Mitologia

Bacco, dio delle vigne

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15 Giugno 2015
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Menhir trovato nella collina di Busca (Cuneo)


Il culto di una divinità molto famosa, di origine anatolica e assai probabilmente lidia, risulta entrato nella Sardegna antica e addirittura allunga le sue propaggini nella Sardegna attuale: Bacco, il dio del vino.

Oltre che sicuri ritrovamenti archeologici relativi a questo dio, molto notevole è in Sardegna la venerazione di uno strano santo cristiano, Bakis (latinizzato in Bachisius), del quale non si trova alcuna notizia nel Martyrologium Romanum. Esso dovrebbe corrispondere a uno dei tre santi che dalla Bibliotheca Sanctorum sono ricordati col nome di Bacco e che sarà arrivato in Sardegna durante la dominazione bizantina. Senonché, per ragioni linguistiche e per ragioni etnografiche si intravede abbastanza chiaramente che la figura e il nome di questo santo cristiano si sono inseriti e fusi sincretisticamente con quelli del precedente dio pagano del vino.

Sul piano linguistico infatti c'è da precisare che il nome sardo Bakis non corrisponde esattamente alla forma greca né a quella latina del nome di Bacco, mentre corrisponde meglio alla forma lidia “Baki”. Ed anche i suoi diminutivi sardi, Bakilli, Baghilli, Bakkillodde, corrispondono esattamente al lidio bakillis «bacchico», con un suffisso che sicuramente è anche tirrenico e protosardo.

Sul piano etnografico innanzi tutto molto notevoli e perfino stupefacenti sono alcune raffigurazioni che si trovano nella chiesa di Bolotana (NU) dedicata al suo patrono santu Bakis e terminata appena nel 1594: sulla facciata esterna e anche nei capitelli dei pilastri interni si trovano in bassorilievo figure di danzatori, uomini e donne, e i maschi hanno i genitali scoperti.

Oltre a ciò, al culto di santu Bachis è connessa la credenza di donne che sarebbero possedute o invasate dal santo e come tali sarebbero considerate e visitate dalle altre donne con devozione; ed è un ricordo abbastanza evidente delle Baccanti o Menadi possedute o invasate dal dio Bacco.


Ma ancora più interessante e quasi incredibile era un'usanza documentata fino a poco più di 50 fa in alcuni villaggi della Barbagia (Olzai e Mamoiada): in occasione dell'impianto di una nuova vigna, al quale venivano invitati tutti i parenti e amici del padrone, costui, alla fine della giornata di lavoro, veniva preso di forza e sottoposto anche a grossolani scherzi a carico dei genitali. Dopo, legato strettamente e adornato di edera, di foglie di altre piante e di fiori campestri, veniva trascinato a casa sua, dove la moglie procedeva al "riscatto del prigioniero" con una prima offerta di vino e di dolci ai sequestratori. La festa poi terminava con una abbondante cena fino a tarda notte con canti e risa. Ebbene, in questa usanza è facile trovare stringenti connessioni col racconto del rapimento del giovane Bacco da parte di pirati “tirreni” (non si trascuri questo particolare!), racconto tramandato dallo pseudo-omerico Inno a Bacco, nel quale si ha pure la più antica citazione dei Tirreni. Anche in questo racconto infatti risulta che da una parte Bacco viene preso a forza e legato strettamente all'albero della nave, dall'altra i pirati tirreni procedono al rapimento in vista di un "riscatto" da chiedere ai genitori del rapito. La sua liberazione poi avviene con una serie di prodigi, quando i legami che lo avvincono all'albero della nave si mutano in tralci di vite e di edera e in fiori.

Infine è notevole un bronzetto nuragico rinvenuto a Ittiri (SS) che raffigura un individuo col fallo eretto (itifallico) e che suona il flauto doppio, di probabile origine lidia, simile alle launeddas sarde, l'antichissimo flauto triplice: si tratta chiaramente di uno dei Satiri o Sileni, pur’essi itifallici e suonatori di flauti, che facevano parte del corteo di Bacco. La presenza di questi esseri mitologici nella Sardegna antica è probabilmente confermata anche dal toponimo odierno Silenu di Ploaghe (SS).


