| Recensioni e Personaggi |
Leggere rende liberi |
|
| 07 Luglio 2026 | ||||||
da Gesù a Snoopy…
Nel mio spettacolo teatrale “Inganni e Misteri della Storia”, tra gli altri, tratto di un fatto che tutti sembrano conoscere, e in cui invece tutti cascano nell’inganno. Più o meno come accade nel recente “Il Romanzo del Piccolo Messia” (Solferino Editore) che ho scritto insieme al triplo premio Oscar Vittorio Storaro e da cui è stata tratta la sceneggiatura, sempre scritta a quattro mani, per un film di prossima produzione. Intorno alla metà dello spettacolo, inizio a dialogare con gli spettatori facendo loro una prima domanda. Qual è l’uomo, la cui vita è stata storicamente accertata, nato intorno al 25 dicembre? Non è facile rispondere - così dice - senza un piccolo aiuto: la sua nascita venne in qualche modo annunziata da una cometa. Aggiungo ancora di non rispondere e rilevo che nonostante la sua povertà, vennero alcuni re sacerdoti a omaggiarne la nascita, che nel corso della sua vita ebbe intorno alcuni discepoli e che nel rito religioso da lui creato il suo sangue si trasformava in vino e la sua carne in pane. Tra il pubblico risatine, ammiccamenti, qualche perplessità, ma alla fine qualcuno pronuncia ad alta voce il nome di Gesù. Pausa. E la risposta è: sì, anche. Perché tredici secoli prima della sua nascita un altro personaggio era venuto al mondo con le stesse sue caratteristiche. Mitra. Un uomo divenuto divinità, dio della luce, simbolo di amore, di amicizia e di giustizia cosmica. Venerato dai romani soprattutto nel I secolo d.c., dal momento in cui vennero in contatto con le popolazioni indoiraniche.
Quando la religione cristiana, fondata non da Cristo, ma da Paolo di Tarso, venne dichiarata la religione ufficiale dell’Impero Romano con l’Editto di Tessalonica nel 380 (l’editto di Milano di Costantino nel 313 l’aveva resa solo “favorita”), nei successivi anni avvenne per Mitra la c.d. damnatio memoriae: tutti i suoi templi vennero rasi al suolo (pare che a Roma ve ne fossero più di 300) e i libri che parlavano di lui, bruciati. Si salvarono solo i mitrei sotterranei, i suoi principali luoghi di culto, dove i primi cristiani si rifugiarono per sfuggire alle persecuzioni. Tutto questo avvenne per evitare che il popolo facesse confusione tra Gesù e Mitra, in cui il primo sembrava proprio avesse copiato i rituali del secondo. Di Mitra si ricomincia a parlare nel XX secolo, nel primo congresso internazionale svoltosi a Roma nel 1960. Ma questa sparizione ha tutt’oggi uno strano epilogo, perché i vescovi cattolici durante funzioni liturgiche solenni portano in testa un copricapo che si chiama mitra. E che assomiglia in modo devastante al cappello di Mitra che ancora oggi si può vedere nelle poche raffigurazioni rimaste. Un caso? Nella Chiesa nulla avviene per caso, quello sembra piuttosto un memento, un ricordare nelle grandi occasioni l’antico antesignano di Gesù. Questa precisazione storica nulla ha a che fare con la fede. Mescolare la realtà storica con la fede è un errore che a suo tempo la Chiesa fece, come nel caso di Giordano Bruno o di Galilei. La comparazione di Gesù e di Mitra, che è di un’evidenza non contestabile, e che aiuta a dare alla storia almeno una parvenza di verità, fa parte di un processo di conoscenza che si può notare nel Romanzo del Piccolo Messia. Perché nulla si sa sul reale rapporto di amore che esisteva tra Maria e Giuseppe (Myriam e Yosef in ebraico). Che non era certo il vecchio incanutito degli affreschi: era necessario all’epoca rappresentarlo in quel modo per “garantire” agli uomini, ignoranti e analfabeti, che guardavano le pitture che non potesse esserci alcun dubbio sulla verginità e sulla castità di Maria. Ma non era così: all’epoca del suo matrimonio, Giuseppe non poteva avere più di 40 anni, un uomo maturo, forte e prestante, non certo un vecchio. Per questo motivo, per la forza del suo rispetto carnale per Maria, è chiamato dalla Chiesa stessa il Santo dei Santi. Di più: sulla vita del Messia fino ai dodici anni non vi sono che scarne notizie, e sul viaggio in Egitto non si conoscono i motivi di quella destinazione. Potevano andare da tutta altra parte. E nulla viene detto sui rapporti tra Giovanni (Yohanan) e suo cugino Gesù (Yeshua).
