papa Leone III, erano previste cerimonie più complesse, come l’uso di gemme o pietre rare o pergamena vergine. Per il popolo le cose erano più semplici, come la raccolta di erbe medicinali, cariche di rugiada, nella notte di San Giovannni. Ma infine la sostanza del rito, la magia, era sempre la stessa.

Molte formule, di provenienza tanto nordica quanto mediterranea, erano impostate su una struttura ricorrente. In apertura era narrata concisamente una “storia” riferita a Gesù, alla Vergine, ad un Santo, nella quale i protagonisti erano stati guariti o avevano risanato essi stessi un malato pronunciando una formula.


Frontespizio di un libretto con preghiera dedicata alla Croce

Seguivano lo scongiuro per scacciare il male e le preghiere. L’efficacia era scontata: l’episodio in cui Gesù, la Vergine o un Santo avevano operato una guarigione era di per sé carico di energia “magica”, che, solo recitando la formula, si trasmetteva al malato. Invece le preghiere pronunciate durante o dopo il rito, di solito il Pater o l’Ave Maria, non avevano scopo curativo, ma servivano ad esempio a dar tempo alla formula di esercitare il suo effetto o a coinvolgere emotivamente il paziente. Inoltre le parole dovevano essere lette nella lingua originale, e non tradotte, pena la perdita di ogni efficacia. Il vero potere di sanare stava nel “Segreto”, nella formula, e questa era impostata in modo da colpire emotivamente con le parole più strane e fantasiose e grazie anche all’insieme di rime, assonanze, ripetizioni, accostamenti di suoni.


Il Secret

Letteralmente il termine patois “Secret” significa “formula di guarigione”, appunto segreta, usata dai “panseurs”. In senso lato la parola indica l’intero “sistema” di cura, a base popolare, utilizzato un tempo dai guaritori. Dell’argomento si è occupata, in un interessante libro (“Il Secret”), la studiosa valdostana Fiorenza Cout, che ne ha analizzato i molteplici aspetti, basandosi su numerose interviste e su un esemplare del prezioso documento, reperito in Valle d’Aosta.

L’elemento fondamentale è il “dono” del “pansuer” di guarire i propri pazienti, basato sulla fede, Alcuni facevano risalire l’origine del Secret addirittura al Vangelo di Matteo, 10,1, dove si legge che Gesù, “chiamati a sé i dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorte di malattia e d’infermità”.

Ma l’uso di guarire con particolari formule e preghiere risale a tempi remoti, almeno ai Babilonesi ed agli Egizi. Con il Cristianesimo le formule di guarigione furono trasferite dalle divinità pagane a Gesù, alla Madonna ed ai Santi taumaturghi. La diffusione del Secret avvenne poi in modo omogeneo, conservando nel tempo determinate caratteristiche. Confrontando i propri dati con uno studio riguardante la Vallonia (Belgio) la Cout ha scoperto che le formule sono fra loro molto simili o addirittura uguali, così come i rituali che prevedono lo stesso numero di preghiere (Pater, Ave e Gloria) da recitare dopo la guarigione. Le varianti, in genere, dipendono dalla trasmissione orale dei testi.


Prime pagine di un libretto con preghiera dedicata alla Croce

Questi ultimi sono molto difficili da trovare, un po’ per la ritrosia dei praticanti, un po’ perché in molti luoghi espressi divieti impedivano di mettere per iscritto le formule, pena la loro perdita di efficacia. In genere erano le donne, a cui comunque la società rurale assegnava il compito della ricerca delle erbe, alimentari o curative che fossero, a praticare il Secret, e questo, nei secoli passati, le espose talvolta ad accuse di stregoneria. Tuttavia la Cout riferisce anche di regioni francesi in cui erano soprattutto gli uomini ad occuparsene. I guaritori/guaritrici, in tempi nemmeno tanto lontani, erano molto richiesti, per cui ve n’erano che partivano dal proprio paese per andare dai malati. Il libro della Cout ci riferisce di donne che, in Valle d’Aosta, facevano il giro degli alpeggi per curare.

Personalmente sono riuscito a vedere uno di questi Secret, relativo alle Valli di Lanzo, e ritengo utile riportarne qualche brano per farsene un’idea. Nella trascrizione ho rispettato il testo originale, correggendo solo gli errori di ortografia per rendere comprensibili le formule.

“Vera maniera di fare la bacchetta di comando ossia indovinatoria e farla girare con frutto dell’operante”. “Nel momento che il sole si lascia vedere sull’orizzonte piglierai con la mano sinistra una ninsola [ramo di nocciolo] selvatica vergine, cioè che non abbia mai portato frutto, la taglierai con la mano destra in tre colpi, dicendo ‘Io ti taglio al nome di Clorni [sic], Mitrattion [sic] Adonay [= Signore Supremo] e Semiphoras [dall’ebraico Shem ah-phoras, “il Nome”, cioè Dio] affinché tu abbi la virtù di Mojsè per conoscere tutto ciò che voglio conoscere e sapere e per farla girare bisogna dire tenendola ferma nelle mani per le due punte ove vi è la forza: ‘io ti comando al nome di Clorni [sic] Miratron [sic, deformazione dell’ebraico Meratron, angelo o guida] Adonay e Semiphoras, dirmi e darmi tutto ciò che io desidero’, e con questi l’operatore può essere felice”.

“A chi avesse le mani e i piedi rotti per aver patito freddo”. “Piglia della spoglia di serpi e ponila in un pignattino a bollire con un poco di olio e con questo ungiti le mani o piedi dove sono le rotture e presto si salderanno”.

“Per farvi ritornare quello che vi hanno rubato”.

“Prendete un uovo fresco che sia comprato da una donna vedova, non bisogna pagarlo più di mezzo soldo. Prendete un manipolo per sorte d’erba d’artemisia e erba fosera [sic], poi accendete il fuoco in mezzo ad una strada crociata, e nel fuoco voi gli mettete le dette erbe e l’uovo ed il nome cognome e stranome di quella persona che sospettate e poi prendete una bacchetta di nocciolo che non abbia mai portato frutto e si percuoterà in detto fuoco e si farà da undici ore sino a mezzogiorno”.

“Per fermar il fuoco”. “Si dice ‘Nel nome del Padre del Figliolo e dello Spirito Santo, o fuoco ritieni la tua fiamma, come la santa Vergine si trattenne vicino alla tomba del nostro Signore, nel nome del Padre, del Figliolo e dello Spirito Santo’ tanto in seguito farete tre volte il giro del fuoco dicendo tre volte la suddetta preghiera, e l’orazione domenicale cioè il Paternoster”.


Ringrazio il Prof. Lecouteux e la Dr.ssa Cout per le informazioni tratte dai loro libri (NdA)


L'articolo è comparso a suo tempo sulla rivista "Panorami", di cui si ringraziano Direttore e Redazione per la gentile concessione.


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