Simbologia della Vite

Narra un mito greco che quando la vite non aveva ancora un nome, si arrampicava sugli altri alberi formando una foresta vegetale, da cui sgorgava il succo dei suoi frutti.

Un giorno un serpente si arrampicò, trangugiandone i grappoli, ma alla vista di Dioniso fuggì. Il bambino Bacco si ricordò allora degli oracoli di Rea e decise di ricavarne una bevanda. La presenza di Rea, allude alla grande dea di Creta, che regnava su piante e animali, colei che aveva ricomposto il corpo smembrato di Dioniso.

Già i Sumeri adoravano la Dea Vite o Madre Vite, credenza riflessa nella Saga di Gilgamesh in “Sabitu“, la “donna del vino” alla quale chiederà di indicargli la strada per l’immortalità.

Nel XIII secolo dopo Cristo, esisteva già una formula per scongiurare la morte, come emerge da una fonte araba: “Oh, madre del grappolo, perdonaci! il grappolo è morto! Noi non lo sapevamo!”.


Sempre nel Vicino Oriente, esistevano altri due Signori dei grappoli: Orotalt e Dulukbaba, predecessore dello Iuppiter Dolichenus. “La figura di un dio dei grappoli e del vino era presente anche nel vicino Oriente. Lo stesso Erodoto ricorda che gli Arabi lo adoravano come Orotalt e affermavano di imitarlo nel taglio di capelli.)”. "...Essi (gli arabi) credono in altri dei eccetto Dioniso e Afrodite Celeste, e dicono che portano i capelli come Dioniso fa il suo, tagliandolo attorno alla testa e la rasatura dei templi. Lo chiamano Dioniso, Orotalt , e Afrodite, Alilat..." (Erodoto - Storie III:38).

Presso gli Ittiti si chiamava invece Dulukbaba. Ma senz’altro la divinità a noi più nota è il greco Dioniso. Un culto il suo, badate bene, che ha però un origine cretese.

Nell’isola sono infatti state rinvenute tracce di un diffuso culto del vino connesso a quello del toro, l'animale che è uno dei simboli di Dioniso che giungeva alle sue fedeli con “impetuoso piede di toro”: le sue baccanti che, durante le cerimonie, invase dal dio, ne invocavano e cantavano la presenza riproducendo il mitico corteo di sileni, satiri e ninfe. E questo avveniva più volte all’anno perché il ciclo delle celebrazioni in onore del Dio aveva tre momenti, che allegoricamente richiamavano la sua nascita, morte e resurrezione. Si iniziava a dicembre con le dionisie rurali in cui si assaggiava e mesceva il vino. Poi a gennaio si svolgeva nell’agorà di Atene la cerimonia della nascita del vino che richiamava la nascita di Dioniso dalla coscia di Zeus. E in primavera si celebravano le Anthesteria, tre giorni in cui si ricordava il suo ritorno dagli inferi: secondo una leggenda Dionisio fu infatti fatto a pezzi e le sue membra bruciate, ma da quelle ceneri crebbe una pianta, la sacra vite appunto. I cui frutti noi ancor oggi gustiamo.

La vite era considerata anche l’Albero della conoscenza per cui la Mishnah, afferma che essa era quello della conoscienza del bene e del male. Credenza, tramandata sincretisticamente nel mandeismo, dove il vino è l’incorporazione della scintilla divina, della sua sapienza e purezza.


Il culto greco della vite dionisiaca era di origine cretese: il dio informa l’energia della natura e la intensifica al massimo grado, la spinge oltre la soglia del visibile, della differenziazione fra conscio e inconscio, fra individuale e cosmico. Dioniso è l’esperienza indicibile della totalità. La sua epifania scatena l’orgiasmo che porta a una liberazione dai vincoli dell’individuo empirico e questo nuovo stato viene detto mania, follia. Cantando e danzando l’uomo si manifesta come membro di una comunità superiore: ha disimparato a camminare e vola in cielo danzando o dondolando, come nel giorno delle Brocche delle Antesterie. Dondolarsi sull’altalena era un rito che simboleggiava l’avvicinamento al cielo, al sole e alla luna: un mezzo per entrare nella dimensione dell’estasi dionisiaca.

