Leggende e Tradizioni

La lingua ancestrale - 1

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04 Maggio 2015
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Studenti e insegnanti di una scuola canadese per l’insegnamento della lingua Cree


“Una lingua è una pietraia; è un antico fondamento cui ogni passante contribuisce il suo pezzo d’oro, d’argento o di  rame; è un monumento immenso cui ogni famiglia ha contribuito la sua pietra, dove ogni città ha eretto la propria colonna… Una lingua, in una parola, è la rivelazione della vita vivente, la manifestazione del pensiero umano, lo strumento sacrosanto delle civiltà e il testamento parlante delle società morte o vive.” (Frederic Mistral, 1830-1914, premio Nobel 1904)


Anche il nostro dialetto piemontese può elevarsi al rango di lingua; basta che in colui che scrive sia genuina la coscienza della dignità del linguaggio che adopera; basta che con l’amore e lo studio ne abbia capito a fondo la natura e abbia la voglia e la forza di accollarsi un lavoro di pazienza che, se può sembrare ridicolo, e però il solo che possa consentirgli di realizzare il suo sogno. (Pinin Pacòt, 1899-1964)


Parlo la mia lingua preferita perché è quello che sono. Insegniamo ai nostri bambini la nostra lingua, perché vogliamo che sappiano chi sono.” (Christine Johnson, Elder della Nazione  Tohono O’odham, amerindiana)


La lingua ancestrale è la lingua degli antenati. Chiunque essi siano: progenitori di grandi civiltà o di tribù seminomadi. Non significa “lingua dei selvaggi”, ma semplicemente la lingua che i nostri progenitori hanno parlato. Per diversi secoli. A volte per millenni. È anche la nostra più preziosa eredità.


L’Istituto Comprensivo “I. Murialdo” di Ceres (Valli di Lanzo) sta realizzando un progetto sperimentale per l’insegnamento della lingua francoprovenzale nelle scuole

Ce l’hanno tramandata dopo averla plasmata attraverso il tempo. È antica quanto la loro storia, moderna quanto la nostra capacità di aggiornarla. In essa vi sono i codici della nostra identità.

Tutti hanno avuto una lingua ancestrale, pochi hanno saputo conservarla. Meno ancora a tramandarla. Né le autorità didattiche si infervorano più di tanto per mantenerla, tant’è che la coscienza dell’identità territoriale e il ruolo della lingua ancestrale sono nozioni del tutto assenti dai curricula studiorum in Italia. Tra quelle lingue ancestrali e noi non si erge nessuna barriera temporale o culturale: molti di noi ancora parlano – e magari leggono e scrivono – una di queste lingue, anche se indebolite dalla desuetudine, sminuite dal riserbo e limitate dall’esiguo numero di argomenti trattati. Altri le stanno recuperando con la filologia, la lessicografia e l’attività letteraria, ricollocandole al posto che loro compete di pieno diritto e dimostrandone la totale idoneità a veicolare qualsiasi concetto o argomento, anche in chiave contemporanea.

Privarsi del termine “ancestrale” per definire una lingua radicata in un territorio equivale a non far valere la propria storia identitaria e a non far pesare, sulla bilancia delle politiche culturali, il diritto a conservare quanto ci è stato tramandato. Nel momento stesso in cui diciamo “ancestrale” spostiamo un’annosa diatriba dal “dialetto” alla “lingua storica”, dall’esigua lingua residuale – quale essa è oggi – alla doviziosa lingua del popolo che l’ha parlata lungo i secoli.


Una insegnante Navajo insegna la storia dei Clan Diné

Corrono due percezioni errate intorno alla parola “ancestrale”: primo, ritenere che “ancestrale” voglia dire “tribale”; secondo, che etichettandola come “ancestrale” la si stigmatizzi come lingua del passato remoto e – pertanto – destinata ad estinguersi.

Non è così che va interpretato il termine “ancestrale”.

“Ancestrale” è il primo attributo di ogni lingua. Ogni lingua storica, senza eccezioni, è stata e – in buona misura – rimane “ancestrale”. Il suo lessico di base è quello che rivela tutte le attività del suo popolo: ne documenta le vicissitudini e la civiltà. In virtù di questo, essa è unica e insostituibile. È specifica, è locale e universale, è altamente specializzata, è minuziosamente circostanziata ed è sempre ibridata (leggi “arricchita”) in seguito al contatto con altre lingue e con altri popoli.

Il lessico “metropolitano” – quello che le lingue nazionali accumulano con contributi dalle attività in tutti i campi delle arti e delle scienze – può e può anche non esserci (c’è, senz’altro, per le lingue nazionali, molto meno sovente per quelle regionali), ma quel che conta è il lessico e la struttura idiomatica di base. Se questi perdurano, ci si possono sovrapporre, all’occorrenza, consistenti strati di lessico specializzato, adeguandovi stile e sintassi, senza peraltro perdere la propria idiomaticità e specificità. Il problema si pone quando il superstrato scientifico o letterario oblitera del tutto il carattere originale, trasformando di fatto una lingua ancestrale in una lingua veicolare. In quest’ultima è ineccepibile la precisione, inesistente la vitalità. Per intenderci, le lingue veicolari hanno una loro insostituibile funzione da svolgere, ma non per questo si accantonano le lingue ancestrali, che pure adempiono – quando è loro concesso di farlo – una loro altrettanto vitale funzione.

