Esoterismo

I Poveri di Lione

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17 Ottobre 2011
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La statua di Valdo di Lione, che si trova a Worms (Germania)

I Valdesi furono i primi riformisti della Storia


Forse attingendo al senso di libertà della loro antica anima celtica, quelli che sarebbero stati conosciuti come i Poveri di Lione furono i primi (XII secolo, ben prima della Riforma a cui in seguito aderirono) a rivoltarsi contro la Chiesa, e quindi anche i primi ad esserne perseguitati. Ancora attingendo al celtismo, in particolare al suo profondo filone spirituale, si può far luce su un fatto che accadde al protagonista e da cui non si trassero probabilmente le dovute conseguenze ma che nondimeno non poté non essere riportato, dato l’eclatante impatto sul piano della percezione individuale.

Siamo in Val d’Angrogna a fine Seicento, nel periodo critico dopo l’impresa nota come la Grande Rentrée e l’accettazione di costoro che oramai erano considerati eretici (irrilevanti le questioni dottrinali) da parte dei Savoia, almeno sulle parti alte delle loro valli. La Chiesa pensava ancora di sterminarli, avendo come alleati nell’impresa quali potenti di turno proprio i Savoia, e i loro satelliti, tra cui si distingueva il marchese di Luserna (ai piedi della Val d’Angrogna).

Ma occorrerà ripercorrere brevemente la storia delle persecuzioni di questi Poveri di Lione, che ingenuamente avevano creduto di trovare definitiva ospitalità in certe valli impervie, e pertanto quasi disabitate, del pinerolese.

A condurveli dopo varie peripezie fu Pietro Valdo, il ricco mercante che si era convertito alla causa, da cui presero il nome storico di Valdesi. Il territorio interessato comprendeva l’alta Val Chisone, la Val Germanasca e soprattutto la Val Pellice, con La Tour (attuale Torre Pellice) come capoluogo, in aggiunta alle numerose sottovalli e valloni delle medesime. Angrogna è una sottovalle della Val Pellice. Per fare un favore alla Chiesa, i Savoia però pensarono bene di imprigionarli, tutti, disseminandoli nelle loro varie prigioni sparse per il Piemonte. L’esperienza fu così marcata nell’animo dei Valdesi che, quando in seguito poterono ritrovarsi, facevano riferimento a se stessi non, quale esempio di nomi tipici, come a Jan Coïsson della borgata Odin della Val d’Angrogna ma come a Jan Coïsson della prigione di Saluzzo.


Un disegno antico raffigurante l’assassinio dei bambini valdesi . A Torre Pellice, nel 1655, alle 4 del mattino suonarono le campane del castello di Torre Pellice, per i soldati era un segnale di morte: migliaia di Valdesi vennero svegliati bruscamente e uccisi brutalmente. Nel massacro, conosciuto come le "Pasque piemontesi" o la "primavera di sangue", circa 6.000 valdesi trovarono la morte.

Successivo stadio della persecuzione fu l’invio di tutti i Valdesi presso i cantoni svizzeri e tedeschi che, in base alle affinità di vedute, avevano deciso di accettarli. Fu sempre forte, nonché tangibile, il senso di fratellanza tra questi perseguitati di quella che potremmo definire Proto-Riforma. Si può notare come già allora, al nord delle Alpi, si respirasse un’aria di maggior libertà. Prese così corpo una specie di diaspora, che durò fino al 1689, l’anno della Grande Rentrée o Glorioso Rimpatrio.

I Valdesi in effetti non avevano mai smesso di considerare le loro valli pinerolesi quale loro patria. Il pastore Henri Arnaud, definito uomo di fede ma volentieri anche di spada, autore tra l’altro del bel libro La Grande Rentrée, tentò allora l’impossibile: condurre il suo popolo dal cantone di Ginevra, a piedi e armato alla bell’e meglio ma soprattutto di fede, fino alle terre avite. Con provviste sì di denaro, ma sotto il tiro prima dei francesi del Re Sole e poi dei piemontesi dei Savoia.