Tutti fatti ed episodi che il nostro romanzo svela, alla luce anche di scritti copti coevi dell’epoca e di quanto raccontato nei vangeli apocrifi. Ricordando che apocrifo non significa sbagliato o falso, ma semplicemente (dal greco apokrupto) “da tenere nascosto”. Non a caso uno dei massimi plausi alla nostra scrittura è venuto da don Davide Milani, in una bellissima lettera in cui ha scritto che il Romanzo del Piccolo Messia finalmente fa comprendere verità nascoste, un libro che tutti dovrebbero leggere, credenti e non credenti, e in cui viene giustamente riconosciuto il valore dei vangeli apocrifi. Ma uno scrittore che ama in modo appassionato scavare nella storia, trovarne le falsità e svelarle (ricordiamo la differenza sostanziale tra rivelare e svelare: nel primo caso io metto due volte, ri-velo, un velo su un fatto e poi dico che cosa c’è sotto; nel secondo caso tolgo semplicemente il velo dal fatto e lo mostro per quello che è), non poteva esimersi dallo scavare anche nei meandri della psiche umana. E lo ha fatto con un secondo romanzo che ha seguito di poco il precedente del Piccolo Messia, “Gli Orologi di Sen” (Morellini Editore). Un viaggio onirico, trasgressivo, ironico e drammatico nella mente di un uomo all’apparenza tra i più normali. Di quelli che s’incontrano in ufficio, in un bar, in una cena tra amici. La follia si nasconde dietro ogni persona, o è solo il folle che può comprendere il mondo. Il romanzo è nato dal ricordo di un vecchio film degli anni 40, “Sogni Proibiti”, interpretato da uno straordinario Danny Kaye. Un uomo mite, Walter Mitty, in cui i suoi sogni di gloria diventano realtà. È a lui che si ispirò Charles Schulz quando il suo Snoopy indossa sciarpa e occhialoni e diventa il pilota della I guerra mondiale e combatte contro il Barone Rosso. E anche in questo caso il sogno diventa realtà quando la sua cuccia è colpita dai proiettili. Alla fine, due romanzi del tutto diversi tra loro, ma uniti da una penna che si riconosce subito. Contro ogni forma di ortodossia letteraria, in cui scrittori che avrebbero anche la capacità di saper scrivere e comunicare, e si piegano alle sofferenti richieste degli editori di ripetere le loro storie e i loro personaggi in un loop gratificante solo dal punto di vista economico, io rivendico la libertà della scrittura. Rivendico il diritto di ogni lettore intelligente di non essere perseguitato dalla noia delle ripetizioni, ma di poter riscoprire, insieme agli scrittori che sono tali e non esercitano solo un mestiere, il gusto della novità e della diversità. Sempre con un tocco di leggerezza e di ironia, per vivere meglio. Ma qualunque sia la scelta tra generi di romanzi, comunque è sempre meglio leggere. Perché se si legge, si riflette e se si riflette si possono fare scelte consapevoli e di conseguenza libere. E quindi, LEGGERE RENDE LIBERI. Carlo Adolfo Martigli, pisano, 1951, è artista poliedrico: scrittore e saggista dalle diverse ispirazioni, collaboratore editoriale, eccellente divulgatore, profondo conoscitore di storia antica e moderna, sceneggiatore e autore teatrale e cinematografico. Le sue opere sono state tradotte in 23 lingue e hanno venduto nel mondo più di due milioni di copie. Nel 2009 è arrivato al grande successo internazionale con il thriller storico “999. L’Ultimo Custode”. |