Hereafter

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Una indagine sulla dimensione dell’aldilà senza appigli religiosi o ideologici



Hereafter, film di Clint Eastwood del 2010, affronta il difficile argomento dell’aldilà, di cosa succede una volta che la nostra vita “umana” giunge al termine.

Il regista, per raccontare l’argomento di cui sopra, si affida a tre protagonisti con esperienze differenti ma che hanno in comune il confronto della vita con quello della morte.

George Lonegan (Matt Damon) è un operaio americano che fin dall’infanzia possiede il dono di riuscire a comunicare con le persone defunte e per un certo periodo di tempo ha svolto il difficile lavoro di mettere in comunicazione i vivi con i morti, mestiere abbandonato dopo un po’ di tempo per cercare la normalità nella propria vita.

Marie Lelay (Cécile de France) è una giornalista francese che durante lo tsunami in Indonesia ha avuto un’esperienza di pre-morte e al ritorno in patria deve vedersela con la sua voglia di capire che cosa le sia successo realmente, affrontando un percorso tortuoso tra il complicato rapporto con il suo fidanzato e un ambiente giornalistico poco propenso ad ascoltarla.

Marcus (George McLaren) è invece uno studente londinese di 12 anni, con un’esistenza già drammatica nonostante l’età, per via di una madre tossicodipendente e la morte improvvisa del fratello gemello con cui cerca di mettersi in comunicazione attraverso falsi veggenti e personaggi molto discutibili dello stesso ambiente.

Le vicende dei tre, fra chi riesce a vedere ma non vuole più farlo, chi ha visto e vuole capire e chi vorrebbe vedere per poter comunicare ma non trova il mezzo giusto, porta il film ad intrufolarsi nelle più remote paure degli esseri umani, risultando a volte molto impegnativo e mai banale e quindi sconsigliato per chi desidera passare una serata spensierata in allegria.

Particolarmente curati gli effetti speciali della prima parte, quando si vede in presa diretta la forza distruttiva dello tsunami che ha colpito il sud-est asiatico pochi anni fa, con risultati molto realistici e impressionando per via del ricordo fresco delle immagini in diretta che hanno fatto il giro del mondo ad inizio anno dopo il terribile terremoto in Giappone.

La storia è sicuramente curata nei particolari, a volte forse un po’ “lenta”, ma in grado di far riflettere molto, riuscendo ad affrontare una questione spinosa senza rimanere ancorata ad alcun tipo di riflesso religioso.

In fin dei conti la morte è il mistero più grande che esista e Eastwood, con la sua esperienza e il suo stile già visti alla regia di film impegnativi negli ultimi anni, cerca non di trovare “la risposta”, cosa che non può sapere, quanto di accendere nello spettatore quello stimolo di ricerca personale ed interiore verso un evento che immancabilmente colpisce qualsiasi essere vivente, facendo sorgere molti quesiti e lasciando aperta ogni possibilità.

Al tempo avremo tutti una risposta, ed è normale porsi delle domande su come sarà il dopo; ma forse la cosa più importante è vivere la vita nel modo più naturale, in pace ed in armonia, rispettando tutti gli esseri viventi che ci circondano: fatto ciò non sarà poi così determinante sapere cosa c’è dopo.



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