L’albero, simbolo della comunità valdese

L’impresa sarà giudicata da Napoleone, che di queste cose se ne intendeva, quale una delle grandi imprese militari della storia. Due furono notoriamente i momenti che avrebbero potuto azzerare il tutto: il passaggio del ponte di Salbertrand, in alta Val Susa, e il rinvenimento miracoloso in pieno inverno di un campo d’avena nelle sperdute montagne della Balziglia. A Salbertand c’erano al di là, dalla parte della montagna, i fanti regolari dell’armata francese, al di qua in salita i Valdesi armati più che altro di zappe e roncole. Ebbene, tanto poté l’ardore che passarono le zappe e le roncole.

Alla Balziglia, vallone della Val Germanasca, dove si erano rifugiati dopo il fatto di Salbertrand, c’era la neve e mancava oramai il cibo. Un giorno si sollevò un vento caldo, che spazzò la neve da un pendio sotto cui comparve il campo d’avena. Il fatto fu attribuito al loro dio, quello dei cristiani, che poi era lo stesso dei francesi e dei piemontesi, ma soprattutto ebbe sulla gente un impatto emotivo tale che nel suo libro lo stesso Arnaud, che non era uomo di penna, nel descriverlo si trasforma in poeta. Ora i valdesi sono dunque a casa, chi in questa o in quella valle, ed anche Jan Coïsson è rientrato in Val d’Angrogna, o Engreunha, come dicono loro in modo pressoché impronunciabile.

Le varie peripezie, vissute per giunta in maniera comunitaria, hanno un po’ mandato sullo sfondo quei crucci o tragedie personali, che in tempi comuni sogliono invece assorbire al completo le energie d’un individuo. Faremo dunque solo un accenno al grande dolore, più o meno nascosto, di Jan per l’amatissima moglie Margrita, la bella che faceva girare più d’una testa, probabilmente andata dispersa ma che egli spera ancora di ritrovare. Ora ci sono le baite da rimettere in sesto, i tetti da rifare dopo le devastazioni e gli incendi, i campi da preparare per le semine. Ma gli uomini del marchese di Luserna salgono sempre più in forze dal basso, determinati a scovare i sentieri alti per cui si muovono i Valdesi da una parte all’altra della montagna.


Nient’altro che il rumore dell’acqua


Combattenti valdesi

In Val d’Angrogna la Controriforma picchiò duro, data la vicinanza ai capisaldi cattolici della bassa Val Pellice. Volentieri il marchese di Luserna, intelligente e determinato, si metteva lui stesso alla testa dei suoi uomini, e dall’alto i valdesi lo osservavano salire col suo bel passo lungo i sentieri. Non c’è paragone più stridente tra chi fa la guerra con la pancia piena e chi invece lotta davvero per la sopravvivenza. Come punto d’appoggio i valdesi non disponevano che di ciò che avevano trovato delle loro borgate devastate, in una delle quali era situata anche la baita di Jan, col suo fienile e ancora un po’ di fieno stagionato. Lì aveva portato la sua Margrita, l’ambitissima dalle lunghe gambe bianche e flessuose, che quella notte dovevano aver occupato i pensieri di praticamente tutti i maschi della valle. Questo era uno dei peccati che molti uomini si rimproveravano di nascosto tra sé e sé, peccato probabilmente tra i più gravi (contro il IX comandamento), il quale sommato a tutti gli altri doveva far sì che le loro persecuzioni non fossero ancora finite. Ma quali maggiori meriti, davanti allo stesso dio, avevano di grazia il marchese ed i suoi uomini? Quando metteva insieme le traversie passate col suo cruccio interiore, Jan proprio non ne veniva a capo.

A guardare un po’ dall’esterno, bisogna dire che questi dei delle grandi religioni (tra cui il cristianesimo) sono Dei tremendi. A differenza infatti della dea Atena, ad esempio, che si curava per l’appunto di Atene ma non anche di Sparta, o del sommo Giove, che aveva a cuore la gloria di Roma ma non certamente quella di Cartagine, essi si prendono cura di varie nazioni e di un sacco di gente diversa; a parole, perché nei fatti in base a una graduatoria di meriti (ad es., andare a messa per i cattolici, qualcos’altro per i valdesi, per tutti sperare nell’oltretomba e non guardare le donne degli altri) finiscono col favorire ora gli uni ora gli altri. Ovviamente sempre a scapito di qualchedun altro, come minimo con gran disorientamento generale.