Exempli gratia, la lingua di Far from the Madding Crowd (1874) di Thomas Hardy, presenta un savio, equilibratissimo superstrato letterario, ma non cede un grammo del suo impianto ancestrale ogniqualvolta viene data la parola ai personaggi du terroir, ai commoners. Uno strato presuppone l’altro. È lingua ancestrale e letteraria, il che non è una contraddizione, ma una naturale, moderna evoluzione del linguaggio ancestrale.


Una celebrazione tradizionale della Nazione Tohono O'odham, Arizona

L’intelligent English (la lingua che i computer capiscono e alla quale si debbono adeguare tecnici ed utenti) non ha nulla di ancestrale: veicola frasi-codice, non frasi-storia. Il superstrato letterario o scientifico non è dunque un elemento che possa distinguere geneticamente una lingua ancestrale da una lingua nazionale. Per quanto riguarda il superstrato tecnico-politico-scientifico, basti ricordare che molte delle lingue non ufficiali oggi occasionalmente utilizzate alle Nazioni Unite a New York, ancora all’epoca della seconda guerra mondiale erano lingue orali di popoli colonizzati, prive di qualsiasi terminologia dotta o scientifica.

Lessicalmente esse oggi tengono il passo con l’inglese e le altre principali lingue planetarie. Il lessico “metropolitano” può essere acquisito in brevissimo tempo per prefissazione, suffissazione, calco, imprestito, ampliamento semantico e neologia. Quello ancestrale, invece, richiede secoli. A volte millenni. E, comunque, non si improvvisa: o c’è, o non c’è.


Frederic Mistral (1830-1914), scrittore occitano, Nobel per la letteratura. Ha dedicato la sua vita alla riscoperta della lingua provenzale

Le lingue artificiali, come l’esperanto, il solresol, l’universalglot, il mundolinco, ecc., non saranno mai lingue ancestrali, lingue storiche, lingue idiomatiche. Sono dei codici e valgono nella misura in cui più individui accettano gli stessi codici. Mentre una lingua storica contiene in ogni sua parola il proprio passato, le lingue artificiali non veicolano né storia, né idioma.

Ma tra la pura ancestralità e l’evoluta “metropolitanità” esistono vari stadi intermedi: tutte le lingue si arricchiscono in vari modi, anche senza il salto improvviso nella contemporaneità. Sostenere che le lingue ancestrali non possono avere una gamma lessicale completa e aggiornata significa non solo non avere mai analizzato le lingue dei popoli, ma non aver capito la dinamica che accomuna tutte le lingue dell’umanità, piccole e grandi, passate e presenti.


Pinin Pacot (1899-1964), all’anagrafe Giuseppe Pacotto, è uno scrittore e poeta che ha scritto le sue opere quasi esclusivamente in piemontese. E’ stato definito “cantore della lingua piemontese e difenzore delle piccole patrie”

L’idea di che cos’è una lingua ancestrale non deve essere ricavata dal lessico residuale (cioè quanto rimane di una lingua ancestrale nei suoi ultimi stadi di vita), ma dal lessico di quelle che ancora possono avvalersi di locutori e di informatori competenti. Per il walserdeutsch, il provenzale alpino e il piemontese ne rimangono pochissimi. Per molte altre nessuno. Per alcune alla carenza di locutori supplisce la dovizia dei documenti, confermando il fatto che le lingue codificate non sono mai veramente morte.

Altra nozione errata è che esistano periodi di stasi nelle lingue, per cui una parlata rimarrebbe immutata in un luogo edenico e in un tempo idillico per un numero di secoli “puri”, fino all’arrivo di una lingua forte, che la contamina e la travolge. È la visione assurda di molti linguisti che non vogliono l’introduzione di neologismi per non spezzare quel magico stato virginale in cui si troverebbero queste lingue, isolate nello spazio e immobili nel tempo. Visione quanto mai irrealistica: ogni lingua esistente è stata “contaminata” e “travolta” innumerevoli volte, in un continuum spaziale e temporale senza soste, già ben prima dell’ultimo incontro con la cultura forte che l’ha fagocitata. Il problema vero è invece quello di stabilire fino a che punto la lingua residuale odierna rifletta e rappresenti quella ancestrale pristina, cioè fino a che punto il lessicografo debba occuparsi degli italianismi plateali (o dei gallicismi, iberismi, anglicismi, ecc.) come facenti oramai parte integrante del tessuto lessicale di quella determinata lingua o ignorarli, tracciando una linea temporale ante quem un termine è autentico, post quem no. Senza un concetto chiaro di che cos’è una lingua ancestrale anche scienze come la dialettologia rischiano di assumere configurazioni contraddittorie. Non è chiaro infatti se questa disciplina contempli come suo fine ultimo la lingua ancestrale in tutta la sua estensione diacronica, diatopica e diastratica (e quindi si senta investita del compito di ricostruirla), oppure lo studio delle lingue residue, etichettate come “dialetti”, senza mai appurare se prima di diventare tali erano state lingue totali o se invece siano sempre state lingue mutile. Soprattutto, se prendere in considerazione le opere letterarie, a volte copiosissime in alcune di queste lingue – e dunque prendere atto di un lessico molto più vasto di quello orale – ovvero ignorarlo e basarsi esclusivamente sulla dialettalità residua.