Ma Dioniso è anche colui che viene sacrificato, il fanciullo innocente, la vittima e colui che rinasce. Il suo culto ebbe come primo centro di irradiazione un villaggio tra i monti dell’Attica, Ikarion, che allude al nome del primo mortale a produrre il vino.

Quindi, il ciclo della vite e del vino era, nella Grecia antica, l’allegoria di Dioniso, della sua nascita, morte, resurrezione.

Eppure, prima ancora che questo culto giungesse in Grecia, si raccontava che un cacciatore di nome Oresteo era arrivato in quella regione per conquistare un regno. La sua cagna partorì un ceppo, che egli fece seppellire, ma in quel punto spuntò la vite!.

In realtà Oresteo sarebbe Orione e la sua cagna la stella Sirio, colei che porta la canicola e fa maturare i frutti, mentre il Sole spandeva nell’aria, “la luce pura della piena estate“, luce dionisiaca.


Nel simbolismo giudaico e cristiano

Secondo Mircea Eliade, la vite era l’espressione dell’immortalità mentre il vino è espressione della gioventù e della vita eterna.

La vite-archetipo è composta di acqua all’interno del suo tronco, mentre le foglie sono formate da “spiriti della luce” e i suoi nodi sono “granelli di luce”.

Nell’Antico Testamento si narra che durante la marcia per la Terra promessa, Mosè inviò alcuni esploratori verso il paese di Canaan. Questi vi tagliarono un tralcio con un grappolo d’uva che trasportarono in due reggendolo su una stanga. Quel grappolo sospeso per i cristiani divenne la profezia del Cristo: il grappolo sospeso al legno della Croce, il cui sangue diventa bevanda di salvezza per quanti credono. Nel Nuovo Testamento è lo stesso Cristo a definirsi vite, quando dichiara: “Io sono la vite e il Padre mio è il vignaiolo”. Il pane e il vino, cioè il succo della vite, non hanno per i cattolici valore simbolico, ma sono il Corpo e il Sangue del Figlio di Dio incarnato.

Al vino che si fa sangue del Cristo pare alludere Mosé nell’Antico Testamento, quando, aspergendo il popolo con il sangue dei giovenchi sacrificati, dice: “Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!”.


Frase profetica che si capirà con l’apparizione dell’Agnello sacrificale della Nuova Alleanza. Perfino nella tradizione musulmana, nel Corano si legge: “i giusti berranno un vino raro, sigillato dall’effluvio muschiato. Prima che in questo mondo vi fosse un giardino, una vite, dell’uva, la nostra anima era ebbra di vino immortale, la bevanda dell’Amore divino, poiché quest’amore genera l’oblio completo di tutto ciò che esiste al mondo”.

La vite nel Medioevo ha evocato anche il simbolo della Madonna; nella Genesi, il capo- coppiere del faraone descrisse un suo sogno a Giuseppe: “…ecco mi stava davanti una vite, e in quella vite vi erano tre tralci, e non appena essa cominciò a germogliare, subito apparvero i fiori, e i suoi grappoli portarono a maturazione gli acini”. La vite, così si chiama per la sua forza (vis) di mettere presto radice e Maria, era radicata nell’amore di Dio e fu allacciata a Cristo-vera vite. Nell’Ecclesiastico Maria aveva detto di sé: “Io sono come la vite, ho prodotto un frutto di soave profumo”. In che modo la Vergine ha generato il Salvatore? Come il fiore della vite produce il profumo, in modo incorrotto. I tre tralci, rappresentano il saluto dell’Angelo, l’intervento dello Spirito Santo e l’ineffabile concepimento del Figlio di Dio. Nelle allegorie rinascimentali la vite è simbolo di allegria, aiuto coniugale e amicizia, oltre che del mese disettembre in cui si raccolgono i suoi frutti.

Il vino rientra da sempre nella farmacopea, per le sue proprietà eccitanti e le sostanze contenute. La vite chiaramente è una pianta solare, tuttavia avverto nella sua natura anche Nettuno e la Luna, dato che l’estasi ha poco a che vedere con la sfera razionale.