Ultimamente, grazie a qualche imboscata di successo, le cose si erano un po’ riequilibrate a favore dei valdesi, dei quali più d’uno aveva allora cominciato a pensare che il comune dio avesse iniziato a guardare benevolmente dalla loro parte (salto della quaglia, come si direbbe oggi in gergo parlamentare?). Riuscivano a catturare qualche uomo isolato e gli intimavano: “Dì Engreunha”, e se quello sbagliava, il che significava che non era nativo della valle d’Angrogna, gli tagliavano la gola. Ma è chiaro che altri erano i motivi, in quella situazione disperata, del loro perdurante non soccombere. Il pastore Arnaud, del cui volto si vedeva ormai più solo il naso e gli occhi infuocati, continuava senza posa a girare per il suo sostegno spirituale da una borgata all’altra.


Un rito valdese dei nostri giorni, officiato da una sacerdotessa

La coesione era totale. C’era poi la conoscenza della natura, in questo caso della montagna, maturata in secoli di abbarbicamento consapevole. Sapevano ad esempio ritrovare le castagne che la neve aveva solo sepolto, in certi avvallamenti. La legna non mancava; soltanto dovevano stare attenti a non accendere nelle giornate terse, al fine di non farsi localizzare dalla presenza del fumo. Soprattutto erano abilissimi nel muoversi, con o senza sentieri, il che tra l’altro consentiva loro di scendere con precauzione a valle per qualche rifornimento (fortunatamente avevano denaro), laddove il marchese per spostarsi aveva sempre bisogno, che piacesse o meno al suo orgoglio, per l’appunto d’un sentiero. Gli uomini della montagna sanno infatti camminare col piede per traverso, senza problemi, riuscendo di volta in volta a collegare i vari punti in modo ottimale, spesso dunque, se si passa per quella linea una sola volta, senza addirittura lasciare traccia.

Quella volta però, dopo l’ennesimo tentativo in mezzo ai boschi, gli uomini del marchese avevano visto giusto, e con un’azione a sorpresa avevano tagliato in due il gruppo di valdesi la cui presenza avevano subodorato. Jan venne a trovarsi in uno di questi tronconi, spinto dagli inseguitori verso l’alto. Sentiva gli spari avvicinarsi, col pericolo reale di finire tutti quanti in mano nemica. Il pastore che era con loro (non Arnaud) cominciò a prendersi cura delle persone.


Corteo valdese

“Andando su, sempre su, ad un certo punto – riporterà Jan – arriviamo sotto gli ultimi castagni, allorché il pastore s’inginocchia e comincia pregare Oh Seigneur, oh Seigneur.” Jan e gli altri per forza si fermano, le gambe tremanti, mentre gli spari s’avvicinano. Ma il pastore continua, con loro in piedi all’intorno. Finalmente si alza, e loro gli vanno dietro, su per il vallone che si fa più stretto tra i roccioni, finché arrivano a una cascata. Qui non ci sono più alberi a copertura, ma solo arbusti. Per giunta quel pomeriggio invernale è maledettamente terso. Da questo punto, per davvero, non sanno più da che parte dirigersi.

Qui il pastore s’inginocchia di nuovo e questa volta, assieme agli altri, s’inginocchia anche Jan. “E mentre il ministro prega – sono sempre le sue parole -, ascolto la cascata e non penso che al rumore dell’acqua e sento il cuore che mi batte forte, ma non ho più paura”. Nessuna immagine dunque del dio inchiodato alla croce, ma la mente che viene pervasa e poi prende a seguire naturalmente questa musica dell’acqua. Se c’è di mezzo una soglia, varcata la quale si aprono orizzonti inaspettati, si può supporre che essa sia data da una sorta di tacitazione psicofisica dovuta alla fatica, allo stremo della forze. Se gli uomini non sanno respingere da sé le nubi – è il caso di dire – la natura fa a volte per loro!

Dopo tale esperienza, dopo l’incontro con la cascata Jan dunque non ha più paura. Probabilmente non ha neanche più pensieri, in uno stato percettivo da cui evidentemente qualcosa sgorga se egli, che non era mai stato in quel luogo e non aveva mai fatto il capo in vita sua, un po’ scivolando sull’erba bagnata si sente sicuro di indicare la direzione d’uscita: “Per di qua!” Dopo un centinaio di passi, puntando di nuovo verso il basso in direzione dei castagni, eccovi sopraggiungere l’altro gruppetto di valdesi da cui si erano separati.

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