La scuola di Quimper (Bretagna) per l’insegnamento della lingua bretone

Nell’uno, come nell’altro caso, ignorare la vera natura delle lingue ancestrali equivale a supporre che queste non abbiano mai posseduto una panoplia lessicale con parole astratte o termini specializzati. Se ne apprezzano con bonomia e compatimento la “genuinità” e la “spontaneità”, ma se ne sottolinea con supponente sicurezza la non idoneità ad esprimere concetti astratti e fini nuances semantiche (o a ridicolizzarle se le si impiegano per fini poetici o scientifici).

Tanto per fare un esempio di cosa può esprimere, in concetti astratti, una lingua ancestrale, citiamo qui di seguito un brano tratto dalla leggenda della creazione del mondo da parte di una nazione amerindiana, ora quasi del tutto estinta, i Delaware (quelli che hanno dato il nome all’omonimo stato americano). Il brano è stato codificato verso la fine del Settecento:


Canto della creazione (Delaware)


In principio le grandi acque ricoprivano dovunque la terra.

E al di sopra delle acque v’erano spesse nubi e sopra di esse aleggiava il Grande Spirito.

Primo Essere, Essere eterno, invisibile, lo Spirito Creatore.

Creò le grandi acque e da esse emersero le terre, l’aria, le grandi nubi e il cielo immenso.

Poi fu la luce e venne il sole, la luna e le stelle. Ed egli le mise in moto.

Poi, dalla sua grande potenza, fece soffiare i venti purificatori e scorrere le acque e nella luce nuova emersero le terre e le isole.

E il Creatore fece gli Spiriti ovvero i Realizzatori.

E vennero i primi esseri e gli angeli e gli spiriti. Poi fu la volta del primo uomo, il padre di tutti gli esseri umani.

E mise accanto a lui la prima donna, madre del primo nato.



Disegno nativo americano raffigurante un Anziano che insegna la tradizione ai ragazzi Apache

No, non è una traduzione o un adattamento dell’incipit del Genesi. È una trascrizione (il testo completo è molto più lungo del brano succitato) della credenza di quel popolo circa l’origine del mondo (gli indiani nordamericani erano monoteisti e veneravano un solo Essere Creatore, il Grande Spirito, Mani-Tu). Come si legge, accanto al sole, alla luna e alle stelle, vi era anche il Primo Essere, Essere Eterno, invisibile, Spirito Creatore, un concetto astratto, teologico per eccellenza. Questa lingua non ha nulla da invidiare all’ebraico biblico o al greco della Septuaginta. E così è per innumerevoli altre lingue dei popoli.

Ma nel mondo neolatino, in Italia soprattutto, vigeva e vige l’horror dialecti, l’orrore per le lingue dei popoli, ritenute incapaci di veicolare sentimenti o concetti superiori. Da qui – all’epoca di Lutero, e già nei secoli precedenti e poi in quelli successivi – il divieto di tradurre la Bibbia nelle lingue ancestrali e il diniego – oggigiorno – di lasciar entrare i “dialetti” nelle scuole e nelle chiese. Lutero ha dimostrato cosa può fare in teologia una lingua del popolo; Mistral, Singer, Mahfuz, Pacòt, Olivero quello che si può farne in letteratura. Eppure gli educatori italiani continuano a credere che bisogna redimere indigeni e dialettofoni, inducendoli ad obliterare dalle loro menti le lingue “tribali” e ad adottare in loro vece la lingua “superiore”, la sola che permetta di pensare, di concepire, di formarsi dei concetti filosofici o scientifici, di adire alla cultura e al dialogo con altri eletti. La “lingua” insomma come gramatica, sostituendo al latino l’italiano, unici veicoli verso l’alfabetizzazione e l’educazione alle belle lettere e alle scienze, mentre il “dialetto” è un linguaggio da indotti, da rozzi, che confonde, contamina e diseduca.

Nulla di più storicamente e linguisticamente errato.


1 – Continua


Sergio Maria Gilardino, Linguista e docente di letteratura comparata all’Università di Montreal (Canada)

Antonella Marotta, Responsabile delle ricerche bibliografiche sul multilinguismo canadese e sulle culture amerindiane


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