Dunque, alcuni preparati a base di vino, possono contrastare la depressione, essere validi ricostituenti ma anche purificare, fungere da afrodisiaci e attrarre denaro. L’uva è ricca in sali minerali, in particolare potassio, manganese, rame, fosforo e ferro, utili alla formazione dell’emoglobina e per stimolare la secrezione della bile. Ha proprietà dissetanti, purificanti e nutrienti, infatti contiene le vitamine C e B1.Viene utilizzata soprattutto per contrastare le malattie del sistema venoso, le emorragie e i disturbi della menopausa. La linfa fresca, si usa per trattare porri e verruche. L’olio di vinaccioli dona elasticità alla pelle, mentre le proantocianidine contenute nei semi dell’uva limitano gli effetti collaterali delle chemioterapie nei malati di cancro. Il resveratrolo, presente nelle radici dell’uva esercita proprietà antinfiammatorie ed abbassa il livello del colesterolo.

Esiste anche una cura/dieta dell’uva, detta ampeloterapia, il cui obiettivo è la disintossicazione dell’organismo da scorie, cellulite e ritenzione idrica. A causa della notevole quantità di zuccheri, il consumo d’uva è sconsigliato ai diabetici.

La Vite fa parte dei Fiori di Bach (Vine), utile a placare quei comportamenti al limite della tirannia nei soggetti che considerano marginale l’opinione altrui. Alcune gocce di Vine, in casa, stemperano il senso di autorità e donano la capacità di delegare e rispettare la volontà del prossimo.

Il legno della vite era particolarmente sacro ai Druidi, che osservando com’era in grado di svilupparsi, aggrappandosi spontaneamente all’ambiente circostante, ne ricavarono un’interessante metafora: quando si lasciano fluire liberamente i propri stati d’animo, prendendo il meglio di ogni situazione, si ottiene il massimo risultato. Ma l’arricciarsi dei tralci, indica anche la capacità di difendersi e proteggersi ove necessario.


Infine la loro forma a spirale richiama concetti quali l’evoluzione, l’inizio di un nuovo ciclo, consapevolezza e unione con le energie cosmiche.


Il dio del grappolo Fufluns

Fufluns Divinità etrusca, corrispondente al Dioniso greco e al Libero italico. È rappresentato come un giovane nudo, cinto di pampini, con un’anfora o un tirso.

Fufluns è il corrispettivo etrusco del greco Dioniso, e poi del romano Bacco. Sua madre Semia, come per la Semele greca, viene associata alla terra (la versione di Semele mortale non è la più antica). Il nome deriverebbe da quello dalla divinitàumbra Puemune, dal tema paleoumbro poplon- . A lui vennero dedicate città sacre e montagne: ad esempio Populonia (Pupluna), il monte Bibele, Bibbona etc.

Il dio fu patrono della vendemmia e del vino. In suo onore venivano eseguiti sacrifici taurini, in quanto il toro era l'animale a lui consacrato.

Il dio etrusco del vino, Fufluns, non era solo il dio del vino, ma anche della sfera irrazionale, contrapposto ad Apollo, campione della razionalità. La coltivazione della vite era già presente nell’età del Bronzo, ma gli Etruschi, sempre su influenza dei coloni greci, innestarono le loro viti migliorandone la qualità e soprattutto adottarono il complesso rituale della preparazione del vino.

Populonia, l’antica Popluna/Fofluna, ha nel suo nome la radice del nome Fufluns, che indicherebbe il germoglio della vite. Plinio del resto ci parla di una statua di Giove intagliata nel tronco di una vite vecchissima e per questo enorme. Populonia, ma soprattutto il territorio retrostante sotto la sua influenza (ricordiamoci che dove oggi ci sono campi coltivati, una volta c’era l’enorme stagno di Piombino) coltivava vigneti, che come sappiamo hanno bisogno di un buon clima e di una vegetazione ad alto fusto per potersi arrampicare. Il dio del vino era particolarmente caro a Populonia, la signora trovata sepolta alle Grotte (nella cosiddetta tomba 14) era molto probabilmente una sacerdotessa di questo culto che era affidato principalmente alle donne, molto più propense degli uomini a perdere la razionalità… Se guardiamo poi i corredi populoniesi, vediamo che le suppellettili da simposio la fanno da padrone, tanto nelle sepolture maschili che in quelle femminili. 


Un falcetto trovato nella zona di Poggio all’Agnello poteva servire alla potatura delle viti che, come oggi sappiamo, erano avvolte su tutori naturali (le cosiddette lambruscaie).


Il dio del vino Liber

Liber (detto anche Liber Pater) era il dio italico della fecondità, del vino e dei vizi.

Dopo la soppressione da parte del Senato romano dei culti di Bacco, gli italici seguirono nuovi usi riferiti a quest'ultimo, certo più quieti dei baccanali.

Nonostante non vi fossero meri luoghi di culto nell'Urbe per Liber, i giorni seguenti il 17 marzo si festeggiavano i Liberalia, con feste e divertimenti (e riposo nei campi, in quanto Liber era dio agreste). In quei giorni non lavorativi, gli adolescenti avevano diritto a divenire adulti, secondo le regole del tempo, con l'assegnazione della toga virilis (toga praetexta) e del praenomen.

Liber, secondo le testimonianze giunte fino ad oggi, aveva come compagna la dea Libera.

Le pietre erano state ritrovate scavando, dai contadini e usate a fine dell'800, come «totem» protettivi nei pali di testa delle vigne, negli anni in cui la fillossera aveva sconvolto e messo in ginocchio la viticoltura piemontese.

L'antropologo Piercarlo Grimaldi ha ricostruito la storia delle due divinità vate. Il maschio ha forma fallica e rappresenta la potenza e la virilità. La femmina, dal ventre leggermente arrotondato, rappresenta la donna incinta, simbolo della fertilità e del futuro.

Negli anni la divinità femminile scomparve: di lei restano fotografie e ricordi degli anziani. Così, a distanza di tempo, lo scultore vesimese Ferdinando Gallo, ha riunito la coppia, lavorando un blocco di arenaria antico di 30 mila anni. Figure dai volti assorti, come se guardassero lontano, che in piccolo ricordano i Mohai dell'isola di Pasqua. «Vigilano silenziosi sui raccolti - ha spiegato con espressioni poetiche Piercarlo Grimaldi alla conferenza di Terra Madre - anzi li favoriscono, grazie all'idea di fertilità, che viene dalla statua femminile incinta». «Le due sculture - annota ancora il regista Luciano Nattino, che ha collaborate con Grimaldi - per la loro intensa carica simbolica, si candidano a rappresentare l'identità delle terre piemontesi del vino, un'icona autorevole per promuovere e identificare le più importanti occasioni, anche internazionali, di presenza e di valorizzazione del territorio regionale e dei suoi principali prodotti tipici».


Note:

Spano G., Culto di Bacco in Sardegna, nel «Bullettino Archeologico Sardo», 1987, III, pgg. 97-100. È notevole e significativo che, sia pure con riferimento all'epoca romana, siano state trovate in Sardegna ben 9 statuine di Bacco e 3 di Baccanti; cfr. Meloni P., La Sardegna Romana, Sassari 1990, II ediz., pg. 395.

\2\ Cfr. Biblioteca Sanctorum, Roma 1962, II, pg. 687; Socii Bollandiani, Bibliotheca Hagiographica Latina, Bruxelles 1900-1901; Idem, Bibliotheca Hagiographica Graeca, 1968. E poi Enciclopedia Cattolica, Roma 1949, s. v.; De Felice Emidio, I nomi degli Italiani, Venezia 1982, pg. 271; Idem, Dizionario dei Nomi Italiani, Milano 1986, pg 84, s. v. Bachisio.

Si veda l’importante studio di Italo Bussa dedicato a santu Bakis nei “Quaderni Bolotanesi”, num. 37, pgg. 114- 149.

Inno a Bacco, 7, 8 (pg. 66 dell'edizione di A. Baumeister).

Arias P. E., Satiri e Sileni, nell'«Enciclopedia dell'Arte antica classica e orientale», Roma 1966, vol. VII; Pittau M., LELN, pgg. 61-63.

Estratto dall'opera e-book di Massimo Pittau, Il dominio sui mari dei Popoli Tirreni (Sardi-Nuragici Pelasgi Etruschi) , Ipazia E-Books, 2013, Amazon.

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